20 marzo 2018

Se la Isoardi contraddice il femminismo

di Lorenzo Zuppini
Le donne non sono libere, e le loro carceriere sono altre donne che indossano la divisa del femminismo militante. MeToo, Non una di meno, chiamatelo come preferite voi, ma il succo non cambia: un ideologismo totalitario e autoritario che non prevede il dissidente, reo, in tal caso, d’eresia.
Elisa Isoardi, compagna di Matteo Salvini, una delle poche donne che vogliono ribellarsi alle catene che la imprigionano, ha dichiarato che “una donna, per quanto in vista, deve sempre dare luce al suo uomo. E la luce, il sostegno, la vicinanza spesso si danno arretrando. Stando nell’ombra”.

Può piacere o meno il concetto espresso, la volontà dichiarata dalla Isoardi, ma non c’è dubbio che si tratti di una scelta autonoma, libera, presa unilateralmente e senza costrizione alcuna. Chi preferisce l’ombra, evitando il centro del palco, è molto più affascinante di chi, in ottemperanza ai dettami di certo Pensiero Unico odierno, sgomita contro il solito nemico che, a prescindere, è individuato come ostile. Il maschio, per farla breve.

Nel caso di specie, oltretutto, appare chiaro come la signora non voglia chiudersi in uno sgabuzzino per non intralciare i lavori, bensì, riconoscendo il successo ottenuto dal compagno nelle recenti elezioni, voglia essergli d’appoggio, di conforto, d’aiuto pur lasciando che sia lui a godersi la scena, essendo lui il portatore della medaglia. Domani, chissà, sarà lei, e il suo Matteo si metterà a sua disposizione.

 Strilla allo scandalo il féminisme à la page, quello che si nutre di tartine e complotti sessisti, salotti composti da signore incantate libertine con sé stesse ma pudiche con tutti gli altri. Sul triste Fatto  Quotidiano, un articolo scritto da qualcuna che doveva senz’altro essere incazzata (per una scelta altrui, quindi boh!) conclude con un monito: “Che gli uomini si adeguino e smettano di aver paura della nostra luce. Ci vorrebbero al buio, noi accenderemo riflettori ovunque. Finché ne avremo la forza”.

Un urlo di guerra, simile a quello che gli indiani d’America intonavano quando andavano all’attacco dell’uomo bianco: oddio, il finale è il medesimo. Difatti l’uomo bianco è ritenuto una minaccia, un attentatore alla dignità del corpo delle donne, della sua integrità morale e fisica, con le tivù berlusconiane, le soubrette, le veline, scollate, scosciate, disinibite, insomma libere di scegliere la strada che più ritengono opportuna per crearsi una vita propria, addirittura autonoma da chiunque altro.

È la solita femminista media, molto chiacchierina ma per niente concludente, che fa la battaglia per poter andare a correre di notte sola in Parco Sempione, ma quando si tratta di una collega che indossa abiti succinti, si concede sul divano di un produttore, entra nella casa di un potente o sceglie di lasciare i riflettori al fidanzato, niente da fare, in questo caso la battaglia si capovolge e il suo tribunale per la libertà diventa un tribunale talebano dove la tutela forzata sfocia inevitabilmente in una flagrante lesione della libertà.

Il perimetro della dignità viene tracciato da delle regole prestabilite da una sorta di aristocrazia del femminismo, e se una donna qualsiasi decide deliberatamente di tenere comportamenti che non vi rientrano, diviene una complice dell’odiatissimo maschio bianco occidentale, al quale vengono ancora rinfacciati i roghi delle streghe di cinquecento anni fa e il delitto d’onore rimasto nel nostro codice troppo a lungo (che, badate bene, riguardava indiscriminatamente maschi e femmine, ma la solita inconcludente femminista niente sa al riguardo: lei discetta di giurisprudenza studiando scienza della comunicazione).

 Andiamo oltre. La signorina Argento dopo vent’anni ha capito di aver subito delle violenze a sfondo sessuale, sebbene allora avesse deciso di consentire a quell’uomo potente di sedersi accanto a lei su quel famoso sofà. È finita come tutti sappiamo, col solito massacro a senso unico, con la crocifissione in sala mensa di quell’uomo che al massimo potrebbe esser definito porco ma sulla cui lapide vi leggeremo che fu orco. In questo incessante marasma di idee, di conformismo e di inesistenti problemi e di inesistenti battaglie, una voce di alza contro il coro: la magnifica Alessandra Cantini, ex candidata alla regione Toscana con Forza Italia.

Alla Zanzara da Cruciani e Parenzo ha detto l’indicibile, ma che come sempre, nei tempi in corso, corrisponde a verità. Asia Argento ottenne dei privilegi dalla sua relazione con Weinstein, e ne ha ottenuti vent’anni dopo, cioè oggi, denunciandolo. E lui è un uomo, non un maiale, potente e che quindi ha degli assi nella manica di un certo calibro per indurre delle donne a concedergli favori sessuali. La Cantini, oltre ad essere bella, è pure disillusa, come solo una donna di mondo sa essere: potere e sessualità vanno di pari passo, inutile negarlo. E queste femministe che prima si concedono e poi distruggono: le definisce “prostitute due volte”, ed è per questo motivo che oggi negli Stati Uniti esistono delle autorizzazioni formali cartacee che due individui possono complicare nel caso vogliano avere rapporti sessuali, così da certificare in un eventuale processo futuro quella che fu una libera scelta, e non certo uno stupro. Le donne, chiosa, sanno perfettamente come utilizzare il proprio corpo per ottenere determinati vantaggi, quindi le uniche che sfruttano quel seno e quel didietro sono proprio loro. Basta con la narrazione tetra di un mondo opprimente e violento, dove le donne vengono perseguitate, violentate, e le uniche dignitose sono le finti amazzoni che infilzano l’uomo bianco con lo spillone della violenza di genere. Io amo Alessandra Cantini e il suo coraggio, voglio urlarlo al mondo intero. Ma, essendo disilluso proprio come lo è lei, so che potrà al massimo ricambiare con un sorriso ammiccante. Sono nelle sue mani.


 

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