04 aprile 2018

È tornato don Camillo/52. Un viaggio di parole e di silenzi

di Samuele Pinna
(Con illustrazione interna di Erica Fabbroni)

Erano i giorni immediatamente dopo la santa Pasqua e don Camillo redivivo si era alzato per tempo a motivo del viaggetto in programma. Aveva pregato, poi fatto la barba, come ogni mattina, e una frugale colazione, seppur sempre abbondante. Dopodiché, via, perché il treno per vattelapesca lo aspettava! Appena giunto in stazione, cercò il binario, il vagone e, infine, il posto. Si sedette vicino al finestrino, perché amava vedere coi suoi occhi da bambino il paesaggio. Qualche istante prima che il mezzo partisse, giunse la sua sconosciuta compagna di viaggio. Si trattava di una giovane donna di bell’aspetto, i capelli corvini, un ovale delicato, con labbra carnose ma non eccessive, occhi neri e profondi. Una bella donna, insomma, perché quando una cosa è bella bisogna riconoscere che è semplicemente bella. E il nostro pretone scoprì che non era solo bella fuori, ma anche dentro.

«Buongiorno», la salutò l’omone in talare, «credo che il suo posto sia qui vicino al finestrino…».
«Si figuri, padre», aveva risposto l’altra con tono gentile, «rimanga pure, se lo preferisce».
Quel viaggio non era particolarmente lungo né eccessivamente corto e, pertanto, in quelle circostanze, il nostro don Camillo non disdegnava chiacchierare.
«Non mi sono presentato», disse allungando la manona grossa come un badile, «sono don Augusto».
Quando lei pronunciò il suo nome, rimase come bloccato con la bocca semiaperta.
«Sì», precisò, vedendo la reazione, «sono la figlia del noto magistrato».
Il noto magistrato in questione era diventato, invero, tristemente celebre, perché ucciso barbaramente dalla mafia. Il motivo era abbastanza lampante: siccome era un uomo integerrimo e con la decisa volontà di fare guerra alla criminalità organizzata, ci lasciò le penne come molti altri, veri eroi di un tempo tristemente lungo e famoso. Purtroppo, però, come disse qualcuno, in questa guerra moriva gente di una sola fazione.

«Suo padre è stato un grande uomo, un vero esempio», riuscì a sbiascicare il nostro povero don Camillo tra lo stupito e l’imbarazzato.
«Forse», rispose lei con un delicato sorriso, «era più che altro una persona onesta, che ha sacrificato la sua vita non per un astratto ideale, ma per qualcosa che non si può negoziare, per una giustizia che non può essere bistrattata o abbandonata perché troppo difficoltosa da realizzare».
La giovane donna aveva confidato a don Augusto che parlava a fatica di suo padre, tanto più con uno sconosciuto. Tuttavia, vuoi il suo essere sacerdote vuoi la fiducia che emanava da quella lunga talare nera, i due incominciarono a raccontarsela come vecchi amici.
«E tu come stai?», chiese a un certo punto il pretone alla sua compagna di viaggio, che sorrise trasognata in risposta.

«C’è stato un tempo difficile», aveva esordito e i suoi occhi erano diventati rigonfi di tristezza, «ancora quando mio padre era vivo, ma la sentenza di morte, del tribunale della mafia, era già stata emessa. Essere sotto scorta, limitati in tutto, vedere mio padre sempre preoccupato e mia madre consumata non dalla paura, ma da quella sensazione di pericolo imminente… è stata dura… capivo sempre di più mio papà, ormai ero donna, le sue prese di posizione, anche la sua durezza con noi figli a motivo dell’apprensione… ma in casa condividevamo ogni cosa, eravamo uniti, perché tutti eravamo consci che lui stava seguendo l’unica strada percorribile… non stava buttando via la sua esistenza, ma la viveva con uno scopo giusto, nobile direi ora, per qualcosa di non negoziabile… era pronto e disposto al sacrificio…».
Si fermò un attimo e istintivamente cercò la mano del sacerdote, che la strinse.
«Sono orgogliosa di mio padre», concluse.
«E non puoi non esserlo!», rispose pronto l’altro, «Non mi capacito come possa esserci tanto odio, tanta avidità, tante vite sprecate…».
«Sì», riprese la giovane donna, «anche papà, e non solo, aveva pena dei mafiosi. Mi diceva sempre che dietro a quelle losche figure c’erano uomini e ogni uomo può trovare la redenzione, se lo vuole…».

Il nostro don Camillo non sopportava nessuna ingiustizia e non riusciva a darsi ragione di quel tipo di violenza tanto efferata e diretta contro coloro che hanno il compito di vigilare perché il mondo sia, se non proprio migliore, almeno giusto.
«Reverendo», gli disse con profonda lucidità, tanto da emozionarlo, «lei sa meglio di me, che la più grande ingiustizia della storia l’uomo l’ha compiuta duemila anni fa quando ha crocefisso il Figlio di Dio. È da quella Croce che si deve attingere speranza!».
Al nostro pretone vennero gli occhi lucidi.
«Mio padre», aveva proseguito, «ha vissuto da uomo libero, lottando in quello che credeva giusto, in quello in cui ogni uomo dovrebbe considerare tale, perché è una giustizia che va al di là dell’opinione personale. Ha vissuto, inoltre, la sua esistenza al meglio, sapendo che qui tutto è transitorio e non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici».
Se molte furono le parole piene di dolore di quella figlia, nessuna prese un accento di disperazione. Quando, infine, si spense il discorso di quella giovane donna, una lacrima bagnò la guancia di don Augusto. Subito, con una dolcezza infinita, gli fu asciugata dalla persona al suo fianco.
«Grazie, padre», gli sussurrò, «mi ha fatto dire cose che avevo nel profondo, chiuse dentro di me da troppo, troppo tempo».

Il nostro don Camillo, dopo un semplice grazie, avrebbe voluto consolarla, spiccicare qualche parola, anche di circostanza, ma non riuscì a fare altro se non ricambiare un abbraccio pieno di emozioni.
Non si dissero più nulla per un po’ e l’unico rumore a circondarli era quello di un treno che correva veloce verso la meta e il vociare stranamente tenue, quasi un sottofondo, degli altri passeggeri. Tuttavia, i loro cuori si parlarono a lungo, perché a volte i migliori discorsi si fanno in silenzio.


 

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