03 marzo 2018

"Io accuso", il cinema nazista e l'eutanasia.

di Gianmaria Spagnoletti
già pubblicato su La Croce
«Io accuso» («Ich klage an») è un film tedesco diretto da Wolfgang Liebeneiner nel 1941 e prodotto in collaborazione con il Ministero della Propaganda del Terzo Reich. Il suo scopo era di giustificare agli occhi dell’opinione pubblica l’”Azione T4”, ovvero la soppressione sistematica dei malati di mente e degli handicappati gravi. Il film narra la storia di Hanna Heyt, la giovane moglie di un medico, bella, vivace e che ama godersi la vita. Per celebrare la nomina del marito Thomas a capo di un istituto di Monaco di Baviera, la donna decide di dare una festa. Ma proprio nel bel mezzo di un concerto, un crampo improvviso le impedisce di continuare a suonare il pianoforte. Il responso di una visita specialistica è terribile: Hanna ha la sclerosi multipla. Il marito, sconvolto, indirizza tutto il suo laboratorio verso la ricerca di una cura, ma nel frattempo la malattia si aggrava e la donna diventa poco alla volta sempre più debole. Sapendo qual è il decorso finale del morbo, Hanna prega il Dr. Bernhard Lang, medico e da sempre amico di Thomas, di sopprimerla quando il dolore diventerà insopportabile. Ma Lang, inorridito, si rifiuta. Poco più tardi fa la stessa richiesta al marito, implorandolo di ucciderla quando lei non sarà più «la sua Hanna», prima di diventare qualcos’altro: sorda, cieca o non più in grado di capire («idiotisch» in lingua originale). 

Nel corso delle ricerche avviate dal Dr. Heyt improvvisamente si fa strada la speranza di aver trovato una cura, e Hanna comincia a sognare una vita nuova dopo la guarigione. La speranza, però, si rivela fallace, e Hanna ricade in un cupo pessimismo. Dopo una impressionante crisi respiratoria, il Dr. Heyt somministra a Hanna un’overdose di anestetico e, dopo un «ti amo» sussurrato tra marito e moglie, Hanna muore.
Quando il Dr. Lang viene a sapere che il Dr. Heyt ha ucciso Hanna, afferma, sconvolto: «L’aveva chiesto anche a me, ma non l’ho fatto, perché l’amavo!». Al che il marito replica: «Io l’ho fatto perché l’amavo di più». Così, fronte alle altre sue giustificazioni («Non l’ho uccisa, l’ho liberata»), Lang rompe l’amicizia con il collega. 

Durante il processo per omicidio, Heyt rimane sempre in silenzio. Al suo posto parlano i testimoni per tentare di chiarire il movente del delitto. Grazie alla deposizione della domestica emerge che a uccidere la moglie è stato proprio Heyt, il quale si difende dicendo: «L’ho fatto perché amavo mia moglie». 

A sorpresa, dopo molte esitazioni, Lang decide di testimoniare al processo. In attesa del suo arrivo, i membri della Corte trovano il tempo per un breve dibattito nel quale, scartata la valenza cristiana del senso della sofferenza (di cui parla il pastore luterano lì presente), tutti concordano su un punto: perché un malato terminale dovrebbe continuare a vivere se può scegliere di morire? E oltretutto: se veramente il dottore ha soppresso la paziente per evitarle ulteriori sofferenze, questo crea un precedente nella giurisprudenza; in tal caso il diritto a garantire l’uccisione compassionevole non spetterebbe al singolo medico ma allo Stato, che deve concedere ai suoi cittadini il diritto di liberarsi dalle sofferenze, proprio come si riserva il colpo di grazia a un vecchio cane da caccia ormai cieco e malato. 

Finalmente parla il Dr. Lang, il quale viene presentato come un irresponsabile per aver salvato dalla meningite una bambina che, nonostante le cure, è rimasta gravemente handicappata dalla malattia: per questo i genitori, paradossalmente, lo incolpano di non averla lasciata morire in pace. Lang è il testimone che potrebbe ribaltare l’esito del processo; ma se prima riteneva che un medico non avesse diritto di vita e di morte sul malato (perché in contrasto col Giuramento di Ippocrate), ora sembra aver cambiato parere proprio di fronte al caso della piccola, ormai ridotta a una larva. E invece di testimoniare contro l’ex-amico, contribuisce a scagionarlo. Solo allora Heyt apre bocca per autoaccusarsi dell’omicidio della moglie, dichiarando di averlo fatto con motivazioni pietose e chiedendo che lo Stato approvi una legge per consentire ai malati gravi di morire in pace. Il finale rimane aperto.
«Io accuso» è stato giustamente bandito in Germania dopo il 1945: è un film che val la pena ricordare solo per i suoi dialoghi pseudo-scientifici oltre il limite del delirio, e tuttavia la visione (a scopi puramente documentaristici e guidata da un moderatore) aiuterebbe le nuove generazioni a conoscere nei particolari i meccanismi di persuasione della propaganda nazista e le aberranti giustificazioni usate per legittimare l’uccisione dei pazienti incurabili: la malattia terribile, il “caso pietoso”, la morte vista come unica soluzione, il processo e il capovolgimento della legge. Giocando sul titolo, analizzare questo film oggi servirebbe a fare una “accusa” a rovescio per chiamare finalmente “male” il male, e per capire qual è il vero “totalitarismo di ritorno” che l’Italia rischia.
 

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