06 marzo 2018

La cantata. Viaggio a Trinqueballe

di Razzullo
Di fesserie, in giro, se ne sentono tante. Il problema è che stanno iniziando ad avere, loro, diritto di cittadinanza. Se tu le contesti, se tu il cretino senza cuore. Solo qualche esempio, qua e là, raccattato sul web.
C’è un tizio che scrive ai domenicani chiedendogli lumi: l’Eucaristia, secondo lui, è un rito violento; mangiare il Cristo è qualcosa di estremamente cruento. Scrive così: “Se penso a questo mi fa impressione ricevere in bocca una parte del mio Dio. Lui che ha abolito i sacrifici cruenti di animali e di altro tipo non capisco perché ci permette di mangiare il Corpo di Lui fatto uomo”. E poi aggiunge, con la presunzione tipica di chi si permette di dare consigli non richiesti niente di meno che a Nostro Signore: “Intendo dire che, se avesse voluto, avrebbe potuto farci commemorare il Suo sacrificio per noi con una pratica meno cruenta [...] mi rimane difficile concentrarmi nella preghiera quando La ricevo perché penso che sia non giusto mangiare e masticare un pezzo del mio Creatore che ha già fatto tanto per me”. 

Altrove, c’è chi si preoccupa di poter consumare l’ostia senza glutine e chi si infervora e protesta per consentire ai cani di poter assistere alla Santa Messa. Non sono più fenomeni di sparuta minoranza, mattane di buontemponi, stranezze da illuministi fuori tempo massimo. È la quotidianità, ormai. Il dibattito, sempre più scemo, che piglia in considerazione le panzane dei tantissimi invece che rigettarle senza remore. Per strappare uno spettatore in più a messa, perché questi tutto sono men che fedeli, dal momento che la loro egotica bontà ha bisogno di far scuola persino alla Chiesa, sposa di Cristo. 

Spero che il lettore stia sorridendo di tutto questo, temo che invece si sia messo a pensare, magari pensa che sono troppo duro, che nulla mi costerebbe un’apertura piccola piccola: massì, che male può fare tutto ciò, dimostrarsi aperti alla sensibilità contemporanea? 

Ce lo dice Anatole France. Il grande scrittore francese, ignominiosamente “schiaffeggiato da morto”, ebbe a scrivere pagine grandiose, profetiche. Nel racconto “Il miracolo del Gran Santo Nicola”, immagina il destino dei tre bimbi salvati dal salatoio dell’oste infame grazie alla preghiera del Vescovo (che nel racconto non è più il santo di Licia ma un altro e favolistico personaggio), intrecciato a quello della bella e virtuosa Miranda, nipote orfana del Santo, cresciuta negli ottimi insegnamenti della Fede da una buona vedova. 

Dei tre bambini, uno, Massimo, diventa un militare tanto feroce quanto imbecille che violenterà Miranda. Un altro, Robin, diventa un truffaldino, strozzino al soldo dei grandi usurai internazionali che detengono il (vero) potere, lui a Miranda strapperà via persino l’ultima collanina, l’ultima veste. L’ultimo, Sulpicio, si fa prete. E a Miranda la farà ancora più sporca:
“Un giorno che l’uomo di Dio (Nicola ndr) piangeva sul chiostro della cattedrale sul deplorevole stato della Chiesa di Vervignole, fu distratto nelle sue meditazioni da strane urla e vide una donna interamente nuda che camminava a quattro zampe, con una piuma di pavone piantata a guisa di coda. Ella s’avvicinava abbaiando, leccando la terra e sbuffando. I suoi capelli biondi erano coperti di fango e tutto il corpo sudicio di immondizie. Il santo vescovo Nicola riconobbe in quell’infelice creature la nipote Miranda”. 
Miranda, interrogata da San Nicola suo zio, risponde:
“No, zio mio, non ho affatto vergogna. Avrei, anzi, vergogna d’un altro contegno e d’un’altra andatura. Così bisogna mettersi e tenersi se si vuol piacere a Dio. Il santo fratello Sulpicio m’ha insegnato a rassomigliare alle bestie, che sono più vicine a Dio degli uomini, perché non hanno peccato”.
Solo lei? Macché: “Ben presto la città di Trinqueballe fu piena di uomini e donne nudi che camminavano a quattro zampe abbaiando; si chiamavano gli Edenici e volevano ricondurre il mondo ai tempi della perfetta innocenza, prima della sventurata creazione di Adamo ed Eva”.
Ecco, adesso ditemi se nell’era delle libertà sempre più compresse, nell’epoca del primato assoluto della finanza e nel tempo del fraintedimento più totale del cristianesimo, non vi pare d’essere finiti anche voi a Trinqueballe.


 

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