29 marzo 2018

Una riflessione sullo stato della Chiesa e del mondo

Giorgio Salzano, nato a Napoli sulla metà del secolo scorso, ha dedicato la sua vita allo studio, con vocazione essenzialmente enciclopedica. Dopo la laurea in Giurisprudenza (1969), ha collezionato per approfondire le sue conoscenze più titoli accademici: dottorato in Religion and Culture alla Drew University (1977); licenza in Teologia (1987) e dottorato in Filosofia (1991) alla Pontificia Università Gregoriana; dottorato in Teologia al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo (2012). Ha insegnato Religione al liceo, Filosofi a alla Pontificia Università Gregoriana e Antropologia culturale all’Università di Teramo. Sue pubblicazioni: Il gioco del sapere (2001); Il dono proibito (2001); L’uomo in causa (2002); Alla ricerca dell’uomo (2006), Democrazia Regale (2014)

di Giorgio Salzano
Sono diversi giorni che vado meditando un post sullo scisma di fatto che travaglia la Chiesa Cattolica, che rende perfino difficile dire che cosa significhi oggi essere “cattolici”. Molto si parla, pubblicamente a quel che pare più tra i fedeli acculturati che tra i chierici, di eresia. Ci si chiede perfino se il Papa possa essere eretico, e se quello regnante di fatto non lo sia. Una possibilità che non si può escludere, senza per questo negare la dottrina della infallibilità papale, proclamata dal Vaticano I per i più solenni pronunciamenti in materia di dottrina e morale, mentre per il magistero pontificio ordinario non si richiede altro che un reverente ascolto, che non obbliga però in coscienza a condividerlo. Di fatti, quando c’era Benedetto XVI, egli era aspramente criticato da una parte, oggi Francesco viene aspramente criticato dall’altra (tralascio quelli che assimilano l’uno all’altro, non in termini positivi, che è impossibile fare, ma in un giudizio negativo). Ovviamente anche io ho una posizione al riguardo, anche se non è difficile vedere dove vadano le mie simpatie; ma non è di questa che voglio parlare, quanto di qualcosa di più elusivo, che mi lascia appunto meditabondo: l’origine delle contrapposizioni.

È stata notata dopo il 4 marzo la scomparsa dei cattolici in politica. Ma questo non è che il segno di qualcosa di più grave: che l’essere cristiani sembra avere perso il suo carattere distintivo. Ci identifichiamo infatti lungo linee di divisione più importanti dell’affermarci seguaci dello stesso signore Gesù Cristo. Non è questa una novità della storia: pensiamo a tutte le divisioni determinate nel passato da differenze linguistiche, nazionali, campanilistiche, che sono andate contro la preghiera che rivolge Gesù nel Vangelo secondo Giovanni al Padre affinché coloro che credono in lui siano una cosa sola come lo sono lui e il Padre. Cosa è dunque che contraddistingue le divisioni odierne da quelle del passato? Quelle divisioni, anche quanto prendevano la veste di dispute dottrinali, erano sempre ascrivibili alla peccaminosità degli uomini. Non più così oggi, quando lo stesso cristianesimo è riguardato come fattore divisivo, non solo da parte degli anti-cristiani, ma stranamente anche da quei cristiani che si pretendono aperti verso un mondo di non cristiani. Necessariamente perciò i cattolici scompaiono dalla politica, perché non hanno più niente di “cattolico”, e cioè universale, da proporre. Fioccano così da una parte le accuse di eresia nei confronti di chi si allontana dalla tradizione, e dall’altra di chiusura mentale nei confronti di chi non si considera appartenente a una tradizione cultural-religiosa tra le altre.

C’è storicamente sullo sfondo di simili posizioni, dentro come fuori della chiesa, la Guerra dei Trent’anni, quando ragioni nazional-dinastiche e religiose si mescolarono nella guerra civile che devastò la cristianità europea. Si stava allora configurando quel nuovo assetto socio-culturale e politico dell’Europa che va sotto il nome di epoca moderna. Tanti sono i fattori che entrano nella sua formazione, variamente enfatizzati nelle diverse analisi di quella che chiamiamo anche modernità: tutti sembrano cospirare nel senso della così detta secolarizzazione – concetto ambiguo che si risolve essenzialmente nella riaffermazione del primato dello stato sulla chiesa, fino al trionfo del “liberalismo”. Uso questa parola in un senso lato, tale da abbracciare tanto il suo senso continentale quanto quello anglo-sassone, come varianti della stessa cosa: una politica stato-centrica, volta alla relativizzazione di tutti i fattori di appartenenza culturale, e quindi religiosa. Nell’odierna globalizzazione super-statuale, tuttavia, la relativizzazione cultural-religiosa inizialmente mirata al cristianesimo arriva a completa maturazione allargandosi a ogni altra tradizione, in questo modo sancendo però al contempo la dissoluzione delle stesse istituzioni, statuali ed accademiche, che l’avevano promossa e sorretta. Così si chiude l’epoca moderna, in una post-modernità in cui il moderno va a male e puzza.

