25 aprile 2018

È tornato don Camillo/55. Adamo dove sei?

di Samuele Pinna
(con una illustrazione interna di Erica Fabbroni)

Più che un invito, era stato letteralmente obbligato a partecipare. Certo, non in modo diretto, che non è il metodo ecclesiastico consueto, ma subdolo, mediante cioè “pseudo-minacce” velate e possibili ripercussioni. Niente di serio, comunque, ma ciò aveva trasformato l’umore del nostro don Camillo da spensierato a imbufalito. La pericolosità era nell’aria e, questa, era bella spessa. Per farla breve, avevano chiamato un professorino a tenere una conferenza sul dogma del peccato originale e al nostro pretone era stata intimata la presenza. Il suo gioviale Parroco, gioviale come tutti i parroci cittadini, sapeva di prendersi una rivincita verso il suo sottoposto che seguiva una teologia rétro, perché quel relatore era un modernista inde-fesso. In poche parole, una vera bomba. Infatti, don Camillo redivivo la detonò, facendola scoppiare, e il boato fu un vero spettacolo. Ma questa è un’altra storia, che racconteremo di certo. Bisogna, invece, soffermarsi su ciò che rese più sgomento il nostro povero don Augusto, ossia la faciloneria con cui la gente crede alle sciocchezze, rinunciando a usare il cervello, dono anch’esso, insieme alla grazia, dell’Altissimo.

Aveva ancora in mente la prosopopea esultante della catechista brutta dinnanzi ai vaneggiamenti del professorino venuto a spiegare quello che è e rimane – grazie a Dio – un dogma di fede.

«Gesù!», si era sfogato con il Crocifisso della sacrestia, «Mi obbligano a partecipare a questa conferenza, ma è possibile?».

Il Signore rimaneva muto a fissarlo.

«Certo», riprese il carrarmato in talare, «voi suggerireste di presenziare e di non giudicare prima del tempo, ma io so già quali sono le balle che ci racconterà il conferenziere!».

Il Cristo non si mosse.

«Sì», proseguì imperterrito l’altro, «avreste ben ragione di dirmi di non andarci, ma non posso proprio, darei un dispiacere al mio Parroco, ci rimarrebbe male, poverino… è tanto affettuoso con me… insomma mi ha obbligato a esserci! Con voi proprio non si può mentire, Signore! Ma se poi sento quello che non devo, che faccio? Sì, sì, va bene… propongo di starmene buono e zitto, ma senza il vostro aiuto…».

Al nostro pretone sembrò che il Crocifisso gli strizzasse l’occhio per rassicurarlo. Sicché, in una umida sera primaverile, in una di quelle serate in cui non si sarebbe lontanamente sognato di uscire di casa, tantomeno per essere presente a quello scempio teologico, suo malgrado si fece forza e si preparò per quell’incontro. Si ripromise di non aprir bocca e ci sarebbe pure riuscito se quella Lella dalla lingua biforcuta non avesse esordito con uno sproloquio tanto grosso, quanto erano enormi i suoi strati adiposi. Tutto si era svolto in quel detestabile momento detto delle domante, a conferenza finita. Deprecabile spazio, perché uno si augura che il supplizio sia finito e, al contrario, si ritrova a sentirne di peggiori.

«Grazie! Grazie! Grazie!», aveva esordito gracchiante la catechista brutta con l’entusiasmo di una accaldata adolescente, «Grazie per averci così ben spiegato la Bibbia. Grazie per averci fatto capire che è il libro della Genesi che parla di Adamo come progenitore dell’umanità, ma in quanto uomo storico non è mai esistito, essendo il suo un nome puramente simbolico. Grazie per aver finalmente e definitivamente, mi auguro, demolito la favola del monogenismo, che solo un Papa retrogrado e non proiettato al futuro, in una Chiesa retrograda e non proiettata al futuro, poteva sostenere».

Il nostro don Camillo, aveva appena iniziato a surriscaldarsi, ma ricordando il suo fioretto rimase zitto e quieto al suo posto. Del resto, convenne con se stesso, da un asino non ci si può aspettare altro che ragli. Ma tutto, cambiò in un attimo, in uno stramaledetto istante fatto di parole e di gesti di per sé innocui.

Il professorino si era aggiustato gli occhiali e aveva con una risatina diabolica detto che era proprio così: il monogenismo era una favola per sciocchi e andava detto ai quattro venti.

“Favola per sciocchi?!”, pensò il prete dalle mani grandi come badili, che aveva innestato la marcia.

«Chiedo scusa», intervenne ancora tranquillo, alzando timidamente la mano, «cosa ci dice allora della teoria scientifica denominata Eva mitocondriale?».

Il relatore aveva fatto spallucce e aveva risposto mestamente che non era uomo di scienza “scientifica”. Per fortuna uno scienziato in sala c’era e per provvidenza era un parrocchiano dalla grande fede: un omino piccolo di statura, che parlava raramente, ieratico nei movimenti e avanti con l’età. Era anche molto amico del nostro don Camillo e i due si intesero con uno sguardo.

