18 aprile 2018

È tornato don Camillo/54. Un “Alleluia” da non credere!

di Samuele Pinna
(con una illustrazione interna di Erica Fabbroni)

Il nostro don Camillo si trovava nel bel giardino vicino alla Parrocchia in compagnia della sua pipa fumante e di Eugenia, sua carissima amica e parrocchiana “doc”. Stavano dialogando sul tema irto e complesso della Liturgia, disciplina seconda solo al gioco del calcio per ingenerare passioni poco razionali e fazioni opposte agguerrite. Eugenia era, invece, appassionata, ma ragionevole e così si confrontava con piacere con il pretone di città. Era il tempo liturgico della Pasqua in cui lodare il buon Dio per la salvezza ottenuta gratuitamente, un momento alleluiatico insomma!

«La Chiesa non deve essere più credibile», stava dicendole don Augusto, «ma più credente, solo allora sarà più credibile. Anzi la Chiesa è credibile perché credente: non esiste una Chiesa non credente e quindi non credibile».

Buttò fuori un poco di fumo dalla bocca, per poi continuare a inanellare giochi di parole, «Qui sta il nocciolo della questione, il bandolo della matassa, il punctum dolens. È una questione di “fede”: noi siamo peccatori, mentre la Chiesa è senza peccato, perché quando noi pecchiamo la tradiamo, rimanendo in Lei solo con una partecipazione esteriore e non salvifica. Lei, dunque, è la sola sempre credente e, perciò, incredibile!».

«Sì, la Chiesa è davvero mater et magistra!», rispose la donna, «Ecco perché si dovrebbe ricorrere alla Tradizione per vigilare sulla Liturgia, luogo dell’incontro con Dio…».

«Concordo», riprese l’altro, «sono necessari i richiami alla Tradizione, oggi sovente disattesi: dal senso della preghiera, della dignità e della bellezza alla piena aderenza ai testi e ai gesti liturgici. Si deve, inoltre, evitare di trasformare il rito in uno spettacolo, dove l’assemblea è considerata alla stregua di una platea di un programma televisivo, che ogni tanto deve intervenire con un applauso. Bisognerebbe conservare anche l’universalità del linguaggio e il primato del canto gregoriano, quale supremo modello di musica sacra, senza disdegnare la sapiente valorizzazione delle altre forme espressive, che fanno parte del patrimonio storico-liturgico della Chiesa, specialmente, ma non solo, la polifonia…».

«Non deve essere, poi, dimenticata, l’importanza della schola cantorum…», continuò Eugenia, «Purtroppo, a volte, tali elementi, quali, appunto, il valore del grande patrimonio ecclesiale della musica sacra o l’universalità che è caratteristica del canto gregoriano, sono stati ritenuti espressione di una concezione rispondente a un passato da superare e da trascurare, perché limitativo della libertà e della creatività del singolo e delle comunità...».

«Certo», riprese l’altro, «perché dimentichiamo una aspetto fondamentale: dobbiamo, infatti, sempre chiederci chi è l’autentico soggetto della Liturgia? La risposta è semplice: la Chiesa. Non è il singolo o il gruppo che celebra la Liturgia, ma essa è primariamente azione di Dio attraverso la Chiesa, che ha la sua storia, la sua ricca tradizione e la sua creatività».

«Sana traditio e legitima progressio…».

«Esatto!», riprese il prete di città, «La Liturgia, e di conseguenza la musica sacra, vive di questo corretto e costante rapporto tra la sana traditio e la legitima progressio, tenendo sempre ben presente che questi due concetti si integrano a vicenda perché “la tradizione è una realtà viva, include perciò in se stessa il principio dello sviluppo, del progresso”, il quale non è inventiva ma riattualizzazione della bellezza che ci è stata trasmessa».

Proprio in quel momento, non curante dell’ospite, Giampaolo Fabbro si buttò a pesce nel chiacchiericcio dei due, i quali, preoccupati, se lo videro scapicollare all’improvviso.

«Ecco! Ecco!», sbraitava il giovane, «Ecco la fonte delle sue tesi! L’ho trovata! Guardi sta scritto qui!».

Rendendosi conto che il prete era in compagnia si raggelò, ma invitato da entrambi proseguì nella sua agitata oratoria. Aveva letto un articolo tratto da una testata secondo cui “la serietà non è una virtù” e in cui si trattava del caso dell’“Alleluia delle lampadine”, titolo di un canto liturgico che inizialmente apparve arcano e sconosciuto pure all’autore del pezzo giornalistico.

«Vede si trova tutto qui!», continuò eccitato Jean Paul, «Ed è esattamente quello che dice lei!». E, senza che nessuno potesse dire “beh” o “mah”, prese a leggere.

