06 marzo 2018

RITORNARE ALLA FILOSOFIA OCCIDENTALE \ 2

(OVVERO CATTOLICA GRECITA’)
«Dio è il pedagogo dell’universo»
(Platone, Leggi, X 897)
di Matteo Donadoni
Prima di “passare al bosco” avevamo definito la validità universale del pensiero greco. In un certo senso possiamo dire che gli antichi stessi ebbero sentore del fatto che i messaggi da loro comunicati avessero questo carattere. Platone - in Epinomide 987e - tramanda un concetto che ci rivela tutta la consapevolezza che i Greci stessi avevano della propria originalità, anche quando accoglievano intuizioni di altri popoli per farle proprie, infatti: «Possiamo essere certi che quanto i greci hanno recepito dai barbari [1], poi l’hanno perfezionato in sommo grado».

Su tutti è emblematico l’aneddoto a noi tramandato riguardo Zeusi, il più grande pittore del suo tempo (e che sarebbe degnamente membro onorario del nostro “Club Waterhouse”), il quale ai discepoli che gli domandavano la ragione per cui continuasse a lavorare tanto su quadri che già sembravano perfetti, rispose: “Perché dipingo l'eternità”. Platone diceva che il filosofo è colui che guarda l'eterno e cerca di esprimerlo. E un messaggio che guarda l'eterno vale, al di là dei tempi, sempre. Questo è un modo di pensare desiderabile per chiunque intenda avere una visione spirituale e filosofica della vita. Ebbene, ogni atto creativo in qualsiasi arte e scienza, ogni scultura, ogni forma poetica e letteraria, fino all'ultimo zoccolo di sileno, tutto lo sforzo intellettuale che scaturì dal genio ellenico va in questa direzione. Tutto non ha riscontri in altre società. Tanto grande fu il miracolo ellenico. In questo senso noi siamo veramente come disse Bernardo di Chartres: “ nanos gigantium umeris insidentes”, nani seduti sulle spalle di giganti. Non perché cerchiamo l’ipse dixit, ma perché cerchiamo la Verità.

Proprio per questa validità universale, la grande applicabilità dei valori espressi è, ad esempio, ampiamente dimostrata all'interno della cultura cristiana dai Padri Cappadoci, che sono stati studiati dallo Jaeger nella sua opera conclusiva “Cristianesimo primitivo e paideia greca”. Anche il sommo pontefice Giovanni Paolo II nell'enciclica Fides et Ratio richiamò all'opera di Gregorio di Nazianzo indicandola addirittura come un esempio di quel rapporto di “circolarità” instaurato fra pensiero filosofico e parola di Dio, da cui la filosofia stessa esce arricchita: «La conferma della fecondità di un simile rapporto è offerta dalla vicenda personale di grandi teologi cristiani che si segnalarono anche come grandi filosofi, lasciando scritti di così alto valore speculativo, da giustificarne l'affiancamento ai maestri della filosofia antica» [2]. E lo sa il Cielo quanto ne avremmo bisogno oggi.

Da un punto di vista puramente laico, possiamo inoltre affermare che, fin dai primi filosofi della storia del pensiero umano, c'è stata in un certo senso un'attesa e certamente una ricerca appassionata per conoscere il divino Logos, il principio dell'universo in cui tutte le cose sono state create, la fonte e la luce di ogni vera sapienza. Quella luce che tutto fa comprendere, perché tutto avvolge e tutto compenetra. I Greci lo chiamarono genericamente “arché”. Essi, pur non avendo avuto la grazia della divina rivelazione, tuttavia, non cessarono mai di scandagliare con la forza dell'intelletto le verità che riguardano l’essere, Dio e l'uomo, il mondo del divenire, l’infinito e l'immortalità. Nel carcere, in attesa di bere la cicuta, Socrate conversa sul destino delle anime dopo la morte, sereno, fermo nella forza del Logos: «Ma è ormai venuta l'ora di andare: io a morire, e voi, invece, a vivere. Ma chi di noi vada verso ciò che è meglio, è oscuro a tutti, tranne che al Dio» (Apologia, 42a).

Se il Cristianesimo (considerato simpliciter come dottrina) è la più grande forza educativa della storia, resta comunque vero che esso è anche in accordo con la filosofia. Werner Jaeger, inoltre, precisa: «La grande differenza appunto fra il cristianesimo e ogni filosofia umana, è che quello considerava la venuta del Logos nell’uomo non come il risultato di uno sforzo umano ma come un processo che parte dall’iniziativa divina. Ma Platone, nell’ultima sua grande opera, le Leggi, non aveva insegnato che il Logos è l’aureo vincolo per il quale il Legislatore e Maestro e l’opera sua sono uniti al Nous divino? E non aveva forse collocato l’uomo in un universo che con il suo ordine perfetto e nella sua perfetta armonia era un modello eterno per la vita dell’uomo? Il cosmos del Timeo platonico rendeva possibile l’educazione dell’uomo, perché, per essere realizzata, essa richiedeva un mondo ordinato e non il caos. Nelle Leggi troviamo una enunciazione che riferisce a Dio, come alla prima fonte, tutto quello che in quest’opera è detto sulla paideia: Dio è il pedagogo dell’universo, ὀ θεὸς παιδαγωγεῖ τὸν κόσμον [«Dio è il pedagogo dell’universo», X 897]. Il sofista Protagora aveva affermato una volta che l’uomo è la misura di tutte le cose, stabilendo così la relatività di ogni educazione. Platone rovescia questa sentenza famosa di Protagora e la corregge in questo senso: Dio è la misura di tutte le cose [Leggi, IV 716]. Per Origene Cristo è l’educatore che traduce in realtà queste idee sublimi» (ibìd., pp. 87 sg.). Dopo Platone, lo Stagirita organizzerà la razionalità filosofica colmando le aporie del platonismo. E, oltre a Origene, dobbiamo considerare innanzitutto i Padri della Cappadocia Basilio, Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazianzo, e poi via via Agostino fino alla Scolastica. Questi autori, oltre che grandi teologi, sono stati filosofi, e hanno fatta propria questa scienza come elemento essenziale della civiltà e della cultura.