«Mi permetto di spiegarlo io, se mi è consentito», e in quel modo, iniziò la vera lezione della serata, a opera di quel battezzato che si era presentato come docente ordinario dell’università di pinco pallo. «Alcune ricerche che riguardano lo studio del DNA, mediante la teoria scientifica denominata Eva mitocondriale, sostengono la scoperta – dopo decenni di indagini rigorosamente fondate su metodi scientifici – secondo cui le donne attualmente esistenti hanno una progenitrice comune unica. Ciò porta a escludere l’ipotesi “multiregionale” che era più accreditata prima dell’uso dell’analisi del DNA, e suggerisce che l’ultima comune progenitrice di tutte le donne attualmente esistenti vivesse – con buona approssimazione – in Africa circa 200.000 anni fa. L’analisi, infatti, della diversità mitocondriale delle attuali donne in diverse parti del globo suggerisce che la “Last Universal Common Ancestor” (LUCA) sia vissuta in quell’epoca».

«E», intervenne don Augusto, «a partire dal dato scientifico secondo cui le donne attuali discendono da questa “Eva mitocondriale” e ne hanno conservato il DNA, ravvisiamo, da un punto di vista scientifico, la non contraddittorietà e la plausibilità della tesi teologica monogenista».

«Sì», riprese lo scienziato, «siamo consci che, in realtà, le cose sono un po’ più complesse, tuttavia, come le donne risalgono a una, non escludendo che ce ne fossero altre, così si può ipotizzare che tutte potessero far capo a un unico individuo. Questo far risalire a una unità – a rigore di logica – non è impossibile in sé pensarlo e, anche se non si può dimostrare (come il suo contrario, del resto), rileva comunque la non contraddittorietà di tali ipotesi».

«Ergo», glossò il soddisfatto pretone, «il Papa retrogrado aveva al contrario visto meglio il futuro di chi in quel futuro lo sta vivendo».

Il sorriso che sfoderò a fine frase era tanto luminoso da abbagliare i presenti nella sala parrocchiale. Nonostante il nostro don Camillo non si aspettasse di certo una approvazione, che non venne, conscio com’era della difficoltà di far avviare i neuroni del cervello di chi non voglia usarli, si ritrovò rasserenato, ancora per un momento. Affondò, pertanto, il coltello nella piaga con colpo da teatro, l’ultimo dato con serenità, prima che la bile prendesse il sopravvento.

«Si comprende teologicamente», disse, «se la parola “teologia” ha ancora qualche significato e valore, come il peccato sia stato commesso storicamente da un primo uomo, che la Scrittura chiama “Adamo”. Sicché, tale peccato è, allo stesso tempo, sia personale e attuale sia di natura e originale. Il peccato personale e attuale fa perdere ad Adamo il dono della giustizia originale – concesso alla natura umana e trasmissibile insieme a essa per via di generazione – che elevava in lui la sua natura umana al di sopra della sua condizione, verso un destino divino. Il peccato personale e attuale di Adamo è quindi anche un peccato di natura, dove – come dicono i teologi – la natura umana è in lui privata della sua primitiva ordinazione al fine della visione beatifica, spogliata dei doni preternaturali. In una parola: ferita».

Dinnanzi all’esposizione del dogma, il professorino fece una boccaccia disgustata, ma don Augusto seguitò ad andare via dritto nel suo chiarificatore discorso.

«Adamo», proseguì, «perde la giustizia e la santità originale, ossia quella grazia da una parte trasfiguratrice, illuminatrice del paradiso terrestre, e dall’altra trasmissibile, concessa alla natura umana e comunicabile con essa. La natura umana si ritrova ormai priva della grazia santificante (colpa originale) assoggettata alla morte e alle miserie della nostra condizione (pena originale)».

Infine, una citazione che fece rabbrividire il conferenziere, non tanto per il contenuto, che probabilmente non comprese, ma per aver tirato in ballo il più grande teologo di tutti i tempi, Tommaso d’Aquino, tanto inviso al pensiero debole. Il Santo domenicano, infatti, era sgradito, perché, a differenza di quanto succede oggi, era stato un uomo che non aveva avuto dubbi ma solo certezze.

«Gesù Cristo s’incarna – osserva il Dottore Angelico –», e qui la pausa era d’obbligo, «per donarci un destino e una beatitudine più alte e più misteriose di quella di Adamo. Essa non è trasfiguratrice, ma santificatrice e redentrice della condizione umana; non è trasmissibile e tocca la singola persona, non già a partire dalla carne e o dal sangue, ma dalla nuova nascita del Battesimo».

Davanti alla bellezza della Verità, che la teologia ricerca senza noia o depressione (nulla è più bello e buono del vero), richiamata dal pretone dalle mani di ghisa, dal cuore grande e il cervello sopraffino, tutto poteva concludersi. Ma il nostro don Camillo non viveva in una favola ed era conscio che – come ammoniva Winston Churchill – «a volte l’uomo inciampa nella verità, ma nella maggior parte dei casi si rialza e continua per la sua strada».


 

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