11 aprile 2018

È tornato don Camillo/53. Chi non serve… non serve!

di Samuele Pinna
(con illustrazione interna di Erica Fabbroni)
È risaputo che quando a don Camillo redivivo gli si piazza qualcosa nella testa è quasi impossibile togliergliela. Siccome in passato, pur tentandoci con gran motivazione, non era riuscito nella piccola assise del Consiglio pastorale a far prendere le sue idee in seria considerazione, ora sia era convinto dovesse aumentare il suo uditorio. Fece, pertanto, le sue sparate direttamente dal pulpito. E furono davvero una cannonata.

In una domenica ordinaria, era partito dalla frase del conosciuto Vangelo della moltiplicazioni dei pani e dei pesci: “voi stessi date loro da mangiare”, richiesta di Gesù diretta agli apostoli. Aveva esordito, spiegando che quelle parole, rivolte allora ai discepoli, erano hic et nunc dirette a ciascuno dei presenti. Essendo una buona forchetta, si era subito chiesto cosa mai avesse voluto il Signore dai suoi.

«Gesù», proclamò con voce stentorea, «si era ritirato in un luogo deserto, in disparte, e, anche noi, dobbiamo scoprire l’importanza di stare soli con noi stessi per riuscire a dialogare con il Padre, come faceva il Figlio. Tuttavia, dinnanzi a una grande folla, che lo aveva letteralmente inseguito, “sentì compassione”, perché il Signore ha sempre compassione di chi si reca da lui. Il termine “compassione” non ha qui un’accezione negativa (come lo è spesso nel nostro parlare comune), poiché si tratta di un sentimento profondo, di chi conosce le nostre umane fatiche e ciò che portiamo nel cuore».

Non era ancora venuto il momento di dire quanto aveva in animo e, perciò, proseguì, mostrando una prima soluzione al problema del mangiare, dettata però da una logica umana, non ancora cioè pienamente rivestita di fede.

«La risposta dei discepoli davanti a quelle persone da sfamare non è quella di Gesù. È una conclusione ragionevole, ma fatta di calcolo umano, che possiamo fare pure noi quando ragioniamo in modo materiale. Il Signore, al contrario, indica un’altra via e compie i gesti che viviamo in ogni Eucaristia: si legge, infatti, che prese il pane, alzò gli occhi al cielo, disse la preghiera di benedizione, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli. Gesù fa il miracolo, che è rendimento di grazie, affidamento al Padre e sazia, perché con Lui c’è sempre abbondanza. A tal proposito, racconta l’evangelista Matteo che portarono via dodici ceste ricolme e sappiamo che il numero dodici, nella Bibbia, ha il significato simbolico di “pienezza”. Dodici ricorda anche i mesi dell’anno, a suggerire che non c’è un tempo o uno spazio che non sia abitato da Dio».

Fece una piccola pausa, preoccupato di non mettere troppa carne al fuoco, dopo tutto quel pane.

«E furono sfamati cinquemila uomini, precisa il brano; numero, questo, che richiama quello dei fedeli della prima comunità di Gerusalemme, i quali mettevano tutto in comune ai piedi degli apostoli. Poi l’evangelista aggiunge “senza contare le donne i bambini”: anche quelli che non contavano al tempo di Gesù, sono qui annoverati, a dire che la salvezza è proprio per tutti!».

Ora, però, don Augusto voleva tirar fuori il concetto che gli stava tanto a cuore.

