14 marzo 2018

È tornato don Camillo/49. Essere vino eccellente

di Samuele Pinna
con illustrazione interna di Erica Fabbroni
Era una domenica soleggiata, ma molto fredda. Se stare in chiesa era come stare in un congelatore, tuttavia quella pagina di Vangelo riusciva a scaldare quantomeno i cuori. Era un brano conosciuto e il nostro don Camillo non voleva banalizzarlo con riflessioni superficiali. A volte, può succedere che, siccome lo si ha già nell’orecchio, qualche passo della Scrittura sia dato se non per scontato almeno come già sentito.
Il nostro reverendo si preparò e, in quella omelia, parve ispirato: il suo vocione rimbombava tra le mura di quel sacro tempio e la gente, anche quella solitamente distratta, era lì incollata a capire le parole che, una dietro l’altra, uscivano dalla ugola di quell’omone in talare.
«La salvezza», aveva tuonato, «è descritta nel libro di Isaia come un banchetto preparato dal Signore e il Vangelo di oggi, tratta proprio di un banchetto, di una festa di nozze».
Il festeggiamento in questione era quello dello sposalizio di Cana dove Gesù, insieme a sua Madre e ai suoi discepoli, era stato invitato.
«L’Alleanza tra Dio e il Popolo eletto», aveva proseguito dal pulpito, «è raffigurata come un matrimonio, in quanto alleanza, un patto d’amore e di predilezione frutto di una scelta di Dio. Del resto, la Chiesa è definita anche come Sposa di Cristo…».
Dopo questa premessa detta tutta d’un fiato, fece una pausa per continuare più o meno così, «Gesù si reca alla festa coi suoi discepoli, che rappresentano la comunità credente, la Chiesa, e infatti alla fine del brano del Vangelo di oggi abbiamo letto che credettero in lui. Essere Chiesa è essere comunità di credenti, di coloro cioè che sanno vedere la manifestazione di Gesù».
Qui si percepiva come scritta in sovrimpressione, non detta, ma implicitamente comunicata, una conseguenza: se ciò è vero, ossia se la comunità è composta da chi crede in Dio ed è capace di vederLo e incontrarLo, questo comporta una testimonianza concreta.
Di là dalla provocazione sottesa, la voce del predicatore continuò a buttar fuori ragionamenti.
«C’è poi Maria», si fermò e il suo sguardo si fece più dolce, «chiamata “donna” da nostro Signore, non per mancanza di rispetto o per mantenere delle distanze, ma tutto il contrario: per mostrare la sua importanza nella storia salvifica e la sua dignità. Maria è donna della fede e di intercessione. Le sue parole, semplici, sono un monito anche per noi: fate quello che vi dirà».
A questo punto, don Camillo redivivo aveva cambiato posizione, prendendosi una pausa, stava per sparare un fuoco d’artificio, che infatti illuminò l’assemblea.
«Poi c’è il vino», disse compiaciuto, «simbolo della gioia: è interessante che nel libro di Isaia si dica che Dio abbia preparato un banchetto di vini eccellenti. L’acqua è necessaria per vivere e, in questo senso, più importante del vino, di cui si può fare a meno. Ma il vino è ciò che da gusto alla nostra esistenza. Gesù pare restio a fare questo miracolo, non è ancora giunta la sua ora, che sarà piena e realizzata sulla croce. Nonostante ciò, compie questo grande segno, il primo secondo il Vangelo di Giovanni, che vuol suggerirci che sta a principio degli altri. Qui, in quell’acqua che diventa vino, sta la gratuità di Dio, che non riguarda soltanto il dono immenso della nostra vita, ma di un’esistenza nella gioia. Come non ci può essere una festa senza vino, così non può esserci una vita senza gioia e la gioia non si dà se non attraverso Dio. E per questa ragione bisogna realizzare una profonda comunione con Lui».

