08 marzo 2018

Il puntatore. La casa benedetta

di Aurelio Porfiri
Ricordo i tempi della mia infanzia, tempi in cui si aspettava il sacerdote della tua parrocchia per venire a benedire la casa nel tempo di Pasqua. Qualche volta, quando facevo il chierichetto, andavo anch’io per accompagnare il parroco nelle case. Era in fondo un tempo bello, forse perché eravamo molto più giovani. Il sacerdote andava in giro per la casa e benediceva gli ambienti, così da mettere anche le cose, non solo le persone, sotto la protezione di Dio.
Oggi, la gran parte dei sacerdoti ti prevengono: non sono qui per benedire le cose, ma le persone! Vabbeh, dici, meglio non fare problemi, anche perché spesso i sacerdoti che ti vengono a casa sono perfetti sconosciuti, appaltati dai parroci per questo servizio, visto che probabilmente mancando mano d’opera (carenza di vocazioni) loro non hanno tempo per farlo. E invece proprio il parroco dovrebbe andare, per riprendere contatto con i tanti che non si avvicinano più alla parrocchia. Certamente troverebbero tante porte chiuse, oramai l’indifferenza è la nostra nuova religione. Ma lui, il parroco, dovrebbe andare come pecora in mezzo ai lupi, perché quei lupi non sono cattivi, ma semplicemente sazi e disperati.
Oggi aspettavamo qualcuno per la benedizione: nessuno si è presentato. Forse fanno bene: prevengono la delusione delle porte chiuse non venendo direttamente. Se fosse venuto gli avrei detto: va bene, benedici le persone, ma pure gli ambienti. Perché Dio si manifesta anche nei luoghi in cui viviamo, nel modo in cui li viviamo, nella memoria che ne facciamo. Al massimo, se proprio non mi credete, sprecherete qualche goccia d’acqua santa.

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