Nel contesto, così brevemente tratteggiato, si iscrivono dunque quelle polemiche infra-ecclesiastiche in cui fioccano le accuse di eresia e di chiusura mentale. Quel che è triste in queste polemiche è l’apparente incapacità delle due parti di render ragione all’altra della propria posizione. Esse sono impostate per lo più in chiave identitaria: con il mantenimento o il rifiuto dell’identità cattolica qual è rappresentata dalla tradizione che è oggetto del contendere. Allora il personaggio di massimo spicco della cristianità cattolica parla di un “chiesa in uscita”, così fustigando i cristiani che mantengono il cristianesimo come la propria identità culturale; mentre questi si chiedono, fosse eretico pure lui? Il dibattito appare nel complesso sterile, con ciascuna parte che tira Gesù, per così dire, dalla giacchetta – pardon, la tunica. Mi viene in mente la famosa incomunicabilità, tanto di moda una sessantina di anni fa all’epoca dell’esistenzialismo, ad esempio nei film di Antonioni: nella dissoluzione del moderno infatti la capacità di comunicare pare venire meno, al punto che la sua mancanza viene presa come lo stato normale delle cose, neanche più come allora oggetto di riflessione. Ed i cristiani, come ho detto, paiono avere poco da dire, agli altri come tra di loro: raramente infatti sanno vedere nella figura di Cristo la chiave proprio di ciò che si richiede per comunicare: quell’unità per la quale egli pregava.

Il discorso si fa lungo. Chiudo perciò questa mia meditazione con un solo esempio: il famoso “porgi l’altra guancia”. Questo non rappresenta un astratto comandamento morale, ma una raccomandazione di profonda sapienza psico-relazionale. Vuol dire che, in una situazione di reciproca aggressività, in cui la violenza rischia di andare fuori controllo, l’unico mezzo per romperne il circolo vizioso è quello di fare qualcosa che spiazza l’interlocutore: tale è, rispetto a chi dà uno schiaffo, il porgere l’altra guancia. Certo, può essere pericoloso, e risolversi nell’essere “messi in croce”; ma, affrontando regalmente la passione, Gesù ci mostra che al di là della croce c’è la resurrezione, e che perciò non dobbiamo avere paura di amare. O, se per questo, di esporci nel ragionare.

Tanti buoni cattolici avvertono un senso di disagio nei confronti della guida odierna della Chiesa da parte dei vescovi, a cominciare da quello di Roma. Non so in verità quali siano i numeri, non avendo avuto occasione di vedere nessun sondaggio di opinione al riguardo, se mai sono stati fatti. Per cui non posso fare che attenermi alle poche persone con cui mi capita di parlare, nonché ai siti e blog che amano richiamarsi alla tradizione cattolica, avvertendo in quel che viene oggi predicato un distacco da essa. Per lo più, tuttavia, almeno stando a quel che ho potuto vedere, difficilmente sanno andare al di là di questa contrapposizione, sapendo spiegare che il loro aderire alla tradizione non è dovuto al suo essere tale, ma alla verità di cui essa è testimonianza.

Possiamo chiederci se un Papa sia eretico? In teoria non dovrebbe essere possibile, essendo il Papa il successore di Pietro, al quale Cristo comandò di “pascere le sue pecore”. La sua inerranza, quando parla ex catedra di dottrina e morale, fu quindi proclamata dogmaticamente dal Concilio Vaticani I; ma essa si reggeva su un meraviglioso equilibrio di tradizione, scrittura e magistero, che purtroppo si è incrinato con il Vaticano II.

 Se lo dovessi descrivere direi così: nella tradizione, che promana direttamente dagli apostoli, immediati testimoni di Gesù, vengono letti i libri in cui la loro testimonianza è stata in parte fissata, a dimostrazione del suo essere “compimento” delle Scritture ebraiche; di essa è custode il magistero dei vescovi, con il Papa quale primus inter pares, incaricato tra l’altro del munus docente di garantire che quella lettura si adegui alla testimonianza vissuta nella tradizione di cui esso, in quanto successione del collegio degli apostoli con Pietro al capo, è portatore. Sappiamo bene quanto nei primi secoli del Cristianesimo il senso del messaggio cristiano così attestato sia andato incontro a controversie, che richiesero una definizione precisa degli insegnamenti, o dogmi, conformi ad esso. Ad allontanarsi della dottrina che fu così fissata come ortodossa non erano tanto i comuni fedeli, quanto i vescovi. Ma, osservava nell’Ottocento John Henry Newman, Roma rimaneva ferma: ciò lo portò alla sua famosa conversione dall’Anglicanesimo al Cattolicesimo, che tanto scalpore fece allora. C’è da chiedersi se troverebbe oggi ragioni sufficienti di conversione.

L’equilibrio, come ho detto, si è incrinato con il Concilio Vaticano II, quando un tanto ben intenzionato quanto fallace irenismo portò a grandi confusioni concettuali. Nel desiderio di porgere una mano ai fratelli separati protestanti, la Dei Verbum identifica scrittura e tradizione, in quanto entrambe provenienti da Cristo. Identificare cose diverse, perché rispondenti a concetti affatto distinti, non poteva andare senza conseguenze. Il magistero, che doveva essere il garante della lettura delle Scritture nella tradizione, si ritrova solo di fronte ad esse, senza il distinto criterio di lettura che viene dalla tradizione.

 

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