25 aprile 2018

Alfie, Thomas e Kate: tre crociati del giorno d’oggi

di Giorgio Enrico Cavallo

Lo volevano morto, ad ogni costo. Morto, perché in questa società che ha dichiarato guerra alla vita abbracciando la cultura della morte, la sua vita, la vita di un bambino gravemente malato, è considerata “futile”. Come un vaso rotto, che si prende e si butta via. Futile. Una parola che fa rabbrividire, pensando che “futile” potrebbe essere chiunque: basta estendere un po’ il concetto di futilità, allargare il cerchio e futili saremo anche noi. È solo questione di tempo, perché il piano è ormai mostruosamente inclinato e nel clima orwelliano della società “democratica” del XXI secolo, è solo questione di tempo perché diventino “futili” gli anziani, “futili” i malati, “futili” coloro che non la pensano come ordina il Grande Fratello.

Bene: lo volevano morto, Alfie Evans. Hanno trovato a difendere la sua vita innocente e inerme due paladini, due moderni crociati: i genitori Kate e Thomas. Non ci sono parole che possano definire le pressioni, i tormenti, le angustie, i dolori e la sofferenza che hanno dovuto patire questi due ventenni: un esempio per tutti noi, addormentati placidamente nella nostra modernità fatta di comodità e, questa volta sì, di futilità. Mamma e papà; giovani; cristiani. Forse, è per questo che Alfie doveva morire: perché quei due giovani genitori erano cristiani e determinati a difendere loro figlio ad ogni costo. Ammazzare Alfie avrebbe avuto il gusto particolare dell’odio alla fede. Non c’è bisogno di troppa fantasia per dirlo: la guerra dei giudici e dell’ospedale-prigione non era contro Alfie, ma contro i genitori, colpevoli di essere cristiani, e di essere cristiani testardi, per giunta. E poi, c’erano loro: i “guerrieri” di Alfie, chiamati a raccolta davanti all’ospedale: cristiani anche loro, testardi anche loro.

A tutti, l’ospedale ripeteva: stiamo agendo nel “miglior interesse” di Alfie. Che equivaleva a morire. Ottimi medici, non c’è che dire: non potendo curare Alfie, hanno fatto come la volpe della fiaba famosa, rinunciando e dicendo che, in fondo, ogni tentativo sarebbe stato vano. Portarlo al Bambin Gesù? Ma no, dai, il viaggio poteva essere rischioso. Meglio sopprimerlo. È il suo “miglior interesse”: tanto, è un individuo “futile”. Il “miglior interesse” di Alfie invece era la vita; che è il miglior interesse di tutti noi. Lo ha ricordato, senza parlare, questo piccolo eroe dei nostri giorni. Lo hanno ricordato, combattendo come leoni, due crociati come Katie e Thomas. Lo hanno ricordato i soldati dell’esercito di Alfie, in preghiera. 
Contro di loro, un ospedale e un giudice evidentemente non imparziale (eufemismo). Ogni ricorso è stato respinto, perfino quello alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Una legge dura, quella del “miglior interesse”, ma che ci volete fare; ai genitori, è stato concesso il macabro contentino di tenere in grembo Alfie al momento del distacco dei macchinari.

Poi, i miracoli. Uno dietro l’altro. Il padre, definito con arroganza “giovane fanatico e deludente”, è riuscito a smuovere perfino il vescovo di Roma. È stato ricevuto da Bergoglio, gli ha chiesto aiuto. Infine, la giornata incredibile del 23 aprile, ricorrenza di san Giorgio, patrono dell’Inghilterra: un primo rinvio di un paio d’ore dell’esecuzione, bastevole perché dall’Italia arrivasse la sospirata notizia della concessione della cittadinanza per Alfie. Azione, questa, che deve aver irritato non poco i signori della morte, che hanno proceduto comunque con il distacco dei macchinari. Ed ecco: Alfie, contro ogni parere medico, ha iniziato a respirare da solo, seppur a fatica.

La vicenda ha del miracoloso, non c’è che dire. Perché per Alfie si è mobilitato il popolo di Dio, rosario alla mano, pregando perché accadesse qualcosa, perché la Madonna concedesse una grazia a quel bambino che stava per essere soppresso per il sadico capriccio di un giudice. Giudice che, l’indomani, non ha concesso l’estradizione del piccolo: potrà tornare a casa, ma tra qualche giorno. Un altro calvario. È evidente che gli aguzzini sperano che Alfie, nel mentre, muoia. Ed è altrettanto evidente che medici e giudici avevano torto, fin dalla premessa di tutta questa storia paradossale: perché Alfie è così “futile” da aver mobilitato migliaia di persone, facendo riscoprire il valore e la sacralità della vita umana. Che è dono di Dio.

Era dunque “futile”, questo bambino? Erano dunque “fanatici” i genitori? Da soli, senza mezzi economici, hanno dichiarato scacco alla perfida Albione e agli interpreti della sua legge. La sola arma di questi crociati moderni: la fede. Una fede che ha per ora ribaltato una partita che sembrava persa su tutti i fronti. Una fede capace di rivelarci che la vita è sacra, che i miracoli esistono e che Dio non è un’astrazione ma è amorosamente concreto. Una fede che squarcia le tenebre che ammorbano questa società giunta al suo capolinea. Grazie, Alfie. Grazie, Kate e Thomas.


 

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