04 marzo 2018

L'eredità del '68

di Lorenzo Zuppini
Il senso della storia consiste nel darci la possibilità di effettuare valutazioni postume e comode, riconoscendo errori, orrori, per evitare di commetterne di nuovi e di simili. O almeno così dicono. Spesso, però, tutto ciò crea l’alibi  perfetto per maramaldeggiare e tirar fuori spettri del passato ormai sbiaditi anche sui libri di storia. Antifascismo, antirazzismo, è tutto un “anti”, segno tangibile che coloro che si trovano vuoti di contenuti pescano a casaccio nel cesto dei ricordi - mai vissuti - per ergersi a paladini della memoria, una sorta di pax deorum, salendo sulla cattedra dei migliori ed emanando arbitrariamente sentenze di decenza. Ignoranti allo sbaraglio, ma questo è un parere personale, perché non è accettabile che qualcuno, definendosi amante dell’Italia democratica, abbatta il diritto altrui di coltivare idee ed esporle all’interno del perimetro segnato dalla legge. 

Dov’è la matrice di questo baccano? Nel ’68 e nel suo spirito sfascista, nella sua irresponsabilità, nella lotta perenne contro il padre, la rivolta permanente contro il padrone e lo stato di infantilità e giocosità cui versavano i ribelli di ieri e gli scemi di oggi. Del padre, e della famiglia intesa come organizzazione patriarcale, niente veniva più accettato. Nessun compromesso. I figli dovevano obbligatoriamente ribellarsi alla patria potestà e le donne dovevano, a loro volta, ribellarsi contro la natura: niente più figli, il corpo è mio e questa potestà la si allarga anche all’essere vivente che ho contribuito a creare, che è sorto dal mio libertinaggio sessuale: in poche parole, il “diritto” non forma più un binomio inscindibile col “dovere”. Una donna che rinuncia a parte delle proprie ambizioni per crescere i figli? Una poveraccia. Un uomo, il marito, che siede a capotavola? Uno schiavista. E i professori, persone che impongono una certa condotta pena la somministrazione di punizioni? Roba vecchia, da adesso in poi gli studenti saranno padroni del proprio destino e capiranno e apprenderanno autonomamente. Picchetti davanti le scuole, autogestioni, occupazioni, bavagli sulle bocche degli insegnanti non omologati a questo pensiero sfascista. 

Ecco il retaggio culturale: le nostre università occupate da anni e anni da gruppi di estrema sinistra che, già con la sola occupazione di stanze pubbliche, voglion dimostrare la loro avversione ad un generico sistema che non esiste, perché siamo noi che lo componiamo. Il professor Panebianco insultato e minacciato durante una sua lezione, Giampaolo Pensa contestato se non aggredito durante le presentazioni dei suoi libri di revisionismo sulla resistenza: fatti, non opinioni, che dunque dovrebbero entrare a far parte della storia da studiare. Ma la continua ed inarrestabile rivoluzione non permette di prender fiato, il boicottaggio e la marcia devono prevalere su tutto. Persino sulla ragione.
Quanta arroganza e quanto estremismo. Quanta supponenza e quanta stupidità. La dittatura del giovanilismo porta con sé, immancabilmente, questi fattori. 

Ditelo ai Renzi e ai Di Maio, che si fanno beffa dei vecchi venuti prima di loro, straparlando di diritto a prendere il loro posto, senza però aver mai dato prova di averne le capacità. Il retaggio culturale, in questo caso, si chiama demagogia: fare perno sul malcontento generale, che in Italia è sempre esagerato, per rendere decenti dei cambiamenti indecenti. Il concetto stesso di progressismo è assurdo: perché dovrebbe essere sbagliata la tutela, la conservazione di noi stessi, nel nome di una rivoluzione culturale permanente? Lo sappiamo tutti: al tempo, la Madre Patria Russia era vista come l’eldorado, come l’oasi nel deserto del capitalismo occidentale. Ho-Chi-Min in Vietnam, Castro e Che Guevara a Cuba, Mao in Cina erano le nuove frontiere del benessere, sebbene fossero i cubani a fuggire verso Miami e non il contrario. Giuseppe Bottazzi, detto Peppone, quando andò in Russia con Don Camillo, si rese conto coi suoi stessi occhi che il paradiso tanto sperato e tanto propagandato si era rivelato invece l’inferno in terra. Ah, se dessimo più retta i preti! E da lì la strada per gli anni di piombo risultò spianata: la pesante eredità del ’68, forse la più pesante perché calcolabile in vite umane perse, è proprio questo retaggio: l’avversione totale nei confronti di un nemico, elevato ad Arcinemico, che sfocerà inevitabilmente in una guerra senza eslusione di colpi. Uccidere un fascista non era reato, intonavano gli esagitati nelle piazze impugnando le P38. Oggi, modernizzandosi, ci dicono che zittire un fascista è un dovere, fingendo di non sapere che questo processo di esclusione dal dibattito consiste (anche) nell’utilizzo della violenza. In origine i nemici erano la borghesia e il capitalismo, spodestati oggi dal fantomatico fascismo che, così dicono, sta tornando a grandi falcate. Nilde Iotti era più serena di Emanuele Fiano, pensate voi. 

A proposito della Iotti, di Togliatti e del Partito comunista: pensate anche che furono loro a contribuire a che la nostra Costituzione reciti che “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”, intendendo con ciò che la si configura come società preesistente addirittura allo Stato stesso, ritenendo che solo il matrimonio contratto da un uomo e da una donna possa portare alla sua creazione. Gli eredi di costoro, oggi, ci dicono che la rivoluzione consiste anche nel garantire questa possibilità, elevandola a diritto, praticamente a chiunque, affiancandovi ovviamente anche la genitorialità. Edonismo elevato all’ennesima potenza, perché le rivoluzioni si fanno prima di tutto per sé stessi. 

Un totale fallimento, sebbene in qualcosa siano riusciti quelli del ’68: importare dagli Stati Uniti il totem dei nuovi tabù lessicali. Oggi è conosciuto come Politicamente Corretto, revisione in salsa moderna del Partito Comunista che ambiva a creare un Uomo nuovo la cui libertà di pensiero sarebbe stata così limitata da impedirne l’autodeterminazione materiale e culturale. Ecco, i parrucconi benpensanti che oggi impongo la dittatura del Pensiero Unico tramite il politically correct, ieri propugnavano la libertà di costumi e di linguaggio, l’affrancamento dal pudore e dagli insegnamenti dei genitori. È questa la rappresentazione plastica di come le loro riforme culturali siano finite, giustamente, nei cessi, lasciando a galla il cascame putrefatto di un pensiero che da rivoluzione si è rivelato ultra-conformista.
Siccome dalla loro parte, la parte dei Giusti e dei Migliori, i posti sono grazie a Dio terminati, sediamo dalla parte degli eretici. La vera trasgressione, oggi, consiste in questo. 

 

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