22 marzo 2018

Il puntatore. Un libro sul dissenso

di Aurelio Porfiri
Negli ultimi anni sento di essere più libero, che da un certo punto di vista significa migliore ma dall’altro significa anche più responsabilizzato. Prima ero più legato a non disturbare troppo i sistemi in cui mi trovavo ad esistere e ad operare, oggi li guardo anche con rispetto, ma cerco di non farmi fagocitare da loro. La mia è una libertà tentatrice, una libertà che è sempre in bilico all’imbocco della doppia via di cui ci erudisce la Didache.

Oggi so anche apprezzare pensatori lontani, almeno apparentemente, dall’alveo cattolico in cui, con non celata sofferenza personale, sono cresciuto e maturato e in cui, Dio volente, vorrei cercare di morire. Ma oggi non si muore più in quell’abbraccio consolante di un tempo, oggi si scompare, si viene a mancare, si decede.

Dicevo dei pensatori lontani, in apparenza. Uno di essi è Diego Fusaro, che pur se si richiama ancora alle tentazioni marxiste, ha certamente una acutezza di pensiero non comune e anche lui, mi sembra, non si fa comunque imprigionare nel sistema di pensiero di cui si professa comunque debitore.
Un bel libro per capire tutto questo è “Pensare altrimenti” (2017 Giulio Einaudi Editore), una cavalcata intellettuale dedicata, non a caso “a chi ha ancora il coraggio di camminare con la schiena dritta e di difendere fino alla fine le proprie idee”.

Un libro importante e denso quello di Fusaro, in cui il professore di filosofia cede il passo a volte al polemista ma senza scadere nel becero e nel mediocre, sempre mantenendo il livello del discorso ad un livello alto e nel contempo denso.

Egli nota che la storia dell’umanità è fatta di dissensi: “La rivoluzione e la ribellione, la defezione e la protesta, la rivolta e l’ammutinamento, l’antagonismo e il disaccordo, l’insubordinazione e la sedizione, lo sciopero e la disobbedienza, la resistenza e il sabotaggio, la contestazione e la sollevazione, la guerriglia e l’insurrezione, l’agitazione e il boicottaggio: sono tutte figure proteiformi del dissenso, espressioni plurali che trovano il loro fondamento nell’unica matrice del «sentire altrimenti» rispetto all’ordine, al potere, al discorso dominante”.

Molto ho pensato alle nostre beghe cattoliche, ai dissensi profondi che travagliano la Chiesa di questi tempi. Ma Fusaro, per ovvie ragioni si occupa più di temi sociali e filosofici che strettamente religiosi, ci fa vedere come la nostra libertà tanto asserita non è poi così liberante, come in fondo nel nostro piccolo notiamo che esiste una misericordia che non è poi così misericordiosa: “La civiltà dei consumi, mediante le strategie della manipolazione organizzata e della fabbrica dei consensi, ma poi anche per mezzo dell’opera costante e inflessibile dei sacerdoti del politicamente corretto (circo mediatico, clero giornalistico e accademico, ceto intellettuale ecc.), impone un’ortodossia totale, una vera e propria cattività simbolica che rende superflui i roghi e la cicuta. Produce un allineamento irriflesso e costante delle menti, mantenendole stabilmente entro i confini dell’ordine simbolico e della sovrastruttura glorificante la struttura socioeconomica dominante”. Non ci sembra qualcosa in cui possiamo riconoscerci, almeno in parte?
Insomma, un testo pieno di spunti di riflessione importanti, che non si deve accettare in toto ma che non potrà che offrire numerosissimi spunti di riflessione.

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