24 marzo 2018

Ritornare alla filosofia occidentale

Ovvero la greca cattolicità

«Chi, pur avendo una sola voce, si trasforma in quadrupede, bipede e tripede?»
(La Sfinge di Tebe)
di Matteo Donadoni
Abbiamo tutti sentito parlare di filosofie orientali, almeno quanto il fatto di non dare ossi al cane, ma di fatto non esistono filosofie orientali, o meglio, si tratta solamente di religioni e tradizioni. La filosofia nasce in Grecia, e gli ossi al cane si possono dare. Essa è, sia come parola sia come concetto, creazione del genio ellenico per la sua peculiare vocazione teoretica, dall’oriente vennero alcune conoscenze astronomiche e matematico-geometriche, ma i Greci seppero ripensarle, strutturandole in una dimensione teoretica, mentre per gli orientali queste scienze avevano solamente un fine pratico. Così, se gli Egizi svilupparono e trasmisero l’arte del calcolo, i Pitagorici idearono la teoria del numero. Se i Babilonesi fecero uso di precise rilevazioni di carattere astronomico, furono i Greci a trasformarle in un’organica scienza astronomica, tanto che Eratostene riuscì a calcolare la circonferenza (seguendo Parmenide) della terra con un’approssimazione risibile considerati i mezzi, nel XIX secolo poi, si diffuse la voce che fosse piatta. In nessun’altra antica civiltà possiamo riscontrare qualcosa di analogo in senso specifico: ciò costituisce una superiorità qualitativa, senza la comprensione della quale non è possibile capire lo sviluppo originale della civiltà occidentale, né le cause dell’arretratezza di tutte le altre (sic!). La scienza, a quanto pare, non è possibile in ogni cultura. Sono necessari dei presupposti teoretici, che sono quelli propri della civiltà occidentale, e allo stesso modo esistono idee che rendono strutturalmente impossibile il nascere di determinate concezioni che sono costitutive dell’intera scienza. È stata la filosofia a gettare le basi razionali che hanno generato la scienza.

Ovviamente, in passato, non sono mancate obiezioni, alle quali però non è difficile opporre prove schiaccianti:
a) In epoca classica nessuno dei filosofi menziona una possibile derivazione della filosofia, amore per il sapere, dall’Oriente.
b) È dimostrato storicamente che nessuno dei popoli con cui i Greci vennero a contatto possedeva una filosofia basata interamente sulla ragione – logos; ma un tipo di conoscenza sapienziale (i gymnosofisti) simile a quella che avevano i Greci stessi prima di inventare la filosofia.
c) Prima di Alessandro Magno (356 – 323 a.C) non risulta che i Greci, mercanti e mercenari presenti in tutta l’Ecumene, avessero avuto la possibilità di consultare direttamente scritti indiani, né egizi, né che vi fosse qualcuno in grado di tradurre i Testi Sacri, né in grado di discutere con sacerdoti o sapienti di quelle regioni. Ad non ogni modo non abbiamo evidenza scientifica che ciò sia avvenuto.
d) Anche se qualche idea è stata presa dalle culture orientali, la filosofia greca rappresenta una forma nuova di espressione spirituale perché: 1- puramente speculativa e 2- di forma rigorosamente logica.

Di che cosa si occupa la filosofia? Di uova e di galline? Anche. La filosofia ha come oggetto la totalità delle cose, o intero, come la religione, le sue due caratteristiche principali sono l'atteggiamento critico con cui essa si propone di esaminare la realtà, e cioè il metodo razionale, e il suo scopo, che è la pura contemplazione della verità. La filosofia nasce nel momento in cui il sapere, inteso per sé, viene visto come un valore; la nostra mentalità materialista, invece, tende a dare importanza solo a quei saperi che possono essere "utili", rifiutando invece quelli che si considerano inutili: per esempio, si va a scuola non di per sé, per ottenere il sapere, ma piuttosto per prepararsi ad un lavoro. Aristotele, esplicitò, codificando quanto era nel sentire greco, il concetto del "sapere per il sapere", dove il sapere diventa un valore di per sé, pur non trovando sempre applicazioni pratiche. La filosofia per Aristotele era la più nobile delle scienze proprio perché "non serve a nulla", ossia perché non ha quel vincolo di "servitù" ed è assolutamente libera: proprio perché priva del legame di servitù é il più nobile dei saperi. Per questo, tecnicamente parlando, una laurea in filosofia (ma anche in teologia) è quanto di più insensato si possa immaginare. La nostra società, invece, vede il sapere in modo alquanto simile a come lo vedevano le società pre-elleniche: gli Egizi, ad esempio, si servivano della matematica in senso "utile", ossia per calcolare le entrate e le uscite, mentre invece si servivano della geometria per tracciare correttamente i confini degli appezzamenti di terra abitualmente cancellati dalle piene del Nilo. Allo stesso modo i popoli Mesopotamici sfruttavano l'astronomia per calcolare le stagioni e per i culti religiosi.