«C’è scritto: “Poi cominciò, durante la santa Messa, la dimostrazione pratica del canto stesso e rammento di aver provato una sensazione di agghiacciato imbarazzo. Ma siamo veramente ridotti così? E ricordo i vari preti che, per fare i ggiovani, si dimenavano attirandosi la simpatia dei malaccorti e la commiserazione degli avveduti. Pensavo sarebbe stato bene, durante l’esecuzione di questo brano, un provvido blackout, ma prevedendo i tempi dell’infinita misericordia, la potenza celeste ha forse non ritenuto opportuno di accontentarmi. Il problema non è solo la musica, ma il testo: la nostra festa non deve finire e non finirà. La nostra festa? Ma non è un canto per la celebrazione eucaristica? La Messa è la nostra festa? Ma questa non è un dono che riceviamo, la partecipazione al Sacrificio di Nostro Signore? Mi sembra che di festa non ci sia poi molto. Il testo poi prosegue dicendo: perché la festa siamo noi che camminiamo verso te. Ecco spiegato tutto! La Messa non è più un qualcosa che ci viene dall’alto, ma qualcosa che facciamo noi dal basso, il profano che si sostituisce al sacro… Tale idea che il sacro viene dal basso non ha certamente sacralizzato la società, anzi, ha profanizzato il tempio. Si è confuso il partecipare verso l’alto con il banalizzare verso il basso…”».

Giampaolo stette qualche istante ansimante e i due ascoltatori rimasero silenziosi e pensierosi per qualche minuto.

«È vero o non lo è che siamo di fronte alle sue idee reazionarie?», domandò provocatorio il giovane sornione.

Fu, però, Eugenia, e non il nostro don Camillo, a prendere la parola.

«Vorrei puntualizzare due cosette», disse tranquilla, per proseguire in un lungo e articolato ragionamento, «La prima riguarda i preti che fanno i “ggiovani”, che mi hanno fatto sorgere due domande, entrambe per me sensate. Ma quei sacerdoti sono davvero convinti che per invitare al Mistero l’unico modo sia giustificare e adattarsi agli atteggiamenti e alle mode (attingendo senza troppi problemi al “profano”) di chi, pur battezzato, si sta mettendo alla sequela del Signore? Non è che sotto sotto fanno gli eterni giovani perché non si sentono pienamente realizzati o appagati nel “fare i preti”?».

Lasciata lì la domanda, si schiarì la voce per continuare, «La seconda cosa si riferisce all’aver “profanizzato il tempio”, pensando che il sacro venga dal basso. La ragione di questa visione orizzontale, secondo me, è la stessa di cui sopra: l’adattarsi a chi viene invitato a seguire il Signore. Adattarsi, giustificare, banalizzare è lecito perché (questa è la scusa) aiuta a comprendere meglio il Mistero e permette una più consapevole partecipazione (?). Questo, però, minimizza la grandezza del dono consegnatoci dal Signore, dono che viene dall’alto, come rugiada sulla terra riarsa. È un Mistero e proprio per questo e per la sua enorme Grandezza non sarà mai pienamente comprensibile, eppure ci salva, ci permette di alzare lo sguardo verso il Signore, dandoci la speranza, anzi la certezza che Lui ci ama immensamente, nonostante noi! Se penso alle volte in cui Gesù nei Vangeli si è “arrabbiato”, mi rendo conto che non sono poi molte. Una è nel Tempio. Anche Lui ha sperimentato la sua “profanizzazione”! Nasce da “noi”, evidentemente, la convinzione di superare il Mistero con le nostre giustificazioni».

I due ascoltavano, in silenzio e con attenzione, l’infervorata eppure pacata parrocchiana, tanto che senza remore proseguì, «Un ultimo pensiero: nell’articolo i “ggiovani” preti si dimenavano attirandosi “la simpatia dei malaccorti e la commiserazione degli avveduti”, io aggiungerei, che richiamavano anche il compiacimento dei divulgatori che, apprezzandola, spacciano per “sacra” questa musica, diseducativa nei contenuti e brutta nella sua forma. Agli avveduti resta solo la “nostalgia”, e quando non censurati, qualche guizzo di orgoglio nel proporre della bellezza di tanta musica sacra che riveste parole sensate e appropriate per lodare il Signore (ma sicuramente ritenuta vecchia o brutta o difficile o lontana dalla “gente”)».

Si rivolse, infine, a don Augusto, «Vede Reverendo, quello che fa male è sapere che il problema parte proprio da quei presbiteri, che hanno confuso “il partecipare verso l’alto con il banalizzare verso il basso”, perdendo la loro dignità e togliendola anche al Mistero Santo di cui sono servi. San Paolo afferma nella seconda Lettera ai Tessalonicesi: “Anche per questo preghiamo di continuo per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e porti a compimento, con la sua potenza, ogni vostra volontà di bene e l’opera della vostra fede; perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo”. I festeggiati non siamo “noi”, ma Gesù Cristo, e questo i sacerdoti dovranno tornare a dircelo. E se vogliono parlarci della vera Luce, usino il Prologo del Vangelo di Giovanni tanto suggestivo, vero e limpido… non uno sciocco “Alleluia delle lampadine”!».

Don Camillo redivivo riuscì a chiosare quell’intensa dissertazione solo con un laconico eppur convinto “Amen”. In un secondo momento, però, ripensò alle parole di un santo Papa, che una volta ha detto:

“Una Chiesa che si riduca solo a fare della musica corrente cade nell’inetto e diviene essa stessa inetta. La Chiesa ha il dovere di essere anche città della gloria, luogo dove sono raccolte e portate all’orecchio di Dio le voci più profonde dell’umanità. La Chiesa non può appagarsi del solo ordinario, del solo usuale: deve ridestare la voce del Cosmo, glorificando il Creatore e svelando al Cosmo stesso la Sua magnificenza, rendendolo bello, abitabile, umano”.

Altro che “Alleluia delle lampadine”… Christus vincit! Christus regnat! Christus imperat!

 

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