21 febbraio 2018

Ritornare alla filosofia occidentale/1

OVVERO STRUMENTI PER IL RECUPERO DELL’ORTODOSSIA



«Certo i saggi in ogni epoca hanno detto in linea di massima sempre le stesse cose, e gli stolti – vale a dire la stragrande maggioranza - in ogni epoca hanno fatto sempre la stessa cosa, cioè il contrario:
e così sarà anche in futuro»
(A. Schopenhauer, L'arte di essere felici)

di Matteo Donadoni
autocrate del club Waterhouse

Nel frattempo che in redazione attendiamo l’esito della scommessa riguardo l’accoltellamento del sottoscritto (e gira voce su una bella sommetta), mi son reso conto che non è possibile ricostruire l’ortodossia occidentale o latina senza riprendere gli strumenti necessari alla sua ricostruzione. E cioè i potenti mezzi della filosofia – che non è ancella della teologia, ma della fede – soprattutto di quella che fu la metafisica occidentale. Altrimenti va a finire che qualcuno, attaccando bottone con il karma, finisce per orientaleggiare. E passare da una pratica innocua come fare origami, allo yoga o, peggio, a credere alla metempsicosi, è un attimo. Tuttavia considerare semplice epifenomeno dell’epistemologia orientale lo sterminio selettivo delle bambine, forse, non è un deterrente sufficiente a non finire al gelo filosofico.
Insomma, care donne: fate pigiami, non origami.

Certo, per imbastire un discorso di questa portata ci vuole una buona dose di incoscienza, come lavorare in una biblioteca e avere il text-alert di Irene Adler. Infatti, per quanto non sappiamo bene come fare, dobbiamo trovare la forza di tirar fuori gli antichi valori dalla montagna di spazzatura sotto cui sono stati seppelliti dalle sciagurate generazioni sessantottine. Dobbiamo chiederci quale possa essere il nostro contributo filosofico in una società che ha moltiplicato i mezzi perdendo di vista gli scopi, che ha nutrito una filosofia paranoica della disperazione, nella quale si è ingenerata l’illusione dell’immortalità, dell’onnipotenza della tecnica, da un lato e la riduzione materialistico scientista dall’altro, il tutto nella sostanzialmente quasi totale impunità morale mascherata da indifferentismo etico. Così, dati i recenti misfatti della sedicente cultura corretta, sarebbe ad esempio urgente quanto carino fondare un “Club Waterhouse” a difesa delle nostre opere d’arte, dei nostri sacrosanti diritti di uomini, filosofi, occidentali, cristiani, amanti della buona birra e delle belle donne. Pazienza se qualche fiocco di neve si sentirà molestato nel proprio ego. Può sempre chiamarci sbiaditi. Noi non ci offenderemo. Non abbiamo paura.
Dobbiamo poter tornare a dire che una mela è una mela e, per Dio, sbatter fuori chi non è d’accordo. Non è solo questione di filosofia. È questione di vita.
Quindi dobbiamo tornare alla Scolastica, ma per farlo dobbiamo recuperare la cifra della filosofia occidentale, se non della filosofia tout court, quella ellenica.

Perché il pensiero greco? Non è solo la mia fissa ellenocentrica (particolare fenomeno culturale secondo cui ogni feroce buon romano è ansioso di grecizzarsi) data dal mio complesso di inferiorità mascherato da complesso di superiorità, male comune a ogni greco genuino e patriota. Ma perché il messaggio presente nel pensiero classico rimane attuale non solo oggi, ma sempre e per sua intrinseca natura, come la luce chiara del cielo greco. Da qui «le ragioni per un meditato “ritorno” alle radici della nostra cultura, per un recupero del loro alimento, che potrebbe aiutare l'uomo contemporaneo, così deperito spiritualmente, a riprendersi, e forse a guarire».[1]

Infatti, il pensiero greco fu subito grande. A me piace la spiegazione fornita da Simone Weil: «La storia greca è cominciata con un delitto atroce, la distruzione di Troia. Lungi dal gloriarsi di questo delitto, come fanno di solito le nazioni, i Greci furono ossessionati da quel ricordo come da un rimorso. Vi attinsero il sentimento della miseria umana. Nessun popolo ha espresso come loro l’amarezza della miseria umana. [...]Non c’è quadro della miseria umana più duro, più amaro e più trafiggente dell’Iliade. La contemplazione della miseria umana nella sua verità implica una spiritualità altissima. Tutta la civiltà greca è una ricerca di ponti da lanciare tra la miseria umana e la perfezione divina».[2]

