19 aprile 2018

Il puntatore. Che cosa siamo

di Aurelio Porfiri
Spesso si sentono lamentele sui pericoli di internet. Lamentele che in parte hanno anche una giustificazione, in quanto questo mezzo epocale può essere usato per il bene e per il male. Una cosa che certamente vedo come positiva è che la rete ha contribuito a dare voce a coloro che la cultura dominante tiene a bada, cerca di isolare, di mettere in un angolo. Queste sono le voci di coloro che insistono nel dire che due più due fa ancora quattro, che una famiglia è formata grazie a un uomo e una donna, che la nostra identità culturale, sociale, tradizionale è quello che siamo e ciò da cui proveniamo.

Ecco, una delle voci più autorevoli in questo senso è quella di Marcello Veneziani, scrittore, filosofo, giornalista, commentatore. Consiglio vivamente la lettura di “Imperdonabili. Cento ritratti di maestri sconvenienti” (Marsilio) in cui il pensatore pugliese chiama a raccolta pensatori scomodi, quasi conniventi in questa forzata “fuga dal mondo”. Una fuga che è in realtà un ritorno, un ritrovarsi nel segno di identità che vengono derise, evitate, negate.

Troviamo raccolti in questo testo articoli che Veneziani aveva scritto negli ultimi anni, articoli in cui presentava e si confrontava con Dante, Macchiavelli, Leopardi, Spengler, Bergson e molti altri. Non che si sarà considerato discepolo di tutti, ma in tutti i ritratti ha trovato spunti importanti per far pensare i suoi numerosi lettori.

Ecco Dante: “La profezia di Dante si proietta come un ideale regolativo nei   cieli vuoti della nostra Europa. Il sogno del Veltro significa oggi  autonomia della politica dalla tecnica e dalla finanza, il nuovo  clero e il nuovo papato di quest’epoca atea, e ritrova in sé, nel  suo carisma, la fonte di legittimazione sovrana, senza passare per  la Chiesa del nostro tempo, la Banca, i suoi ordini religiosi, le   agenzie di rating, e la sua Trinità, la Troika”; o questo profondo pensiero su Macchiavelli: “La chiave dell’opera di Machiavelli è nel suo cognome e nel  suo stemma di famiglia: nel simbolo araldico che spiega l’origine  del suo cognome campeggiano i mali clavelli, i «quattro mali chiodi» che crocifissero il Signore e insanguinano la storia del mondo. La spiegazione migliore di quel blasone si può desumere da una sua lettera a Guicciardini: gli altri vorrebbero «un predicatore che insegnasse loro la via del Paradiso, et io vorrei  trovarne uno che insegnassi loro la via di andare a casa il diavolo», perché «io credo che questo sarebbe il modo di andare in Paradiso, imparare la via dello Inferno per sfuggirla». Conoscere  l’inferno, frequentare i diavoli, ma per ritrovare la strada e rivedere le stelle. È la via dantesca indicata da Machiavelli”. Ed ancora il confronto con uno dei grandi filosofi del XX secolo, amato e odiato con buone ragioni per entrambi, Martin Heidegger: “Il pensiero di Heidegger infrange il grande tabù del nostro tempo che è la morte. Nell’epoca in cui la morte scompare, al punto da essere definita proprio «scomparsa», Heidegger rimuove la sua rimozione e ritrova il senso della vita nell’affrontare la   morte, nel vederla in faccia. Tutto il suo pensiero è percorso dal confronto implacabile con la morte; la vita autentica, come il pensiero autentico, sorge a partire dal pensare la morte. Heidegger ritiene che la filosofia non possa modificare il mondo, ma predisporre e predisporsi a una svolta nel segno del sacro e dell’abbandono. Alla fine «solo un dio ci può salvare». Un rovesciamento della condizione odierna potrà avvenire solo «a partire dallo   stesso luogo in cui è sorto il moderno mondo tecnico» e non attingendo ad altre esperienze o tradizioni orientali. Il pensiero viene modificato per via omeopatica, «solo da quel pensiero che ha la stessa provenienza e la stessa destinazione». Il viaggio circolare di Heidegger torna dunque all’Inizio. E riparte dall’Europa”.

Veneziani ci offre tante bussole per orientarci, tanti incontri che sono anche in alcuni casi scontri. Molte vie per ritrovare una via in un’epoca di spaesamento e di sradicamento. Ecco perché lui parla di imperdonabili da imperdonabile, riecheggiando con questo titolo la tragica e tormentata Cristina Campo, poetessa e cattolica della tradizione contro il tradimento.

Insomma, un altro testo importante che non può essere assente nelle biblioteche reali o virtuali di coloro che non si arrendono all’imposizione di una cultura basata su false premesse, ma che si impone come dominante e dominatrice.

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