«Vedete bene», sottolineò, «che Gesù diede i pani ai suoi discepoli che li distribuirono a tutti. C’è sempre una mediazione nella fede, non esiste il rapporto io-Dio, ma questo è sempre ecclesialmente mediato, cioè risulta necessaria la mediazione della Chiesa. Noi cari fratelli, siamo chiamati a metterci a disposizione del Signore per il bene degli altri! Altrimenti rischiamo di vivere un affidamento superficiale, simile a quello raccontato nel libro dei Numeri. In quel preciso episodio il popolo eletto, una volta uscito dalla schiavitù, si lamenta con Dio, tanto da giungere a dire: “stavamo così bene in Egitto”. Noi come loro sappiamo, però, che non è vero che stavano meglio in Egitto! È una grossa bugia, perché in Egitto erano schiavi e nella schiavitù non c’è il bene! Ecco il motivo per cui san Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, che abbiamo letto poc’anzi, commenta come, durante la fuga, “il popolo sedette a mangiare e bere e poi si alzò per divertirsi”: con il ventre pieno si ricerca solo lo svago. Non cadiamo anche noi nello stesso errore!».

Il nostro don Camillo era spiccio, con poche pennellate faceva i suoi quadri, che non sempre apparivano chiari in ogni suo pezzo. Qui, tuttavia, il concetto era facile da intuire: non si dovevano prendere scuse per evitare di ascoltare il Signore!

«Per fortuna», andò avanti come un panzer, «il Vangelo di oggi ci ricorda cosa conta davvero per la nostra vita, ossia Dio. L’amore cristiano è “comunione”: portare agli altri ciò che Dio ci ha donato! Dove c’è, infatti, il Signore c’è l’abbondanza, che non consiste nell’essere pieni di cose, come ogni tanto crediamo. Ciò, in realtà, ci porta, probabilmente, a divertirci, a devertere, mentre noi dobbiamo convertere, ossia convertirci. Il Vangelo con-verte il nostro sguardo su Dio, che può – unico – davvero appagare il nostro desiderio. I bisogni sono destinati a tornare, ma quando riusciamo a colmare il nostro desiderio la vita è piena!».

Don Camillo redivivo capì in un attimo che doveva rincarare un poco la dose.

«Certo», aveva continuato, «uno può convincersi che le “cose” possano riempire il suo vuoto: in parte lo fanno, ma mai completamente. Possiamo, poi, illuderci di stare bene, perché pieni di “suppellettili”, ma è appunto un’illusione. Dobbiamo, al contrario, comprendere che le “cose” ci servono per il bene e per fare il bene, mettendoci a servizio gli uni degli altri, ascoltando la parola del Signore».

Fece qui una pausa per riprendere fiato.

«E, allora», seguitò imperterrito, «la nostra testimonianza non deve risultare fredda, distaccata, racchiusa in sé. Deve essere, invece, aperta e capace di convertire il mondo. Se, per esempio, ognuno di noi invitasse alla santa Messa una persona ogni domenica, le nostre assemblee sarebbero rigurgitanti di gente e la nostra società, forse, un po’ migliore. Noi, infatti, veniamo ad assistere all’Eucaristia non perché lo siamo, ma perché, con l’aiuto del buon Dio, vogliamo diventare “bravi”!».

Don Augusto riuscì, in quella semplice omelia, a togliersi il suo chiodo fisso: il cristiano è anzitutto testimone di una Verità che l’ha raggiunto, purificato, innalzato. Ecco perché si mette, poi, a servizio: non può trattenere per sé la gioia di quell’incontro! Non è filantropia la sua, non è ideologia, non è fare quello che appare come giusto: è rispondere a una chiamata che viene dall’alto, è obbedire, ascoltare Colui che parla al cuore dell’uomo!

In sacrestia, mentre aveva appena finito di togliersi i paramenti sacri, venne a salutarlo quel tipo franco, che passava di lì per caso e che non nascose l’approvazione per la predica. Del resto, quello lì era un grande uomo, spiccio nei modi ma tanto profondo da risultare un maestro di vita per un incalcolabile numero di giovani. Amante del bello e del vero, conquistava chiunque con il suo dire forte, vibrante e deciso, specchio del suo animo.

I due si salutarono con affetto e, dopo aver parlato di cose trascurabili, quel personaggio là, tanto franco e col fare rude che nascondeva una grande bontà, era andato diretto al nucleo della questione.

«Eh sì», aveva confidato al nostro ammirato don Camillo, «perché “chi non serve… non serve”!».

 

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