Il concetto, terra terra, appariva bello chiaro, ma era proprio così? Le diavolerie del benessere non avevano fatto dimenticare i precetti di Dio? Non ci si era ormai resi conto che Dio non serviva più a molto per essere felici e bastavano al contrario semplicemente le mille cose di cui uno si circonda?
«Certo», aveva ripreso il predicatore, «siamo convinti che il nostro vino, quello prodotto da noi, sia migliore. Ma se alle volte può essere buono, dobbiamo ficcarci nella zucca che il vino più squisito, in assoluto senza possibili paragoni, è quello che proviene dal Signore! E qui, cari fratelli, sta la nostra mancanza: abbiamo visto il miracolo, ma non mutiamo! E in cosa dovremmo cambiare, mi direte? In una vita cristiana, vi rispondo, usando le parole di san Paolo: come dunque avete accolto Cristo Gesù, il Signore, in Lui camminate, radicati e costruiti su di lui saldi nella fede, sovrabbondando nel rendimento di grazie ».
Il nostro don Camillo era un tipo spiccio e non si mise più di tanto a spiegare quelle parole. Non chiarì la logica che ci stava dietro, dandola un po’ per scontato. Non sottolineò che se uno accoglie Cristo deve camminare in lui, che è meta e insieme la strada della propria vita. Non si soffermò sul fatto che essere “radicati” significa qualcosa di forte e robusto così come “costruiti”: la mia esistenza fatta cioè su quella di Gesù. Non parlò della saldezza di cui la fede ha bisogno, ma disse solo dell’importanza di ringraziare il buon Dio, sovrabbondando nel farlo.
«Sovrabbondare, vuol dire essere smisurati», aveva precisato don Augusto, «e per fare questo dobbiamo ascoltare l’insegnamento di san Paolo quando afferma che nessuno faccia di voi presa con la filosofia e con vuoti raggiri . In quest’ottica,deve esserci in noi un criterio di giudizio cristiano, seppur avverso alla mentalità comune, che si basa sulla distinzione tra bene e male (bene e male che noi conosciamo, non inventiamo, a partire dal messaggio evangelico in quanto mediato dalla Chiesa). Tale principio si sintetizza: il bene o il male “per me” è il bene o il male per tutti. Il cristiano non può dire: io questa cosa non la faccio perché male, ma lascio libero te di farla, se la reputi giusta. Il cristiano – secondo una concezione vera di libertà – afferma: proprio perché ti voglio bene (o cerco di volertene) ti dico, dimostro, spiego, testimonio, che quello è male e non lo devi fare (perché, più o meno inconsapevolmente, ti faresti del male anzitutto tu!)».

Per fortuna chiarì il complesso argomentare con un esempio semplice semplice, «Io non dico: non metto le mani nella presa della corrente perché posso rimanere fulminato, ma se tu vuoi fallo pure. Al contrario sono tenuto a dire: non bisogna mettere le mani nella corrente perché è male. Altrimenti, trasposto questo ragionamento in ambito etico, si diventa relativisti (il male c’è o no?) e disumani (di chi afferma, infondo, che ciò che fa l’altro non interessa, non mi tocca, fosse anche fulminarsi). Il cristiano annuncia una Verità che è sua, perché ne partecipa, ma che ha ricevuto, non ha inventato, perché viene dall’alto, per cui dare la vita. Tale testimonianza noi la imponiamo con l’unica forza possibile, quella dell’amore. E allora l’invito, cari fratelli, è di essere vino buono, vino eccellente, per la vita degli altri, portando la gioia ricevuta da Dio a tutti. Amen».
La predica, soprattutto a motivo del vino, era piaciuta molto a Jean Paul, tanto che si era presentato in canonica con due fiaschetti di lambrusco doc.

