07 marzo 2018

È tornato don Camillo/48. Politica alla Geroboamo

di Samuele Pinna
(Con illustrazione interna di Erica Fabbroni)
Don Augusto era andato a trovare degli amici frati, i quali, sapendo che era un mangione e un beone, lo invitarono a pranzo. Prima di mettere le gambe sotto al tavolo, c’era la preghiera di Sesta e una breve meditazione a partire da una lettura biblica. Quella di quel giorno riguardava un passo del libro dei Re in cui Geroboamo, divenuto sovrano d’Israele, ne combinava di ogni. Ma bisogna andare con ordine per una corretta disamina. Il profeta Samuele aveva unto come primo re del popolo eletto, secondo la parola del Signore, Saul. A questo succedette, una volta morto in battaglia coi tre figli, sempre per volere divino, Davide, che diverrà il più grande tra i re d’Israele, il quale alla sua morte lasciò il trono al figlio Salomone, che fece altrettanto con Roboamo. Questi, però, non ascoltando i suggerimenti dei consiglieri di suo padre, noto per la saggezza, provocò una crisi che portò alla divisione del reame. Si separarono dieci tribù, formando il regno di Israele, dalle rimanenti che crearono quello di Giuda.

Al posto di Roboamo al nord divenne re, per decreto divino, Geroboamo. Ecco la lettura meditativa di quel giorno:
«Lettura del primo libro dei Re», aveva proclamato un fraticello esile e piccolo, ma dalla voce stentorea, « Le altre gesta di Salomone, tutte le sue azioni e la sua sapienza, non sono forse descritte nel libro delle gesta di Salomone? Il tempo in cui Salomone aveva regnato a Gerusalemme su tutto Israele fu di quarant’anni. Salomone si addormentò con i suoi padri e fu sepolto nella Città di Davide, suo padre; al suo posto divenne re suo figlio Roboamo. Roboamo andò a Sichem, perché tutto Israele era convenuto a Sichem per proclamarlo re. Quando lo seppe, Geroboamo, figlio di Nebat, che era ancora in Egitto, dove era fuggito per paura del re Salomone, tornò dall’Egitto. Quando tutto Israele seppe che era tornato Geroboamo, lo mandò a chiamare perché partecipasse all’assemblea; lo proclamarono re di tutto Israele. Nessuno seguì la casa di Davide, se non la tribù di Giuda. Roboamo, giunto a Gerusalemme, convocò tutta la casa di Giuda e la tribù di Beniamino, centottantamila guerrieri scelti, per combattere contro la casa d’Israele e per restituire il regno a Roboamo, figlio di Salomone. La parola di Dio fu rivolta a Semaià, uomo di Dio: “Riferisci a Roboamo, figlio di Salomone, re di Giuda, a tutta la casa di Giuda e di Beniamino e al resto del popolo: Così dice il Signore: ‘Non salite a combattere contro i vostri fratelli israeliti; ognuno torni a casa, perché questo fatto è dipeso da me’”. Ascoltarono la parola del Signore e tornarono indietro, come il Signore aveva ordinato. Geroboamo fortificò Sichem sulle montagne di Èfraim e vi pose la sua residenza ».

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Da qui, la cosa che colpì don Augusto, anche grazie alle parole che pronunziò poi il fratacchione che teneva la riflessione, era l’attualità di quella parola ispirata. La lettura biblica continuò proprio sul passo che ingenerò e mise in moto i neuroni clericali.
«Geroboamo», proseguì la Lettura, « pensò: “In questa situazione il regno potrà tornare alla casa di Davide. Se questo popolo continuerà a salire a Gerusalemme per compiervi sacrifici nel tempio del Signore, il cuore di questo popolo si rivolgerà verso il suo signore, verso Roboamo, re di Giuda; mi uccideranno e ritorneranno da Roboamo, re di Giuda”. Consigliatosi, il re preparò due vitelli d’oro e disse al popolo: “Siete già saliti troppe volte a Gerusalemme! Ecco, Israele, i tuoi dèi che ti hanno fatto salire dalla terra d’Egitto”. Ne collocò uno a Betel e l’altro lo mise a Dan. Questo fatto portò al peccato; il popolo, infatti, andava sino a Dan per prostrarsi davanti a uno di quelli. Egli edificò templi sulle alture e costituì sacerdoti, presi da tutto il popolo, i quali non erano discendenti di Levi. Geroboamo istituì una festa nell’ottavo mese, il quindici del mese, simile alla festa che si celebrava in Giuda. Egli stesso salì all’altare; così fece a Betel per sacrificare ai vitelli che aveva eretto, e a Betel stabilì sacerdoti dei templi da lui eretti sulle alture ».


