27 marzo 2018

La cantata. Ricordati che devi morire

di Razzullo
Chi non ricorda il povero Massimo Troisi, in “Non ci resta che piangere”, che – già atterrito dalla sommaria esecuzione del povero Remigio, si imbatte (lui pensieroso sul balcone) nel monaco che gli rivolge il più ferale degli avvisi: “Ricordati che devi morire”?

Ne abbiamo riso tutti, continuiamo a farlo. Giustamente. La scena è divertentissima, magistrale. Perché – soprattutto – racconta di uno scontro di civiltà. Il bidello Mario (interpretato dall’attore napoletano) è l’uomo della modernità che, complice un destino cinico e baro, finisce catapultato nell’immaginaria Frittole del 1492 (“quasi-mille-e-cinque”). Il Medioevo, in quegli anni, volge alla fine. Eppure sopravvivono usi, costumi, modi di intendere la vita che la contemporaneità ha spazzato via.

Quel monaco, un po’ svagato e iettatore, gli ricorda l’ovvio. Iettatore, appunto. È così che oggi può essere inteso chi parla a ogni piè sospinto di morte, anche se la nostra (con ogni probabilità) è l’era più terrorizzata di tutte. Per l’uomo di oggi (e anche per molti cattolici è così) la morte è un tabù. Perché è la fine di ogni cosa, almeno terrena. Ricordarsene è turbarsi, invitare alla tristezza e al contemplare la propria finitezza, cosa che l’homo oeconomicus non può nemmeno ammettere senza deprimersi. Quante pubblicità, quanti film, quanti spot ci invitano invece a “vivere senza limiti”? Quante volte, credendo che limiti non ce ne siano, finiamo invece ingabbiati in una cella angusta, prigionieri di sbarre scintillanti e all’ultima moda, a foggia di bisogni indotti, sempre nuovi, che non credevamo di avere?

Il “Ricordati che devi morire” non è un invito all’angoscia, come lo interpreta l’uomo di oggi. E nemmeno lo sprone a vivere alla giornata, al passa-oggi-che-vien-domani. Tutt’altro. E’ un concetto, altissimo, che dovremmo (ri)fare nostro per vivere, finalmente, senza paura e senza ansie. Capace di spazzare via, in un colpo, la fugacità e l’inconsistenza del mondano attuale.

Sembra un paradosso, ma non lo è. Se almeno una volta al giorno ci ricordassimo della nostra pochezza, del nostro essere finiti, del nostro essere in definitiva uomini e donne, riusciremmo a zittire molte di quelle paturnie che l’instancabile voce di dentro, quella che frulla in ogni cervello, ci ripete in continuazione. Riusciremmo ad azzerrare, con una piccola meditazione, le frustrazioni, i rimbrotti e i rimpianti. Sapendo e interiorizzando il fatto che la morte è in noi e non fuori, capiremmo che la nostra vita è un dono e come tale va vissuta fino in fondo, fino al massimo delle nostre potenzialità. Darsi sempre, senza aspettare, senza delegare, senza lasciar passare una sola ora del nostro tempo nell’ozio, padre di tutti i vizi. Saremmo in grado di stabilire, ogni giorno, le autentiche priorità del tempo finito che ci è dato in sorte di vivere.

Ci accetteremmo e ci compiremmo, così come siamo – finalmente – e non come il mondo vorrebbe che fossimo: sempre affamati, sempre angosciati, all’eterna ricerca di un bisogno nuovo e inedito da soddisfare.



 

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