Il più grande teologo cristiano di lingua greca, Gregorio di Nazianzo, forse l’esempio più splendido di equilibrio tra fede e cultura, aveva del logos la massima stima, vedendo in esso non solo ciò che distingue l'uomo da ogni altro animale, ma ben più importante, anche ciò che lo collega con il Logos divino. Lo considerava quindi come dono di Dio agli uomini: «Questo io offro a Dio, questo io dedico a lui, quell'unica cosa che ho conservato a me stesso, quella cosa che costituisce la mia unica ricchezza. Le altre cose infatti le ho abbandonate al comandamento e allo Spirito, e, dando in cambio tutte le ricchezze che una volta possedevo, mi sono procurato la perla preziosa... io tengo con me soltanto il logos, perché io adoro il Logos [...] faccio di lui il compagno della mia vita, il consigliere buono, il buon convivente, la guida sulla strada che conduce in alto e il pronto compagno di lotta» [3]. Non è necessario precisare in questa sede che il Logos non è la Gnosi, il Logos è Cristo. Ad ogni modo, già due secoli prima un filosofo platonico di Flavia Neapolis, convertitosi al cristianesimo e che la Chiesa celebra fra i suoi padri come San Giustino martire, diceva nella sua apologetica: «Abbiamo appreso che Cristo è il primogenito di Dio ed abbiamo ricordato che è il Logos, di cui partecipa tutto il genere umano. Coloro che hanno vissuto secondo il Logos sono cristiani, anche se sono stati considerati atei, come tra i Greci, Socrate ed Eraclito» [4]. Ed anche: «La filosofia è, in realtà, la ricchezza più grande e più preziosa per Dio, l’unica che ci porta verso di Lui e ci unisce a Lui, e sono davvero tali coloro che hanno dedicato la loro mente alla filosofia. Tuttavia, molti hanno dimenticato che cosa sia la filosofia e per quale ragione sia stata inviata agli uomini: viceversa non vi sarebbero stati né Platonici, né Stoici, né Peripatetici, né Teoretici, né Pitagorici, perché questa sapienza è una sola [5]».

Infatti come scrive Giovanni Paolo II, nell’incipit dell’Enciclica Fides et ratio: «La fede e la ragione sono come le due ali, con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verità». Perché facciamo questo discorso? Perché non è mai un bene per nessuno dare per scontato che il lettore sappia dove giunge il ragionatore onesto. Ricordiamo le parole di Agostino: «Dove giunge, infatti, ogni buon ragionatore, se non alla verità? Poiché la verità non giunge a se stessa col ragionamento, ma è ciò a cui tendono coloro che ragionano. Vedi lì un’armonia che non ha pari, e congiungiti ad essa. Riconosci che tu non sei ciò che essa è; appunto perché non cerca se stessa; invece tu sei giunto ad essa cercandola, non di luogo in luogo, ma con l’appassionato movimento della mente, affinché l’uomo interiore si congiunga a ciò che abita in lui con un piacere non infimo e carnale, ma sommo e spirituale [6]». Sarebbe bastato partire da qui, ora che ci penso. Ma vale la pena valutare tutto, d’altra parte, non è forse scritto «Il Regno di Dio è simile a uno scriba che trae dal suo tesoro cose vecchie e cose nuove» (Mt. , 13,52), e «Esaminate tutto, ritenete ciò che è buono» (I Ts., 5,21)? Il pensare necessita a volte di fare lunghi giri per solo per mostrarci di essere al punto di partenza, non al fine di rimanervi, ma per consapevolezza, per sapere cosa fare. Come la chioccia gira le uova in continuazione, così l’uomo che pensa deve fare con i pensieri. Perché, tutto sommato, il filosofare non significa volare sul nido del cuculo, ma saper fare una frittata.



[1] Inizialmente il termine barbaro in greco indicava, anche se con un certo spirito ironico, lo straniero solamente come “balbettante”. Omero in Iliade II, 867 utilizza βαρβαροφώνων che indica la sola diversità linguistica, e il proposito storiografico di Erodoto è lungi dall’esprimere qualsiasi intento misobarbarico. Solamente in conseguenza dello scontro mortale con la Persia, ormai nel V secolo, si ebbe la svolta che portò ad identificare i barbari con gli stranieri rozzi, incivili e schiavi, in contrapposizione con i Greci liberi. Si consideri ad esempio l’episodio del sogno di Atossa ne “I Persiani” di Eschilo, nel quale due donne – una barbara e una greca – sono aggiogate al carro di Serse, e, mentre la barbara accetta la schiavitù, la fiera greca si ribella e trascinando via il carro lo schianta.
[2] Johannes Paulus II, Fides et ratio : i rapporti tra fede e ragione : testo integrale : lettera enciclica / di S.S. Papa Giovanni Paolo II ; Casale Monferrato [AL] : Piemme, 1998.
[3] Gregorio di Nazianzo, Tutte le orazioni, a cura di C. Moreschini, Bompiani 2000.
[4] Giustino, Prima apologia, in Apologie, a cura di G. Girgenti, Rusconi 1995.
[5] Giustino, Dialogo con Trifone, in Apologie, a cura di G. Girgenti, Rusconi 1995.
[6] Aurelio Agostino, La vera religione, a cura di O.Grassi, Rusconi, Milano 1997, XXXIX, 72.
 

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