06 febbraio 2018

Terra e tradizione: la cattolicità delle proprietà collettive

di Alfredo Incollingo
Partiamo da un principio basilare. I valori comunitari (fratellanza, bene comune...) non sono di totale appannaggio dei social-comunisti, ammesso che ne sia rimasto qualcuno dopo l'ondata radical chic che si è infranta sulle sinistre occidentali. Il cattolicesimo, ben prima di Marx o di Berlinguer, ha difeso la legittimità del bene comune e, insieme, la liceità della proprietà privata.

È cristianamente giusto disporre liberamente dei propri possedimenti, ma ciò non toglie che ci siano risorse utili alla sopravvivenza di tutti noi o che una parte delle terre (boschi, prati...) siano destinati allo sfruttamento collettivo. Leggendo questa frase, chiunque potrebbe pensare ad un riferimento all'antico movimento operaio internazionalista, ma furono i monaci, prima dei comunisti, a comprendere la loro necessità. L'uso civico della terra o le proprietà collettive, che oggi sono usati come sinonimi nella moderna giurisprudenza, è il diritto di una comunità a coltivare un campo o a raccogliere legna in un bosco liberamente, godendo dei suoi frutti.

L'uso civico nacque nella tarda antichità, forse un retaggio etrusco, romano o germanico, ma furono soprattutto i monaci a farne largo uso, legittimati da una società che, nonostante i difetti, aspirava alla virtù, soprattutto quella civica. Pensiamo per qualche minuto al Mezzogiorno o alle terre paludose della pianura padana. Queste vaste estensioni di suolo erano da secoli in stato di abbandono, abitate da pochi coloni e dagli animali selvatici. I signori feudali e i monasteri, che alle volte possedevano queste ampie aree del territorio italiano, le bonificarono e le misero a coltura. Vi lavoravano braccianti e contadini, proprietari di piccoli fondi.

L'enorme estensione delle terre incolte e la necessità di provvedere ai loro bisogni portò a sviluppare un modo alternativo di possedere, non solo in forma privata e pubblica (di proprietà dello Stato o del sovrano e chiuso all'uso dei cittadini o dei sudditi), ma in comune. I monaci e i vassalli donavano grandi estensioni di territorio alle comunità locali in modo tale che potessero provvedere da sole al sostentamento e alla sopravvivenza dei poveri. Così il medioevo cristiano seppe equilibrare la proprietà privata e il bene comune, evitando aspri conflitti sociali. Quando agli albori dell'età moderna emerse la mentalità individualista e l'economia di mercato, il dominio civico italiano venne progressivamente ridimensionato e con una legge del 1927, molti decenni dopo, si provvide a fornire ai proprietari terrieri la possibilità di liquidare questi diritti, dimostrando la loro non sussistenza o pagando un prezzo maggiorato alle comunità per eliminarli dove, invece, erano presenti. Insomma, le terre comuni dovevano sparire. La Chiesa Cattolica, al contrario, favorì questa terza via nel possesso di terre e di risorse, una lungimiranza che la modernità ha perduto.

 

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