29 marzo 2018

Il puntatore. Pasqua in musica

di Aurelio Porfiri
Nei recenti decenni abbiamo scialato un patrimonio di memorie auditive per avere in cambio il nulla estetico. Pensiamo ad alcuni dei canti che accompagnano il triduo santo e la Pasqua.

Nel giovedì santo c’è l’Ubi Charitas, canto che veniva spesso riservato per la lavanda dei piedi. Sempre per questo giorno e per la lavanda dei piedi c’è la bellissima antifona Domine, tu mihi lavas pedes?, in forma responsoriale, che potrebbe benissimo essere insegnata ad un’assemblea se ci fosse la volontà in questo senso (e non c’è, siamo ben chiari in questo senso).

Nel venerdì il rito cerca di fare spazio al silenzio e al tremendo sacrificio che si sta commemorando, il canto diviene dolente, quasi un invettiva, come negli improperi del Popule meus, di cui abbiamo anche superbe versioni polifoniche. Poi il bellissimo Crux fidelis, dalla penna di Venanzio Fortunato, di cui ricordo la bellissima versione polifonica del mio grande Maestro, Cardinale Domenico Bartolucci (che dovrei molto nominare anche per altri suoi stupendi brani per il triduo pasquale). Questo inno è sempre stato uno dei miei favoriti, con quelle belle parole: Dulce lignum, dulces claves, dulce pondus sustinet.

Nel sabato santo ecco Cristo lumen, la dolcezza del Sicut cervus, l’esplosione del gloria e degli alleluia. La complessa liturgia di questo giorno molto offriva alla musica.

E a Pasqua, finalmente il canto del Victimae Paschali Laudes e del Regina Coeli. Molto bello anche l’acclamazione al Vangelo, Alleluia Pascha Nostrum, una delle mie favorite di tutto il repertorio.
Questi testi formavano una memoria condivisa importante, un segno culturale che incideva nella vita delle persone. Cosa abbiamo ottenuto dalla rimozione di questi canti?
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