03 marzo 2018

"Placuit Deo" e l'eccellenza del cattolicesimo

di Amicizia San Benedetto Brixia
La mattina del 1 Marzo è stata presentata la lettera “Placuit Deo” della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il testo ha colto tutti di sorpresa, visto e considerato che in questi mesi le questioni tradizionali e il loro sviluppo secondo linee classiche non sono state troppo presenti nelle agende vaticane. “Placuit Deo” rappresenta una felice eccezione sul panorama. 
Firmata da Ladaria e Morandi, rispettivamente Prefetto e Segretario della Congregazione, approvata il 16 febbraio scorso dal Sommo Pontefice Francesco, la lettera si pone in continuità con la Dominus Iesus e riprende con linguaggio fermo e chiaro alcune questioni fondamentali circa la salvezza cristiana. Il punto di partenza riguarda il modo con cui i contemporanei intendono tale salvezza: «Da una parte, l’individualismo centrato sul soggetto autonomo tende a vedere l’uomo come essere la cui realizzazione dipende dalle sole sue forze... D’altra parte, si diffonde la visione di una salvezza meramente interiore, la quale suscita magari una forte convinzione personale, oppure un intenso sentimento, di essere uniti a Dio, ma senza assumere, guarire e rinnovare le nostre relazioni con gli altri e con il mondo creato» (n.2). Tale alternativa è vista, mutatis mutandis, come il ripresentarsi di vecchie eresie, rispettivamente il pelagianesimo e lo gnosticismo. Entrambe sviliscono il ruolo del Cristo, senza il quale non vi è salvezza – verità rifiutata dagli individualismi pelagiani - e che ci ha dato la salvezza attraverso l’evento dell’Incarnazione e della Pasqua – verità rifiutata dagli spiritualismi gnostici.

Questa salvezza infine, proprio a motivo del compito di mediazione e dello spessore di concretezza storica assunta dal Signore, si incontra in un luogo preciso: la Chiesa. «Il luogo dove riceviamo la salvezza portata da Gesù è la Chiesa, comunità di coloro che, essendo stati incorporati al nuovo ordine di relazioni inaugurato da Cristo, possono ricevere la pienezza dello Spirito di Cristo (cf. Rom 8,9)... La salvezza che Dio ci offre, infatti, non si ottiene con le sole forze individuali, come vorrebbe il neo-pelagianesimo, ma attraverso i rapporti che nascono dal Figlio di Dio incarnato e che formano la comunione della Chiesa. Inoltre, dato che la grazia che Cristo ci dona non è, come pretende la visione neo-gnostica, una salvezza meramente interiore, ma che ci introduce nelle relazioni concrete che Lui stesso ha vissuto, la Chiesa è una comunità visibile: in essa tocchiamo la carne di Gesù, in modo singolare nei fratelli più poveri e sofferenti» (n.12). E successivamente si specifica, a scanso di dubbi, che «la partecipazione, nella Chiesa, al nuovo ordine di rapporti inaugurati da Gesù avviene tramite i sacramenti, tra i quali il Battesimo è la porta,[20] e l’Eucaristia la sorgente e il culmine.[21] Si vede così, da una parte, l’inconsistenza delle pretese di auto-salvezza, che contano sulle sole forze umane. La fede confessa, al contrario, che siamo salvati tramite il Battesimo... Con la grazia dei sette sacramenti, i credenti continuamente crescono e si rigenerano, soprattutto quando il cammino si fa più faticoso e non mancano le cadute... In questo modo guardiamo con speranza l’ultimo giudizio, in cui ogni persona sarà giudicata sulla concretezza del suo amore (cf. Rom 13,8-10), specialmente verso i più deboli (cf. Mt 25,31-46)» (n.13).
Come ho scritto, “Placuit Deo” si pone nel solco della Dominus Iesus, eppure non riprende espressamente le discusse formule affrontate da quella dichiarazione, in particolare manca il passaggio relativo al subsistit in, ma ciò non vale a dire che manchino importanti spunti in merito a tali tematiche. 

Se pure è vero che la definizione di Chiesa è riferita alla dimensione comunitaria (e non metafisica), la partecipazione a Essa è apertamente legata all’azione dei sacramenti (e non a qualche sociologia); inoltre, il valore della fede – immagino che il riferimento interessi i protestanti – si lega alla confessione che sgorga dalla fede stessa circa la necessità dell’opera battesimale; tra i sacramenti infine si dà una gerarchia tale per cui, se il Battesimo è la porta (e ne deriva che ogni cristiano è introdotto, grazie a tale porta, alla salvezza di Cristo), solo l’Eucaristia è culmine e fonte (e quindi solo le Chiese tradizionali godono della pienezza e della generatività), e solo la Penitenza aiuta a procedere in questo cammino in cui “non mancano le cadute”.

