28 marzo 2018

È tornato don Camillo/51. Storie di bambini

di Samuele Pinna
(con illustrazione interna di Erica Fabbroni)

Ogni anno don Camillo redivivo celebrava una Santa Messa per quell’intenzione di suffragio. La signora Giovanna era stata sempre presente, ma una volta passata a miglior vita don Augusto non si dimenticò di quell’affare spirituale. Il fatto accaduto temporibus illis era stato un avvenimento triste, di quelli che nei libri di storia non si leggono. Eppure aveva segnato la vita di tante persone e della signora Giovanna in particolare. Lei, come era consuetudine allora, si era sposata presto e, così giovane e ingenua, viveva la sua esistenza spensierata e da favola. Il marito era un pezzo grosso del Partito fascista e avevano una grande casa fuori dal paese, con un altrettanto enorme giardino in una vasta proprietà, con una moltitudine di servitù e comodità di ogni genere. Era, dunque, gente rispettata, perché temuta e ricca. Il marito della Giovanna, inoltre, non si faceva pregare a farsi ossequiare e chi si rifiutava veniva convinto, anche con una mitragliata, se era il caso. A proposito di pregare: la Giovanna era una donna di fede e tutti si domandavano come una creatura tanto delicata, con un animo assai gentile, avesse potuto innamorarsi della bestia di quello che diventò il suo sposo. Ma tant’è. Forse la colpa è da attribuire alla giovane età o al fatto che spesso, quando si innamorano, le donne perdono ogni capacità critica e, nel momento in cui si accorgono del danno, fanno di tutto per rendere insopportabile la vita al congiunto, ma difficilmente a riconoscere l’errore, se non in cuor loro. Di là da una psicologia spicciola e da quattro soldi, i motivi possono essere i più diversi. Sta di fatto, che la Giovanna continuava a essere innamorata, non certo del marito, ma dell’ideale che si era costruito nella sua mente e figurato nel suo intimo.

Erano gli anni del ventennio e la Giovanna, ormai vicina alla trentina, aveva cresciuto un bell’ometto di dieci anni circa. Poi, basta, non vennero altri figli, il buon Dio non le aveva più concesso di procreare. Quel bambino, lo si capisce da sé, era tutto per lei, tenendo pure conto che il marito era talmente affaccendato dalla politica, che svariate volte non si ricordava neppure di avere una famiglia. La Giovanna aveva, inoltre, tirato su un altro bambino, dell’età del suo ragazzotto e che considerava come un figlio. In realtà, il padre era il giardiniere e il factotum della villa, di stirpe ebraica, mentre la madre era morta nel darlo alla luce. Il marito della Giovanna non si era liberato di quel ragazzino e di suo papà, soltanto perché sarebbe successo il finimondo. D’altronde, era convinto che sua moglie fosse soggiogata dalla predicazione del Parroco del paese, il quale riusciva persino a dire in pubblico che tuti gli uomini sono uguali. Per quieto vivere, decise di soprassedere e non denunciò il suo salariato con prole.

La Giovanna, poi, non sapeva un fico secco dei traffici del consorte, ossia dei sacrifici fatti per la Patria e per mantenersi all’interno dei precari equilibri del Partito, non era cioè a conoscenza delle porcherie con cui l’amato sposo si era sporcato le mani.
Di queste cose da grandi, i due bambini erano del tutto ignari e vivevano la loro infanzia lieta e giocosa. Il figlio del giardiniere tuttofare si chiamava Saul, come il primo Re d’Israele, mentre l’altro, quello della Giovanna, Benito Maria: il primo nome era stato fortemente voluto dal padre, per evidenti motivi, mentre il secondo, quasi per bilanciare, dalla madre. Anche se non si occupava di politica, la Giovanna si intendeva di fede, essendo una fervente cattolica impegnata in pratiche di devozione e di carità.

E tutto andò via liscio, fino a quando non giunse la guerra, portatrice di mali opprimenti, e il dramma nel dramma scoppiò proprio mentre stava per volgere alla fine. Nel frattempo, Benito Maria e Saul crescevano nell’amicizia come fratelli, e forse di più. Il piccolo giardiniere era basso e pacioccone, non grasso, ma paffutello, sì, e ispirava spontanea simpatia. Benito Maria, invece, era un po’ più alto di quelli della sua età, magrolino e sempre in movimento, con quegli occhi azzurri intensi che aveva ereditato dalla madre, donna straordinariamente affascinante.

