04 febbraio 2018

Masterchef. Cavalcare la tigre come Italo

Di Lorenzo Roselli
I talent show, come vengono definiti questi sceneggiati non particolarmente brillanti che a partire dai primi anni 2000 hanno iniziato ad invadere i nostri palinsesti, non sono soliti regalarci momenti di grande televisione, lo sappiamo bene.
MasterChef, l'X Factor culinario nato da un format inglese (la “gara” di alta cucina più nota al mondo proviene dalla Perfida Albione, quale ironia), non fa eccezione; ancora non mi capacito di come si possa davvero credere alla veridicità di questa presunta competizione attentamente costruita nei minimi dettagli e magari ridacchiare con saccenteria dei fanciulli che si dilettano con il wrestling o (se ancora esiste) Takeshi's Castle.
Nondimeno anche chi scrive, a tempo perso, si concede di tanto in tanto la visione di questo divertissement da pay tv non prosaico come altri prodotti della Magnolia tipo Hell's Kitchen ma nemmeno serio come La Prova del Cuoco (da oggi depauperato della sua madrina Antonella Clerici, a quanto pare).
Certo che dopo 7 anni di degustatori di vini newyorkesi che lanciano piatti per creare dramma, sponsor del Gorgonzola che danno pacche sulle spalle per simulare spontaneità e dandy romagnoli sbiascicanti formule dialettali semi-inventate perché fa ride, non si può dire che l'originalità regni sovrana.
E occorre ammetterlo: difronte a tale tiritera la tentazione di spegnere ulteriormente il cervello e sintonizzarsi su La7 per guardare i servizi allarmati di Corrado Formigli sull'avanzata del neofascismo cresce di anno in anno e minuto in minuto.
Ma questo 2018 una gradita novità in MasterChef Italia l'ha effettivamente vista.
E no, non mi sto affatto riferendo alle inquietanti presenziate della chef triestina con il cognome austro-ungarico .
Parlo di Italo Screpanti, l'ex-pilota di 74 anni con la passione per il curry e l'aneddotica.

La selezione di Italo Screpanti a MasterChef

Sarà l'italiano ricercato, lo charme da presentatore RAI degli anni '60, l'arguta quanto tagliente dialettica craxiana, ma il Capitano Screpanti mi conquista immediatamente.
Ma non è l'elemento originalità o le rughe sul viso emaciato a costituire gli elementi vincenti della ricetta di Italo: ma la personalità titanica, l'inoppugnabile coerenza tra intenti ed azioni a rappresentare una ventata d'aria fresca in mezzo alla minestra riscaldata di MastroCuoco.
Già nella terza stagione del programma, infatti, si era visto “gareggiare” un concorrente un po' attempato, il cremonese Alberto Naponi che impersonò il facile ruolo di pensionato romantico desideroso di realizzare un sogno a dispetto dell'evidente raggiungimento del crinale dei propri anni.
L'amabile nonnino che, come sentenziò lo stesso Barbieri al momento dell'eliminazione di Alberto, non si può che amare.

Ecco, Italo nella corrente edizione di MasterChef è stato tante cose ma di certo non amato.
Se nelle primissime puntate lo scaltro pilota di Pedasso ha generato qualche sorriso ammiccante in cucina con brillanti freddure sugli acciacchi dell'età, il ruolo da commedia plautina si è presto rotto: Italo ha dato sfogo non soltanto alla sua non indifferente erudizione ma anche alla sessantennale esperienza di viaggi oltre le Colonne d'Ercole.
Da qui l'aggiunta di spezie orientali nelle pietanze durante le prove in esterna o il perfezionare una zuppa di pesce da preparare secondo la migliore tradizione norvegese.
Un atteggiamento mosso da audacia ma portato avanti senza recriminazioni, ripensamenti, patetici mea culpa da operetta morale al cospetto dei giudici.
Tanto è bastato per fare di Italo il nemico numero 1 non di due, non di cinque ma di tutti gli aspiranti chef di MasterChef 7. 

Escludendo visitatori accidentali che devono aver digitato su Google “fugge dal bio-parco, tigre investita da Italo sotto il cavalcavia”, immagino che chiunque stia leggendo queste modeste righe sia perfettamente al corrente di quanto scrivo.
Mai prima d'ora si era visto tale accanimento verso un altro concorrente, mai prima d'ora tanta anonima compattezza nell'escludere e fronteggiare il cattivo di turno.
Nemmeno la vulcanica Rachida aveva ottenuto un'opposizione così totale tale da non far percepire altra dicotomia che Italo e gli Altri.
Per carità, questo articolo esordisce proprio irridendo in nuce lo stesso concetto di talent ed è pleonastico affermare che non intenda presentare MasterChef come tv vérité. 
 
Ma se è vero che nessuno di noi il giovedì sera si sintonizza su Sky Uno per ammirare la raffinatezza degli impiattamenti, non possiamo negare che in MasterChef come ormai in qualsiasi aspetto del reale la narrazione conta più della sostanza.
E la narrazione mastroculinaria è fatta di pianti greci, confessioni strazianti alla telecamera, sogni infranti, determinazioni inespresse, lotte contro demoni interiori, autostime da riconquistare, maturazioni esistenziali raggiunte dopo una lunga traversata nel deserto di ben due settimane e mezzo (grossomodo la durata totale delle riprese, presumo). 

