21 marzo 2018

È tornato don Camillo/50. 20 marzo

di Samuele Pinna
con illustrazione interna di Erica Fabbroni
L’Antonio era una persona buona, un pezzo di pane, come si dice. Era molto religioso, ma con un carattere deciso, un uomo che non potevi prendere in giro, dedito alla famiglia, gran lavoratore. Quando si sottolinea l’aspetto religioso a volte per errore, quasi un peccato veniale della moderna mentalità, si intende un sinonimo di “bigotto”. Invero, l’essere religioso è la caratteristica di un tale che ha ben chiari i princìpi cattolici e cerca di viverli nel suo quotidiano. E così era per l’Antonio, il quale, una volta tornato sano e salvo dall’ultimo conflitto mondiale, si era sposato l’Ernestina.
Brutta bestia la guerra! “L'umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all’umanità”, aveva detto quello e probabilmente, almeno in questo caso, la sapeva lunga. D’altronde, l’Antonio apparteneva a quella generazione che l’ha vissuta ed è sopravvissuta. E, pertanto, sentiva forte dentro sé il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di lui, che non hanno fatto quest’esperienza, con il suo esempio di uomo di carità, che la vita è un dono troppo grande per sprecarla uccidendo il proprio fratello, fosse anche un fantomatico nemico. “Mai più la guerra!”, aveva gridato quel Santo Papa e a ragione.
Se l’Antonio aveva fatto ritorno alla sua casa, circostanza non scontata, tuttavia gli anni insieme alla sua Ernestina non furono molti, a contarli con attenzione, e la colpa era da ascrivere a una brutta malattia, che lo colpì a tradimento. Era, però uno spettacolo vederli insieme: un affetto profondo e nello stesso tempo di grande rispetto. Quando l’Ernestina si arrabbiava per qualche motivo, lui le cantava una canzone e lei non riusciva a non sorridere dinnanzi a quello spettacolo… e pace era fatta! L’Ernestina era, infatti, una donna buona, ma veramente buona, come poche al mondo. La sua bontà, del resto, l’attingeva direttamente da Cristo e la condivideva con l’Antonio, andando a Messa tutte le mattine, recitando il Rosario ogni sera e vivendo da buoni cristiani.
Prima di sposarsi, ormai già a una certa età per quel periodo, l’Antonio era stato richiamato vigliaccamente alle armi, poiché non aveva aderito al Partito dell’olio di ricino. Svolse il suo servizio al valor civile sotto il comando del Re, rimanendo se stesso: faceva, infatti, più di trenta chilometri per andare alla Santa Messa e recitava tutte le sere il Rosario coi suoi commilitoni. E qui tornava fuori ancora il suo senso religioso a dire come ciò che siamo si esprime in quello che facciamo e non solo mediante le belle parole che, più o meno a sproposito, escono dalle nostre bocche.
Lui non era di siffatta fattura: persona d’altri tempi e uomo giusto, prodigo verso gli altri, si affidava al suo ingegno, che lo aveva salvato da tante situazioni difficili, ma soprattutto si fidava della Provvidenza, ossia quell’azione benevola con cui Dio ordina la storia e gli eventi naturali conducendo tutte le creature al loro fine ultimo.

L’amore per Dio gli aveva permesso di aguzzare la vista nelle varie faccende che potevano accadergli, avendo una sconfinata fiducia nel Signore. E quando, per esempio, il suo comandante di battaglione, volle piazzare il campo in un determinato territorio, lui, prevedendo il pericolo, aveva supplicato di non farlo. Non essendo stato ascoltato, aveva chiesto di sistemarsi poco lontano insieme ad altri cinque soldati, i quali si fidavano ciecamente del suo giudizio in ogni cosa, e gli fu accordato. Durante quella notte, quei sei uomini videro la postazione bombardata e rasa al suolo, portandosi via tutti i loro compagni d’armi. A quel punto erano scappati e, quando giunsero in Italia, la Provvidenza si dette ancora da fare per loro. Un contadino, difatti, li aveva ospitati nel fienile, ma l’Antonio, ancora una volta, si pronunciò e disse ai suoi compagni che lì non sarebbe rimasto un minuto in più. Guardando o, meglio, spiando dall’uscio, uno di quei soldati in fuga si era accorto che stavano arrivando i tedeschi per arrestarli o fucilarli. Scapicollarono fuori dalla finestra e si dettero alla macchia, riuscendo a tornare nelle loro case con un viaggio in treno surreale e dai tratti incredibili. Ma questa, pur essendo molto avvincente, è un’altra vicenda.
Tornado all’Antonio, una volta finita la guerra, egli poté felicemente sposarsi con l’Ernista, la quale diventò la donna della sua vita, la madre dei suoi figli, la regina del focolare. Infine, dopo una lunga e tormentata malattia, quando stava per morire, l’Antonio aveva chiamato lei, il suo amore di sempre, e l’ultima sua parola in questa vita fu proprio pronunciare il suo nome. Lei, a sentire quel richiamo, aveva fatto appena in tempo a girarsi mentre lui spirava serenamente, seppur dopo un tempo di grandi sofferenze.
E questo è, sì, un racconto d’altri tempi, di uomini e donne comuni che però hanno fatto la storia, quella reale e, magari agli occhi dei più, un poco banale, perché quotidiana. I loro nomi, i nomi di questi silenziosi eroi, ancor oggi, non appaiono e non saranno trascritti in nessun libro di testo. Tuttavia, ricordare serve per dire al presente da dove siamo venuti, per rammentare le proprie radici, per avere speranza nell’avvenire. Ciò che siamo dipende da quegli uomini genuini, votati al bene, lavoratori infaticabili, dediti alla terra ma con uno sguardo sempre rivolto al cielo. O da quelle donne argute, magari illetterate, che nonostante la loro poca istruzione non mai mortificata, perché non pretesero mai di sapere più di quel che sapevano («arte che non insegnano i libri, anzi più spesso la confondono», come scrive il Poeta), hanno trasmesso il buon senso ai loro figli e ai figli dei loro figli.
Insomma, non solamente di quell’uomo che inserito nella sua esperienza umana, terrestre, invaghito dei suoi affetti temporali, passionali, carnali, è tutto delle cose periture e transeunti e la cui estrema esperienza è pur quella: del finire, del passare, del morire. Ma di quell’uomo che, rendendosi conto della sua finitudine, sa ritrovare la vera bontà e capire in tal modo dove spendere, donare, la propria vita. Come avevano fatto l’Antonio e l’Ernestina in quella semplicità che li ha resi tanto simili alla semplicità di Dio.
Probabilmente sono soltanto storie di vecchi che non interessano ai giovani. Forse. Comunque sia non bisogna stancarsi di raccontarle, per non dimenticare. Per non scordare che il male c’è, ma che può essere sconfitto. Per convincersi che non si è mai soli, perché Qualcuno veglia sempre su ciascuno di noi. Per scoprire che l’esistenza di ognuno ha un destino, perché ha una destinazione.
“La ricerca costante di una vita eterna”, aveva pensato il nostro don Camillo in quel 20 marzo tutto particolare.

 

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