07 aprile 2018

Dio è troppo buono perché ci sia un Inferno?

del cardinale Charles Journet (Il Male. “Saggio Teologico”, Borla, Roma 1993, pp. 241-244)

1) “Dio è troppo buono perché ci sia un inferno; è troppo buono per tollerare un inferno, un inferno eterno!”. Ma è l’uomo che è responsabile dell’inferno, non Dio. Per quanto Egli, nella sua bontà infinita, cerchi di essere soccorrevole verso di noi, Dio non può tollerare che l’uomo Gli voglia resistere. Si dice che «Dio è troppo buono per non perdonare? Ma è proprio quello che fa: tutto, tutto perdona appena il cuore si pente. Se il diavolo si pentisse, sarebbe immediatamente perdonato. Ma il peccato senza pentimento non può essere perdonato, allo stesso modo che Dio non può annientare Se stesso: il diavolo desidera un mondo per sé, un mondo privo di Dio come lui, un fuoco quasi altrettanto penoso per lui quanto quello della carità (e in cui tuttavia la pietà di Dio, che non è assente da nulla, fa sì che si soffra meno di quanto si è meritato). L’amore ha creato tutto per diffondere la bellezza divina, esso non può essere vinto; se mi rifiuto di manifestarlo in misericordia, lo manifesterò in giustizia. Questo rifiuto è il mistero» (J. Maritain, Réponse à Jean Cocteau, p. 15). 

2) Alla fine di Souvenirs d’enfance et de jeunesse, Ernest Renan scrive: «Ricevo molte volte all’anno una lettera anonima che contiene queste parole, scritte sempre con la medesima calligrafia: “Se però ci fosse un inferno!”. Senza dubbio la persona pia che mi scrive vuole la salvezza della mia anima, ed io la ringrazio. Ma l’inferno è un’ipotesi ben poco conforme a ciò che, d’altronde, sappiamo della bontà divina». E continua con lo stesso tono divertito: «L’infinita bontà che ho incontrato a questo mondo m’ispira la convinzione che l’eternità è piena di una bontà non minore, nella quale ho una fiducia assoluta».
“La bontà divina...”: quando Renan pronunzia queste parole, confessa, nel medesimo libro, di essere entrato nella filosofia tedesca “come in un tempio”, e di avere desiderato di essere “cristiano” come Herder, Kant, Fichte.
“Ciò che, d’altronde, sappiamo della bontà divina...”. Ma che cosa sappiamo della bontà divina? Quale libro, quale messaggio ce ne ha rivelato le profondità infinite, le follie, se non il Vangelo? E quale libro, nello stesso tempo, ci ha rivelato tanto i terribili rigori di Dio? 

3) Apriamolo, per sfogliarlo quasi a caso: «Se il tuo occhio destro si scandalizza, toglilo e gettalo lontano da te, poiché è meglio per te perdere una sola delle parti del tuo corpo, che vedere tutto il tuo corpo gettato nella Geenna» (Mt., V, 29); «Entrate per la porta stretta; poiché larga e spaziosa è la via che porta alla perdizione; e molti la seguono?» (Mt., VII, 13); «Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non è forse in nome Tuo che abbiamo profetizzato..., cacciato i demoni..., fatto del miracoli?”. Allora dirò loro in faccia: “Non vi ho mai conosciuti”» (Mt., VII, 22-23); «Colui che mi rinnegherà davanti agli uomini, io lo rinnegherò davanti a mio Padre che è nei cieli» (Mt., X, 33); «Colui che ricerca la sua anima la perderà, e colui che perderà la sua anima per causa mia, la ritroverà» (Mt., X, 39); «Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli che strapperanno dal suo regno tutti gli scandali e gli autori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente in cui sarà pianto e stridore di denti» (Mt., XIII, 41-42, 50); «Allora, di due uomini che sono nei campi, uno sarà preso e l’altro lasciato; di due donne intente a macinare, una sarà presa e l’altra lasciata... Perciò dunque tenetevi pronti..., poiché è nell’ora in cui non ve l’aspettate che verrà il Figlio dell’uomo» (Mt., XXIV, 40-44); «A colui che ha, sarà dato, ed avrà in sovrabbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha» (Mt., XXV, 29). In san Luca troviamo gli stessi avvertimenti: «Quelli che sono sul ciglio della strada sono quelli che hanno udito, poi viene il diavolo che toglie la Parola dal loro cuore per timore che credano e siano salvi» (VIII, 12); «Guai a te, Corozain, guai a te, Betsaida... Nel giorno del giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate con meno rigore di voi» (X, 13-14); «Che accadano scandali è inevitabile, ma guai a colui per colpa del quale accadono! Sarebbe meglio per lui che gli si mettesse una pietra al collo e che fosse gettato nel mare, piuttosto di scandalizzare uno di questi piccoli. State bene in guardia!» (XVII, 1-3). E in san Giovanni: «Non ho forse scelto voi Dodici? Eppure uno di voi è un demonio» (VI, 7); «Sono venuto in questo mondo per un giudizio: perché coloro che non vedono, acquistino la vista, e perché coloro che vedono diventino ciechi» (IX, 39); «Chi ama la sua vita la perde; chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (XII, 25). 

C’è la parabola dell’uomo che è gettato fuori perché non ha voluto procurarsi l’abito nuziale (Mt., XXII, 11-14). C’è, contro gli scribi ed i Farisei ipocriti, la serie delle sette maledizioni, che sono l’opposto di un immenso Amore rifiutato, incapace di contenersi più a lungo: «Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto riunire i tuoi figli, come una gallina riunisce i suoi pulcini sotto le sue ali... e non avete voluto» (Mt., XXIII, 13-31, 37). C’è ancora quella parabola così sconcertante delle vergini sagge e delle vergini stolte: «“Signore, Signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità vi dico: lo non vi conosco!”» (Mt., XXV, 11-12). C’è infine la scena sconvolgente del giudizio universale, la terribile equivalenza delle sentenze e delle sanzioni: «Venite voi benedetti da mio Padre, prendete possesso del regno che vi è stato preparato fin dalla creazione del mondo»; «Allontanatevi da me, maledetti, andate nel fuoco eterno che è stato preparato per il Diavolo e per i suoi angeli» (Mt., XXV, 34, 41). 
E successivamente: «E questi se ne andranno ad una pena eterna ed i giusti alla vita eterna» (XXV, 46). 4)

E c’è di più. Se è vero che il Verbo si è fatto carne, che il Figlio eterno di Dio ha voluto venire in mezzo a noi per morire su di una croce sanguinante, è possibile che una simile avventura, un annientamento così inconcepibile, per parlare come l’Apostolo (Fil., II, 7), un sacrificio il cui valore, poiché è teandrico, è assolutamente infinito, gli sia stato proposto dal Padre celeste, e che egli abbia voluto compierlo liberamente, se non per rimediare a quel male, esso pure infinito a suo modo, salvando gli uomini dalla follia del peccato? Il mistero di una redenzione infinita sarebbe forse spiegabile se non corrispondesse ad una miseria infinita? Tali sono le due infinità che si contendono il cuore dell’uomo.  

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