Il predicatore prese a quel punto la parola e disse più meno così: «Vedete come è attuale la parola di Dio oggi ascoltata! Geroboamo era stato scelto come re per volere divino, acclamato dal popolo era tenuto a seguire la via della giustizia indicatagli dal Signore per il bene di tutti i sudditi, sapendo che quello sarebbe stato anche il suo. Ed egli che cosa ha fatto? Ha modificato, per mero interesse politico, la volontà dell’Altissimo! Egli cambiò la tradizione e ne inventò un’altra posticcia per salvaguardare i suoi fini di potere! Forgia, inoltre, due vitelli d’oro che richiamano quello “dannato” dell’Esodo (ricordate?) e istituisce, senza averne autorità, nuovi sacerdoti».
Il frate, da vero teatrante si fermò un attimo, per riattaccare subito con una serie di domande retoriche.
«Cosa ci insegna questa vicenda? Cosa dice a noi oggi? Cosa ci suggerisce? Ci ricorda quello che accade agli uomini che non esercitano il potere come servizio, ma lo usano per un loro interesse. Questi cambiano la realtà, la girano e la rigirano a piacimento. Non hanno a cuore se non l’esercizio del loro potere. Ma sono davvero demoniaci quando non distruggendo le tradizioni antiche, quanto si è sempre fatto nel passato, lo rendono inoffensivo, lo piegano e lo umiliano, svuotandolo di senso! Un progetto davvero diabolico! E tutto per mantenere i propri privilegi, dimenticando il motivo della propria elezione, della missione e della vocazione a cui erano stati chiamati. Quanti uomini si comportano ancor oggi in questo modo, svilendo la Verità per un mero interesse! Davvero sono un pungolo le parole di Nostro Signore: “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti”».

Poi sollevando lo sguardo sull’uditorio, proseguì. 
«Ma questo passo della Sacra Scrittura, oggi parla anche a ciascuno di noi, che rischiamo di vivere una vita spirituale non vera, andando a prostrarci dinnanzi non all’unico Signore ma a degli idoli. Quante volte confondiamo il tempio di Dio con le alture che ci siamo costruiti! Rifiutiamo la sana dottrina, dono della Tradizione, per il prurito di sentire novità che ci allontanano dal volere divino».
Fece una pausa a effetto, per ottenere tutta l’attenzione possibile, «Preghiamo amici carissimi, affinché i politici non raggirino la verità per il potere, ma usino del potere come servizio. E preghiamo per noi, perché possiamo adorare in spirito e verità laddove Dio va adorato, ossia nella Madre Chiesa, e non seguendo le nostre voglie. Che i Santi del cielo ci accompagnino. Così sia».
Dopo questo intenso fervorino, i frati con il nostro don Camillo si spostarono in refettorio per riempire la pancia dopo aver colmato lo spirito.

Sulla via del ritorno, ripensando al discorso del frate predicatore, don Augusto si convinse che, come aveva detto quel Papa beato, “la politica è la forma più alta della carità”. Del resto, se la colpa delle cose che non vanno è dei politici, probabilmente è perché sono lo specchio di una società in cui schiava dell’egoismo degli individui, che fa inseguire solo il proprio tornaconto, disinteressandosi degli altri. Già Joseph de Maistre aveva giustamente sentenziato: “ ogni popolo ha i governanti che merita”.
Il pretone notò, inoltre, con un pizzico di tristezza, come pure per i cristiani ci sia il rischio di essere infedeli alla via di Dio e di abbracciare quella comoda che non dimentica il divino ma lo riduce a qualche cosa di innocuo. Si sacrifica la verità per il benessere o, meglio, il benavere!
Al nostro don Camillo, in un sospiro che parve infinito, vennero, infine, in mente le parole di Alexis De Tocqueville: “Sono incline a credere che se a un uomo viene a mancare la fede diviene suddito, se crede è libero”.
“Quanto bisogno di vera libertà”, si disse, “ha il nostro mondo libertino!”.
Dopodiché, quasi per un incrocio fortuito di ragionamenti, frutto più che altro dello scherzo della mente, il pretone di città meditò sul motivo della decollazione di san Giovanni Battista. Tutti conoscono quel passo evangelico: si era colpito un innocente per non violare uno stupido giuramento frutto di una danza spregiudicata.
“È triste”, pensò il nostro don Camillo, “eppure inevitabile constatare come i potenti tengano a cuore l’interesse del popolo se basta una discinta che ancheggia per chiedere la testa di qualcuno”.
Sorrise nel constatare l’attualità del giudizio di sant’Ambrogio di Milano su questa vicenda, valutazione che, però, si può allargare a tanti altri casi. Soprattutto sotto elezioni. Soprattutto dopo aver appena votato.
«Gli spergiuri dei tiranni sono più tollerabili dei loro giuramenti».  

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