Ogni cosa si svolgeva in modo tranquillo in quella casa da sogni, ma i due bambini spesso riuscivano a combinarle grosse, seppur sempre nel limite di quelle marachelle che possono fare i ragazzini.
A una certo punto, verso la fine del conflitto, la villa era stata requisita dall’esercito tedesco come base operativa. I proprietari continuavano a viverci, ma l’usufrutto era tutto dei soldati nazisti.
Una sera, ed era una sera disgraziata quella lì, i due piccoli amici invece di andare a dormire, uscirono di soppiatto, senza farsi vedere dai genitori, nella noncuranza dei militari. Desideravano fare, e certi desideri sono irrinunciabili a una certa età, un saltino nella casetta di legno al di là del giardino, che si erano costruiti. Avevano voglia di avventura e di rimpinzarsi, divorando tutto quel cioccolato, che, per giorni interni, avevano “preso” con meticolosità dalla dispensa, senza farsi accorgere da nessuno.
Arrivarono al nascondiglio e svuotarono le tasche strapiene, c’era da rendere allegra più che una serata.

A ogni buon conto, le cose si misero subito per il verso sbagliato, perché iniziò a piovere come diolamandava. Gli scrosci erano talmente forti, che la casetta sembrava non reggere con il rischio di sfasciarsi da un momento all’altro sotto la potenza di quell’acquazzone.
Benito Maria, a cui piacevano da matti le avventure, sarebbe corso a casa, solo per la gioia di inzupparsi, mentre Saul lo fece ragionare.

«In questo modo, però», disse all’amico con fare preoccupato, «ci scoprirebbero! E sarebbero botte!».
Forse la Giovanna li avrebbe solo redarguiti, ma il padre di Saul, al contrario, gli avrebbe spiegato le cose a suon di scapaccioni. Se, al contrario, a scoprirli fosse stato il padre di Benito Maria, la punizione sarebbe stata esemplare. Solo all’idea, i ragazzi furono attraversati da brividi di terrore.
E si sa, la paura può giocare brutti scherzi, così come la cattiveria, perché a fare il male ci vuole poco: basta una parola fuori posto, insinuare un dubbio, dire qualcosa con leggerezza. E, in una sera di primavera, vai a scoprire chi e come, qualcuno aveva spifferato all’ Herr Kommandant che il padre di Saul faceva parte di quel popolo dalla cosiddetta razza inferiore.
Più fuori impazziva la bufera e più in casa le cose peggioravano. In un italiano stentato e tagliente, l’ufficiale nazista aveva spiegato al marito della Giovanna che non li avrebbero ammazzati tutti solo per il rispetto dovuto al Duce e alla carica che questi gli aveva affidato. Volle, però, che quell’uomo, il padre di Saul, fosse immediatamente fucilato.

«Ha figli?», disse poi con fare duro il comandante tedesco. Dopo mille minacce e pressioni, il padre di Benito Maria, dovette cedere.
«Sì», sussurrò con un filo di voce, «ha figli».
Di figlio, in realtà, ne aveva soltanto uno, ma va’ a spiegarlo a un barbaro, quando anche da noi la grammatica e l’ermeneutica sono un bella e buona porcheria!
D’altro canto, di quei benedetti figli non ne se vedeva l’ombra, perché si erano dati alla macchia, malgrado non sapessero che avrebbero dovuto scappare da un pericolo ben maggiore.
Da parte loro, i due ragazzi erano tranquillamente appollaiati nella loro casetta sull’albero con la faccia sporca di cioccolata, quando la pioggia torrenziale sembrava lasciar posto a una molto più leggera.
«Tu cosa vuoi fare da grande?», chiese a un certo punto Saul.
«Non lo so ancora», rispose l’altro meditabondo, «vorrei aiutare gli altri. La mamma me lo ripete sempre: una vita bella è quando possiamo servire il prossimo. Lei fa tanto bene, lo sai?».
«Sì, lo so», disse serio l’altro, di quella serietà che hanno solo i bambini quando stanno dicendo una cosa importante, «mio padre ripete sempre che dobbiamo tanto a tua madre. Per me è un po’ come se fosse la mia…».