Forse pecco di ingenuità, ma a mio giudizio questa impostazione del discorso riafferma con potenza l’eccellenza del cattolicesimo, mentre trova un linguaggio per proseguire nel dialogo ecumenico, senza peraltro illudere gli acattolici circa la parzialità (manca il culmen eucaristico) e fragilità (manca il rimedio del confessionale) delle loro confessioni.
 
“In questo modo”, e cioè per il dono dei sacramenti, veniamo preparati al Giudizio finale, che non consiste in una collezione di sacramenti (vince chi ne ha ricevuti di più), ma in una verifica circa la “concretezza dell’amore, specialmente verso i più deboli” (vince chi, grazie ai sacramenti, ha imparato maggiormente ad amare come Gesù ha amato). E anche quest’ultimo passaggio lo reputo prezioso: chissà che questo aiuti a rilanciare la pastorale, ricordando ai fedeli che non sono tenuti a fare incetta di sacramenti, ma ad accostarvisi con sincerità – per quel che gli è richiesto e concesso – nella prospettiva di imparare l’amore cristiano. D’altra parte nel punto successivo (n.14) si ricorda che «grazie ai sacramenti i cristiani possono vivere in fedeltà alla carne di Cristo» e poi si ribadisce l’ordine teologico che va da Cristo ai Sacramenti ai poveri: « in fedeltà alla carne di Cristo e in fedeltà all’ordine concreto di rapporti che Egli ci ha donato. Quest’ordine di rapporti richiede, in modo particolare, la cura dell’umanità sofferente di tutti gli uomini, tramite le opere di misericordia corporali e spirituali». 

La lettera conclude con un invito missionario semplice e potente: «La consapevolezza della vita piena in cui Gesù Salvatore ci introduce spinge i cristiani alla missione, per annunciare a tutti gli uomini la gioia e la luce del Vangelo.[24] In questo sforzo saranno anche pronti a stabilire un dialogo sincero e costruttivo con i credenti di altre religioni, nella fiducia che Dio può condurre verso la salvezza in Cristo «tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia».[25] Mentre si dedica con tutte le sue forze all’evangelizzazione, la Chiesa continua ad invocare la venuta definitiva del Salvatore, poiché «nella speranza siamo stati salvati» (Rom 8,24)» (n.15). 
In poche righe si fissano tutte le priorità: anzitutto bisogna essere consapevoli della pienezza di vita ricevuta da Cristo (il cui culmen è l’Eucaristia); quindi si va ad annunciare la gioia e la luce del Vangelo (noterei che gioia è divenuto il sinonimo di verità, questo meriterebbe altri approfondimenti); tale annuncio implica uno sforzo; all’interno di tale annuncio si possono stabilire forme di dialogo (il dialogo non toglie minimamente che la Chiesa debba continuare ad evangelizzare, cioè ad annunciare “con tutte le sue forze”); infine si indica il ritorno di Cristo, questa è la meta missionaria, e non l’equilibrio sociale destinato a sfociare nel relativismo. 

Cosa aggiungere? Anzitutto attendiamo di vedere quali più profondi commenti e quali echi e sviluppi avrà questo testo. Ma nel frattempo mi permetto di rallegrarmi, perché in questi 15 numeri troviamo una risposta molto significativa alle domande sconfortate che avevamo espresso col contributo nell’ultimo libro di Campari & de Maistre: «Se ho qualche ragione nelle tesi presentate, ne possiamo dedurre che lo stesso concetto di Missione ha da patirne e non poco; più precisamente non stupisce che, dopo aver abbandonato lo zelo avventuriero e forse incline al proselitismo (però in cerca di proseliti del Cristo Salvatore e non degli uomini-di-chiesa) della missio ad gentes, dopo aver ridotto le missioni a ONG al pari di tante altre, ora addirittura iniziamo ad abbandonare postazioni tanto all’estero quanto in casa nostra. Non solo non si evangelizza, ma si cedono le chiese e gli spazi cristiani (di culto o di convivenza) all’uso indiscriminato di acattolici, cui nessuno propone non dico la conversione, ma almeno l’annuncio del Vangelo» (Amicizia San Benedetto Brixia, Res amissa. La perduta cosa, in Campari & de Maistre, Fino alla fine del mondo, Historica 2017).  

0 commenti :

Posta un commento