14 aprile 2018

L'inutile civiltà delle vite inutili

di Giuliano Guzzo
«His life was futile». Queste le agghiaccianti parole con cui il giudice Hayden, ieri, da una parte ha stabilito che il cervello del piccolo Alfie Evans – il piccolo di neppure due anni affetto da una malattia degenerativa del sistema nervoso – «è stato a tal punto corrotto dalla malattia mitocondriale» che, appunto, «his life was futile», e, dall’altra, ha dato il via libera al distacco del ventilatore lo tiene in vita. L’esecuzione, insomma, avrà luogo. Probabilmente domani. Tutto ciò, si badi, contro il parere dei genitori, ai quali è stato negato il diritto trasferire il figlio in altri ospedali europei che pure lo vogliono accogliere.

Una vicenda quindi che ricorda da vicino quelle di Charlie Gard e Isaiah Haastrup, anche loro vittime di una civiltà per cui a certe condizioni – come ha detto un avvocato nel processo Evans – una vita «non ha senso». Ora, in realtà sulla vicenda numerosissimi sono gli aspetti inquietanti e contraddittori (dalle foto del piccolo lasciato pieno di pipì dagli infermieri alla tesi, esposta dal giudice, secondo cui il suo cervello sarebbe in gran parte formato d’acqua, cosa non plausibile dato che in quel caso gli organi vitali cesserebbero le loro funzioni), ma il cuore di questa tragedia sta proprio qui: nell’idea che una vita possa essere «senza senso».

Un’idea che umilia il diritto, la medicina ma che – ancor prima – sancisce la crisi totale di una civiltà, la nostra, che non solo non sa riconoscere un significato nella fragilità, ma la rifiuta. E rifiutando la fragilità, rifiuta pure, ormai in automatico, gli esseri umani fragili quali Alfie, Charlie e Isaiah. Si realizza così il paradosso per cui la prima ad essere inutile è proprio la civiltà che blatera di vite inutili. Che fine fa, infatti, in una società, l’osannato principio di accoglienza – oggi così appassionatamente invocato, quando si tratta di migranti o culture diverse – se manca la capacità di accogliere un bambino reo solo di non essere sano?

E che cosa resta dell’uguaglianza tra le persone, se passa il principio per cui, nei confronti del diritto alla vita, alcuni sono meno uguali di altri solo perché in condizioni di grande vulnerabilità? E della tanto amata libertà, scusate, ne vogliamo parlare? Che ne è della libertà di cura, se si escludono dall’assistenza e dalle cure proprio i soggetti che prioritariamente ne abbisognano? Se passa – come sta passando – il paradigma delle vite «senza senso», la prima a farne le spese è una civiltà che diventa «senza senso», ma per davvero. Il bello, si fa per dire, che è di tutto questo non ci stiamo minimamente accorgendo.

Siamo convinti che l’Alder Hey Hospital di Liverpool sia lontano; che grazie al cielo noi si sia in salute, mica come quel povero di Alfie. Tendiamo insomma a tenere le distanze verso un fatto che percepiamo sì come drammatico, ma nostro fino ad un certo punto. E qui sta l’errore, il tragico errore. Perché nel momento in cui nelle aule di tribunale inizia a risuonare il mantra delle vite «senza senso», si mette male per tutti. Anche per noi, dovessimo mai avere un figlio o un nipote dalla salute precaria o, tra qualche decennio, invecchiati e coi nostri acciacchi, finissimo ricoverati ove vige il principio dell’utilità e non l’indispensabilità delle cure.

Per questo è bene che chi crede in Dio ora preghi affinché – diversamente da quanto pare ormai inevitabile – Alfie Evans non venga eliminato, e chi crede nella civiltà faccia altrettanto perché essa non segua il destino del piccolo. Che pur in quelle sue totali vulnerabilità e dipendenza, che pur impossibilitato a fare qualsiasi cosa per opporsi a quella che sarebbe a tutti gli effetti la sua condanna a morte, che pur quindi circondato da falsa compassione e da un sentimento di rifiuto ora ha – dinnanzi a certi giudici, certi dottori e certi giornalisti – le sembianze monumentali di un gigante.  

0 commenti :

Posta un commento