La pioggia fuori scemava a poco a poco.
«Comunque», riprese l’altro, «sono indeciso: vorrei fare il prete, perché è molto bravo il nostro Reverendo. Papà, però, dice che sarà un problema, perché a un certo punto mi verrà sicuramente voglia di sposarmi. Ma a me non piacciono le ragazze…».
«Neanche a me!», confermò Saul, ridendo, «Sono così noiose…».
«Quindi o il prete», concluse solennemente il discorso Benito Maria, «o il soldato, per portare pace in ogni luogo!».
«Che bello!», esclamò l’amico, «Io, invece, voglio fare il medico, per salvare più vite possibili e guarire chi non può curarsi da solo. Tuttavia, non mi dispiacerebbe continuare a fare il giardiniere alla tenuta, così potremmo stare ancora assieme…».

Alla fine, decisero come unica cosa sicura che non avrebbero avuto a che fare con nessuna bambina e che si sarebbero considerati fratelli qui e nell’altra vita. Se sulla prima era prevedibile qualche ripensamento, sulla seconda non c’era dubbio alcuno.
Siccome aveva smesso di piovere e, anzi, cose strane della natura, il vento aveva spazzato via dal cielo le nubi, lasciando intravedere una bellissima notte stellata, i due bambini decisero che era giunto il momento di tornare alla base.
Quando erano ormai prossimi alla villa, si accorsero che nell’aria c’era qualcosa di strano, un insolito subbuglio abitava infatti il giardino. Escogitarono, pertanto, un piano per entrare di nascosto in casa. Non ce la fecero. Un giovane soldato nazista li incrociò, gli buttò addosso un faro tanto potente da accecarli e gli chiese con una voce da far paura chi fossero.
Saul gli spiegò il più velocemente possibile chi era lui e quello domandò duro chi fosse invece l’altro.
«Mio fratello», disse con un sorriso Saul, che non voleva che Benito Maria fosse punito. Lui, d’altronde, se la sarebbe cavata con qualche manrovescio, ma il suo amico rischiava molto di più, se la cosa veniva a conoscenza del padre e con quel caos in giro era assai probabile.
«Sì», rispose l’amico con un altro sorriso complice, ma anche pieno d’affetto, «sono suo fratello».
Per un attimo erano stati in grado di guardarsi negli occhi, uno sguardo che due persone possono reggere solamente se a legarli c’è una vera amicizia. Avevano entrambi paura di quel soldato e, pertanto, si presero per mano, per darsi forza e incoraggiarsi a vicenda.
Non riuscirono neppure a stringersele, che una raffica di mitra li colpì, mettendo fine alle loro piccole eppure grandi vite. Prima ancora di avere conferma sull’accaduto, capendo tutto in un istante, la Giovanna si accosciò per terra, gettando un urlo che, si racconta ancora oggi, lo si sentì anche in paese.

Questa storia, che fa ancora commuovere il nostro pretone quando la ricorda, è frutto dell’odio, quello piccolo di chi non ha avuto remore di spargere il male con parole vane e quello di coloro che, in modo incomprensibilmente grave, l’hanno attuato con l’assassinio.
“Ci sarà il giudizio di Dio!”. Erano le uniche parole che si riuscivano a strappare alla Giovanna sulla faccenda, la quale, sempre a motivo dell’odio, perdette il marito nell’immediato dopo guerra. I “rossi”, infatti, avevano troppe cose in sospeso con lui: dopo un giudizio sommario, decisero di liquidarlo in giardino, esattamente dove era stato ucciso suo figlio.
E ogni anno, in quell’angolo di terra, bagnata dalla pioggia e scaldata dal sole, il nostro don Camillo si recava per dire una Santa Messa a suffragio di quei due bambini dalle anime benedette, che mediante la loro amicizia, avevano mostrato l’assurdità dell’odio, purtroppo ancora troppo presente nei cuori degli uomini.
Eloi, Eloi, lemà sabactàni…
Nell’intimo sconquassato di don Augusto, risuonavano con vigore, di una forza insopportabile, le parole di Cristo in croce.
«Padre», disse in sussurro, stringendo forte il crocifisso tra le mani, tanto da farsi venire le nocche bianche, «perdona loro perché non sapevano quello che stavano facendo!».


 

0 commenti :

Posta un commento