Dopo aver scolato la prima bottiglia, Giampaolo aveva chiesto spiegazioni sulla quaestio del bene e male che non lo convinceva troppo. Aveva, da buon marxista, tirato in ballo il potere clericale di coercizione, che i “corvi neri” (a tal punto definì i presbiteri) erano soliti usare contro il popolo lavoratore.
«Il metro di giudizio cristiano», aveva ribadito il pretone, «non quello del mondo, è e deve essere, anzi può essere solo, in fin dei conti, la distinzione tra bene e male, che parte dalla Rivelazione. E di conseguenza diventa testimonianza di quel bene (o Bene) che abbiamo, in qualche modo, sperimentato e che siamo chiamati a dire, spiegare, testimoniare con la nostra vita. Ma come cristiani abbiamo una responsabilità, che si declina in una testimonianza (concreta) ma che parte da un messaggio (che ha un contenuto). Questo vuol dire che se una cosa è sbagliata per me (e questo giudizio non è puramente soggettivo, ma ecclesiale) non può essere giusta per l’altro e quindi dò ragione delle mie idee (che non sono solamente “mie”), e non lascio correre per una tolleranza (farsata, perché infondo coincide col disinteresse). Io, in coscienza (che per un cristiano è comprendere quanto Dio dice alla sua vita), devo seguire quel bene in cui credo e non sminuirlo per assecondare altri (che non costringo a nulla) o il pensiero dominante. Io devo, inoltre, fare quello che è in mio potere per mostrare la bellezza, la bontà e la verità di ciò in cui credo…»
«Come?», aveva provocato l’altro, «Obbligando il mio prossimo?».
«No», aveva ripreso don Augusto, scuotendo la testa, «senza coercizione ovviamente, che tra l’altro mi risulta difficile capire come si potrebbe esercitare nel nostro contesto».

Dopo un’altra sosta necessaria per ingollare il rosaceo liquido del suo bicchiere ricolmo, concluse il suo discorso.

«Sicché», aveva fatto un’ulteriore pausa a motivo di quella congiunzione coordinante consecutiva che apprezzava parecchio, «come gli altri sono “liberi” di fare cosa è male, “male per me” (che comprendo come “male per me” anche grazie all’insegnamento della Chiesa), io sono “libero” di non farla (ma a volte non basta) e di dire perché non andrebbe fatta da nessuno (cosa molto difficile oggi). Ciò non obbliga, comunque, questi altri a non fare quel male (per me), ma obbliga me di dire quella Verità che sento come tale».
Detto ciò, Giampaolo non era ancora troppo convinto, colpa del lambrusco che obnubilava la velocità dei suoi neuroni, aiutati però a riscuotersi da quell’ottimo pane e salame, tirato fuori dalla credenza a un certo punto del discorso. Finita la seconda bottiglia e polverizzate le cibarie don Camillo redivivo poté essere più chiaro.
«L’intelligenza della fede», disse, «non deve avvenire in una visione storicista, odiernamente molto diffusa (la verità si consegna ogni volta e in modo diverso nel dinamismo della storia) e tanto a te cara, mio caro nipote dello zio Marx. Ma deve essere ontologica (c’è una struttura nell’essere che ha un ordine e un fine), rifuggendo, pertanto, ogni sorta di relativismo, dove la verità è ridotta a opinione. Il rischio, anche nella fede, può essere come quello nel calcio: ci sentiamo tutti i migliori allenatori (ma il lunedì, a partite finite). L’intelligenza della fede (se è intelligenza) ha bisogno di metodo (scientifico), di tempo e di acume. Non si improvvisa, a meno di essere contenti della bella confusione in cui viviamo oggi e che gira nella tua testa».
Sarà stata la bottiglia di barbera, che il reverendo aveva aperto, che mischiandosi col lambrusco aveva giocato un brutto effetto al ragazzotto, ormai in totale confusione cerebrale. Alla fine, sia stato quel che sia stato, dovette confermare il caos che albergava nella sua testa.
«Però», sbiascicò Jean Paul, «la storia del vino mi è piaciuta! E non può rimproverarmi di non aver messo in pratica le sue parole!».
Il buon don Augusto confermò quel giudizio in modo solenne, mediante l’ennesimo brindisi, ma provocando anche una tremenda riflessione, che i due non riuscirono a sbrogliare.
Va bene, infatti, essere come vino, e vino eccellente, ma di che tipo? Lambrusco o barbera?
Ai posteri l’ardua sentenza.


 

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