Con i primi filosofi i Greci cominciarono a discostarsi sempre più dal mito e a prediligere il logos, la ragione. Ma il passaggio fu lento e graduale, persino Platone si serve ancora di miti per ciò che non riesce a spiegare. Un esempio della spinta razionale è tuttavia presente sin dal principio. Eraclito, vissuto ad Efeso nel 500 a.C. circa, racconta che Omero, il grande poeta iniziatore della civiltà occidentale, fosse interrogato da alcuni fanciulli con l'indovinello: «cosa è che se prendiamo ci lasciamo dietro e se non prendiamo ci portiamo appresso? ». Eraclito racconta che non essendo stato capace di rispondere (la risposta corretta, per la cronaca, era: "i pidocchi") si uccise. Analoga è la vicenda della Sfinge, creatura mitologica mandata da Era, con corpo leonino, viso di donna e ali d’uccello, che, accovacciata sul monte Ficio, divorava chiunque non fosse stato in grado di risolverne l’enigma - «τί ἐστιν ὃ μίαν ἔχον φωνὴν τετράπουν καὶ δίπουν καὶ τρίπουν γίνεται;» «Chi, pur avendo una sola voce, si trasforma in quadrupede, bipede e tripede?» - e che si uccise perché Edipo seppe risolverlo.

Possiamo osservare come la filosofia antica delinei una parabola di cui si può in qualche modo cogliere la logica, al cui fondamento si pone che il pensiero pensi l’essere:
1) i Presocratici sono affascinati dal mistero del cosmo naturale: ne colgono l'ordine e la bellezza, il logos, e ne cercano l'unitario principio (archè), ma restando sul piano puramente fisico si incagliano nella contraddizione tra essere e divenire.
2) L'esito è la sfiducia nella stessa possibilità di conoscere oggettivamente la realtà, sfiducia di cui si fanno interpreti i sofisti e soprattutto gli Scettici.
3) Ma la spinta verso la verità è inarrestabile. In particolare non si può rinunciare a sapere chi è l'uomo, in questa direzione si muove Socrate: egli cerca la verità assoluta sull'uomo, e paga con la sua vita la fedeltà a questa ricerca, ma non trova un fondamento adeguato alla sua sapienza sull'uomo (anthròpyne sophia).
3.1) Toccherà a Platone trovare questo fondamento, che gli consente di impostare una soluzione alle contraddizione in cui si era incagliato il pensiero presocratico: il suo fondamentale guadagno è che il principio della realtà sensibile è oltre il sensibile, è in un mondo intelligibile (le idee), che può essere raggiunto dal pensiero e anzi del pensiero stesso è fondamento (posto che il pensiero pensi l’essere). Ma la filosofia platonica, pur avendo colto come la verità del mondo materiale sia in un livello immateriale, spirituale, darà troppo poco spazio alla materia, e quindi → 3.2) toccherà ad Aristotele rivalutare l'importanza del mondo sensibile, dove in fin dei conti l’uomo vive, “sozein ta phenomena ”. Con lui la filosofia greca raggiunge un livello ineguagliato di sistematicità. Per Aristotele la realtà è ordinata, è una armonia di sostanze composte di materia e di forma, e l'intelligenza umana può cogliere questo ordine. Tuttavia nemmeno a lui riesce di poter "salvare" l’uomo: l'esistenza del singolo uomo e la realtà concreta della sua vita non sono salvate, non hanno senso, sono qualcosa di casuale. Il pensiero greco non trova soluzione alla materia, servirà la Rivelazione Giudaico-Cristiana. Per questo si sviluppano le filosofie successive, che sono in un certo senso esistenziali.
4) le filosofie ellenistiche cercheranno di rimediare a tali lacune delle grandi sintesi di Platone e Aristotele, occupandosi di più della vita concreta del singolo (la filosofia è anche arte del vivere!), di qui il loro disinteresse per il cosmo e l'essere, e persino per la politica. Ma questa riduzione etica della filosofia, all'insegna di una rinuncia al fondamento ontologico, si risolverà in proposte essenzialmente consolatorie. La vita fa paura, è come una grande malattia, occorre che la filosofia fornisca dei farmaci (per Epicuro un tetrafarmaco).
Per questo:
5) l'esito ultimo della filosofia classica sarà un rifugio in una trascendenza naturalisticamente intesa (Plotino e il neoplatonismo)
6) o l'accoglimento dell'annuncio cristiano, avvertito ad essa concorrenziale, che spiega fino in fondo il senso dell'essere, da cui si svilupperà la Patristica e la Scolastica. A queste dobbiamo tornare per salvare la nostre povere menti moderne dal naufragio nichilistico-relativista del pensiero occidentale.


 

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