Siamo ancora capaci, noi, di avere una spiritualità altissima, o siamo tanto fragili da essere ormai incapaci di affrontare questa vertigine?
Greci o Troiani. Siamo lo stesso popolo. Siamo tutti in crisi. L'uomo moderno è in crisi, gettato nella confusione più totale, affronta la più grave crisi morale. Egli, infatti, avendo raggiunto un grado di benessere mai nemmeno immaginato in passato, tramite il cosiddetto progresso, si è posto in una condizione di tracotanza tale da ritenersi quasi onnipotente. Si autodefinisce specie sapiens sapiens rendendo sempre più evidente il suo limite, quel limite così ben esposto da Socrate: credere di sapere. E credendo di sapere non sa, ha perso il senso dell'educazione confondendola prima con un’erudizione nozionista, poi con l’appiattimento inclusivo, per giunta con la fregola della specializzazione. Se nell'oblio del significato della sapienza l'erudito dimostrava di essere, di fatto, l'estrapolazione della stupidità, il nipotino dell’erudito è vittima di un sistema scolastico ontologicamente deviato da una protettiva e ovattata pedagogia del benestare, che lo illude e indebolisce culturalmente.

Autore e fautore del nichilismo, l'uomo moderno crede sperimentalmente ora a questo ora a quel valore all’ordine del giorno nell’agenda internazionale, per poi lasciarlo cadere. È il moto inarrestabile del guazzabuglio moderno. Tutto ciò che Nietzsche aveva preannunciato è oggi una tragica realtà. Nei “Frammenti postumi” infatti si legge: «Nichilismo: Manca il fine; manca la risposta al “perché?”; Che cosa significa nichilismo? - che i valori supremi si svalorizzano».[3]
Con la perdita della trascendenza e l'azzeramento totale dei valori se n'è andato anche il senso della vita. Certo si può far finta di niente, guardare altrove ed avere comunque una vita tranquilla: ma un uomo di tal fatta ne risulterà in qualche modo menomato, poiché «una vita senza ricerca non è degna per l'uomo di essere vissuta» (Apologia, 38a). Sarebbe una vita beffarda, con un esito incerto, simile a quella dell’orologiaio che morì nel sonno, senza sapere che ora fosse. «I nuovi padroni di schiavi lo sanno e solo per questo danno tanta importanza alle teorie materialistiche» affinché non ci siano più «bastioni su cui l’uomo possa sentirsi inattaccabile, e dunque libero dalla paura». [4] 
Non la mia paura, che io non ho paura dei Turchi né di morire, al limite solo di vivere in un “Truman show”. Soprattutto di non esser vissuto mai.

Ora, dato che siamo decisi ad opporre resistenza - e non la resistenza progressista da ciabatte e tatuaggi -, per dare battaglia, per quanto disperata possa rivelarsi, dobbiamo sconfiggere la paura. Si teme ciò che non si conosce, per questo l’arma principale che una persona ha contro gli orchi, compresi i mostri della ragione, è la filosofia. Cerchiamo le risposte a tutti i “perché?”, fermiamoci. Silenzio. Come dice Jünger, per prima cosa dobbiamo passare al bosco, ciascuno secondo le proprie capacità, perché “luogo del Verbo è il bosco”. Trovare la nostra libertà. Si impara della vita di più dalla contemplazione della danza delle fiamme del fuoco in un caminetto o dalle rapide di un torrente di montagna, si impara come porsi le domande osservando una chioccia che addestra i pulcini, si imparano le risposte dalle onde di spighe nel vento. Chi non sa spendere ore in attività contemplative di questo tipo, non apprenderà granché nemmeno dai libri. Essere liberi significa avere un rapporto profondo ed umano con la libertà, affinché non sia un concetto astratto, ma vita, l’ergersi atavico del singolo contro l’automatismo pseudoculturale imposto dall’alto e il rifiuto di trarne la conseguenza etica, ogni conseguenza etica, se non prima ruminata nell’intimo del silenzio, magari all’aria aperta.

Come dice D. Thoreau: «Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra, e mettere poi la vita in un angolo, ridurla ai suoi termini più semplici...»[5]. Chiamatelo come vi pare: Bastione Walden, Bastione Jünger.
Questo è la filosofia: sapere per sapere, essere per essere. Divenire uomini, vivere e, infine, credere.

NOTE:
1.G. Reale, Saggezza Antica, Terapia per i mali dell'uomo d'oggi, Cortina 1995, pag. 7.
2.Simone Weil, La Grecia e le intuizione precristiane, ed. it. Borla, Roma 1999, pp.37-38.
3.F. Nietzsche, Frammenti postumi, tr. di S. Giametta, Adelphi, Milano 1971, vol. III tomo II.
4.Ernst Junger, Il trattato del ribelle,  trad. Bovoli, Adelphi Milano 1990, passim.
5. E. D. Thoreau, Walden, ovvero vita nei boschi, trad. it. di Piero Sanavio, Mondadori 1970, pag. 133.


 

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