Ed ecco che l'immancabile sguardo intenso di Carlo Cracco delle scorse edizioni, l'incoraggiamento di Antonino Canavacciuolo (trapiantato ad hoc da Cucine da Incubo), il complimento a lungo agognato di Joe Bastianich diventano inevitabilmente i veri protagonisti dello sceneggiato televisivo volti a saziare la nostra prevedibile psicologia di spettatori che cercano nella sedicente “competizione di cucina per aspiranti chef” la linearità di una storia che le emozioni (in buona parte anche sincere) dei concorrenti aiutano a costruire.
I quattro giudici di MasterChef non giudicano dei piatti, ma delle vite: si fanno arbitri del valore e successo personale dei concorrenti non inquadrabili da altri punti di vista (come è ovvio che sia) che da quelli degli cuochi amatoriali effusi dalla saggezza, autorevolezza e in qualche caso misericordia dei divini giudici. 

Tale aspetto è comune a pressoché tutti i talent, ma nell'era del food porn chiaramente nell'arte culinaria tutto ciò si intensifica ed è il motivo per cui quando vediamo Bastianich lanciare come un frisbee il piatto del concorrente prestigiatore durante le selezioni di qualche stagione fa, lo troviamo sotto sotto comprensibile e riteniamo che suddetto concorrente abbia fatto una figuraccia inenarrabile a presentare un risotto così scadente (perché ce lo dice Bastianich).
Un fallimento che ci appare tutto meno che parziale se non legato ad un aspetto del tutto futile della persona qualunque che vediamo in televisione; al contrario proviamo pena per lei tanto da portarci a chiamare presunzione o sfrontatezza le reazioni risentite che molti di questi figuri tentano di fare di fronte ai giudici ed il ben più spietato montaggio del programma.
Ma anche in questo, sopratutto in questo, Italo infrange ogni regola.
Eliminato dopo delle tapas mediocri, giunge per Italo il toccante e preconfenzionato momento dell'addio con tanto di sermone finale di Antonia Klugmann.
Ma anche in questo caso, il titanismo di Italo rompe le regole del gioco.




Accompagnato da una musica tetra adatta al monologo del supercattivo dei Power Rangers, Italo si rivolge ai giudici
« Sono stato criticato per la mia saccenza, per la mia presunzione, [diconno che] sono un dittatore. Io sono Italo. Sono cresciuto, ho 74 anni e mi sono fatto sulle mie spalle e nessuno può insegnarmi come devo vivere. Chiaro?»

Poi, girandosi verso gli altri concorrenti:«c 'è una vecchia frase che dice, ed io la posso dire, “io sono già stato quello che voi siete, ma non so se voi sarete quello che io sono”. Grazie a tutti e arrivederci.»
Dopo aver stretto la mano agli chef e a Bastianich, in chiosa soggiunge «Mi sono levato dalle palle. Non sono accettati applausi.»
Riferito ad una maleducata esternazione della Klugmann durante un'esterna della puntata precedente a cui lui, unico fra tutti per la prima volta nella storia italiana del programma, aveva reagito con fermezza.

In una sincerità ben più autentica delle lacrime di decine di aspiranti chef, Italo Screpanti ha ricordato a tutti gli spettatori del programma che lui non accettava lezioni di vita o giudizi sulla sua persona da individui con soltanto maggiore (e non a forza meritata) notorietà rompendo non solo la quarta parete ma anche i piedistalli invisibili su cui i giudici sono posti dalla stessa struttura del programma.
Non ho il piacere di conoscere personalmente Italo, non posso dire che sia una persona straordinaria o meno; certamente però, ha dato una performance televisiva indimenticabile che spero non venga presto accantonata nel mucchio come il 99% di quel che passa (o passava) dal tubo catodico.
La sua eccedenza individuale, il suo amabile egotismo, la sua confidenza in quanto il suo lavoro e le sue avventure gli hanno nel corso di una vita dato spiccano nell'oceano di banalità del talent culinario internazionale e degli (anti)valori a questo connessi.
Riadattando al caso (e ripulendolo per un attimo dai tanti contenuti esecrabili) lo Zarathustra di Friedrich Nietzsche, mi pare quasi di vedere nel titanico Italo il cuoco dilettante che si fa superuomo lasciando alle mosche del mercato il suo grembiule di Masterchef raggiungendo così una vitta libera dal moralismo dei buoni sentimenti e del politicamente corretto di casa Sky.

Per concludere, sono stupito che Italo sia durato tanto in un programma dove non ci si fa (giustamente) problemi a girare un'esterna in una sinagoga durante un bar mitzvah, ma risulta sconveniente coinvolgere per quella a tema scout la più grande e antica federazione italiana di guide ed esploratori, l'AGESCI ( Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani), preferendogli il ben più ridotto e laico CNGEI ( Corpo Nazionale Giovani Esploratori ed Esploratrici Italiani).
Eziandio la pur breve permanenza di Italo su MasterChef ha risuonato come un ruggito di leone in un branco di gazzelle. O meglio, come il ruggito di una tigre.
 

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