29 marzo 2018

Lo scandalo delle adozioni etiopi e la genitorialità

di Lorenzo Zuppini
Non posso copiare un articolo, dunque posso solo consigliarvi di leggerlo. Si tratta del pezzo su Il Foglio intitolato “La storia indicibile di un’adozione”, di Valentina Furnaletto. Parla Marta, madre adottiva di Rediet e Meles, rispettivamente otto e dieci anni, arrivati dall’Etiopia. Una donna il cui ventre non sarebbe stato in grado di accoglierli, ma la cui bontà e voglia di maternità la avevano resa paziente e disponibile. Lei e il marito aspettano sei anni e pagano trentamila euro, accolgono Rediet sebbene non sia sana come era stato invece raccontato. Il dono della genitorialità è presente in questa coppia. Il problema sorge allorquando vengono a galla le vere storie di questi due bambini. Non sono orfani, Rediet ha detto alla madre che sarebbe tornata dopo aver studiato in Italia presso la famiglia adottiva, Meles ha addirittura già vissuto l’esperienza di questa tipologia forzata di adozione: portò di peso il fratellino sul pulmino bianco per essere “spedito” altrove, applaudito per questo dal padre, sebbene adesso Meles sogni i pugnetti del fratello che battono sul vetro dell’autobus che si allontana. Marta ha raccontato a Valentina Furnaletto di correre la notte dal figlio che piange disperato, consolandolo al meglio che può, ma invano. Una gioia si è trasformata in un incubo, e questa storia viene confermata da molte altre famiglie adottive. L’ente accreditato che ha seguito l’adozione nega qualsiasi tipo di stortura nella pratica adottiva, affermando che i bambini inventano problemi senza alcun valido motivo. La realtà è che tutti i bambini adottati da altre coppie raccontano la solita storia: un pulmino bianco che gira per i villaggi poveri dell’Etiopia e va letteralmente a caccia di bambini. Genitori ingannati, altri talmente disperati da volersi disfare dei figli, una grande opacità ovunque, e file di bambini disgraziati che stanno vivendo una vita che non è la loro, con persone che non sono quelle giuste, quelle adatte, perché un essere umano non lo si può costringere in una condizione da lui ripudiata.

Nel loro passato c’era poco o niente: miseria, fame, violenza, tutto quel che volete, ma oltre a tutto ciò erano presenti le loro famiglie naturali che, per il sol fatto di essere presenti, lasciano una traccia indelebile che nessuna pratica adottiva può cancellare. Le notti e gli incubi ne sono la prova. Erano in buona fede questi genitori italiani, tanto che Marta racconta che, se lo avesse saputo prima, non li avrebbe adottati preferendo aiutare direttamente quelle famiglie etiopi. Temi di attualità compaiono davanti ai nostri occhi. Fette di mondo devastate da fattori che si mischiano e che rischiano di rimanere deserte se questo Occidente non smette di essere una calamita, con un buonismo assurdo e senza costrutto che finisce per essere il terreno fertile per approfittatori e mercanti di esseri umani. Non v’è una gran differenza tra colui che lucra sull’immigrato che approda qui su una nave Ong e colui che invece trae il solito profitto organizzando queste pseudo adozioni. C’è di fondo l’essere umano trasformato in merce, in future banconote, e i terzi e quarti mondi divenuti bacini naturali da cui pescare questa merce contraffatta, perché nei due casi sopracitati è una truffa parlare di immigrati e di adottati: è pura merce di scambio che certa ideologia delle nostre parti accetta di buon grado travestendola da carità cristiana, da alta filantropia, nascondendo sotto il tappeto delle buone intenzioni la massa di polvere. Quelle urla notturne li desteranno dal torpore.
Ci viene detto che chiunque può essere genitore, a patto che ne abbia voglia. La storia di Rediet e Meles, nella sua crudeltà, racconta l’esatto contrario. E non è spiegabile il perché, non è dato a sapersi, essendo tal motivo probabilmente contenuto nell’odore che il seno della mamma esala e che rende quieto il bambino in preda al pianto. Lo ripeto per chi volesse girarci attorno tentando di svitare questo concetto: è inutile cercare una logica in ciò che semplicemente esiste: noi possiamo solo prenderne atto. Elton John raccontò di quando venne partorito suo figlio dalla madre affittata, col neonato a cui non venne dato il tempo di calmarsi attaccandosi al suo seno perché un contratto stabiliva che i suoi genitori erano due uomini, Elton e David. La superstar britannica racconta dell’imbarazzo presente nella sala parto per le urla del bambino che chiedeva semplicemente di poter annusare sua madre, ma che era finito inesorabilmente tra le braccia dei suoi nuovi genitori i quali avevano il diritto (sottolineo ed evidenzio) di tenerlo con sé. È evidente che Marta, la madre adottiva di cui ho parlato poc’anzi, niente abbia a che vedere con questo abominio: lei addirittura si è pentita dell’adozione dei due bambini, ammettendo a sé stessa che la vita coi loro genitori naturali sarebbe stata migliore. Eppure, accantonando per un attimo i brividi che generano queste storie dell’orrore (per chi scrive, quella di Elton John è decisamente peggiore), un concetto diviene nitido: il legame tra un bambino e i suoi genitori non può essere spezzato, né tantomeno nascosto. Può, in taluni casi, vivere in simbiosi con quello che ha instaurato coi genitori adottivi, ma certamente non scomparirà. E se è agghiacciante la presenza di quel pulmino bianco che gira tra i poveri rubandogli i figli, è sconcertante che la cultura relativista che imperversa in Occidente accetti, anzi propagandi, l’affitto dell’utero delle donne le quali forniranno figli a chi non può averne. Il tutto nel nome dell’appagamento di un desiderio personale.
Marta, dolendosi della condizione dei suoi due figli adottivi, ha dato un grande esempio di umiltà e di coraggio: la sua voglia di maternità non può sovrastare il diritto di quei bambini di crescere coi loro veri genitori. Chissà che non sia troppo tardi anche per Elton John.

 

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