06 aprile 2018

Perché no alle aperture festive? Ce lo insegna l’URSS

a cura di Gianmaria Spagnoletti
Puntualmente, anche sotto Pasqua è ritornata la polemica sull’apertura dei negozi di domenica, a Natale e nelle maggiori festività. I favorevoli affermano che non ha senso chiudere i centri commerciali perché le aperture “7 giorni su 7” aiutano i consumi; e ci sono già medici, veterinari e tutori dell’ordine a essere sempre operativi, senza contare poi veterinari, ambulanze, Guardia Medica e Pronto Soccorso. I contrari ritengono che i lavoratori debbano avere un giorno di riposo da dedicare a se stessi, alla famiglia e, per chi ha fede, alla Messa. Aggiungiamo poi che molti si trovano a dover lavorare di domenica perché non hanno altre opportunità di occupazione. Insomma, fatta salva la necessità di “tirare avanti” che vale per tutti, chi ha le ragioni migliori? Il lavoro è sacrosanto, ma è anche vero che c’è il rischio di diventarne schiavi. E poi: siamo sicuri che le aperture festive rilancino davvero l’economia e i consumi?

Nonostante qualcuno abbia proclamato che la crisi è passata, pochi giorni dopo Natale diversi quotidiani hanno ripreso una notizia avvilente: l’Italia è il Paese dell’Unione Europea con il maggior numero di poveri. Tirate voi le conclusioni.

La discussione potrebbe continuare all’infinito; ma è la storia del ‘900, spogliata delle contingenze, a offrirci delle interessanti lezioni.
A partire dal maggio 1929, l’Unione Sovietica attuò una grande riforma del calendario (simile a quella della Francia rivoluzionaria) ufficialmente mirata ad aumentare la produzione, ma in realtà con l’intento di «combattere lo spirito religioso».
Le nuove settimane erano lunghe cinque giorni, e ogni giorno era marcato da un numero romano o da un colore che contrassegnava un distinto gruppo di lavoratori che lavorava a rotazione. Abolita la domenica destinata al riposo, il sistema dei turni avrebbe dovuto garantire una operatività continua ogni giorno, per ventiquattro ore, non solo per le fabbriche ma anche per i negozi e per il pubblico impiego.
La riforma, apparentemente facile da applicare, si rivelò in realtà disastrosa per le relazioni sociali. Se ad esempio il marito riposava nel giorno “rosso”, la moglie nel giorno “azzurro” e i figli nel giorno “giallo”, questo significava avere pochissime occasioni di stare insieme persino nella stessa famiglia, se non dopo una lunga giornata di lavoro. In pratica le persone venivano isolate dai propri amici, familiari e correligionari (cristiani, ebrei e musulmani) e “rimescolate” in cinque gruppi sociali distinti che conducevano vite parallele senza mai incontrarsi.

È ovvio che un tale esperimento abbia portato alla distruzione dell’istituto familiare, vista la evidente difficoltà di tenere insieme persone che hanno differenti orari di lavoro e di riposo. E naturalmente, questa conseguenza non è da intendersi come accidentale ma come intenzionale, vista la nota avversione del comunismo verso la famiglia. Fin da subito vi furono numerose lamentele proprio per via della frammentazione sociale indotta dalla riforma, ma ci vollero ben undici anni prima che il governo sovietico accantonasse definitivamente il “calendario rivoluzionario”. Fra i motivi dell’abbandono, oltre a quelli già citati, vi fu un curioso effetto “boomerang” sulla produzione industriale, che diminuì in quanto i macchinari tendevano a rompersi più spesso per via del funzionamento continuo che non lasciava tempo per il fermo e la manutenzione; e inoltre il lavoro su turni portò a una mancanza di continuità che deresponsabilizzava i lavoratori e causava un ulteriore calo di rendimento. Fu così che nel 1940 il Presidio del Soviet Supremo, ufficialmente ancora con motivazioni legate alla produttività, decise di reintrodurre la vecchia settimana lavorativa, e con essa la domenica. Tuttavia, si tacque che ciò era avvenuto a causa di fortissime pressioni popolari, e in particolare dal rifiuto dei contadini russi di aderire in massa alla riforma.

Come affermò George Santayana, “chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”. Quindi, in conclusione, l’esperimento fatto in Unione Sovietica ci insegna che lo sbiadimento, quando non l’abolizione pratica della domenica è inutile e dannosa non solo per le persone, ma addirittura anche per l’economia e la società: questo perché “il settimo giorno” è necessario al riposo e soprattutto al mantenimento di relazioni sociali stabili.

Tradotto e rivisto da: https://www.worldslastchance.com/ecourses/lessons/changing-weeks-hiding-sabbath-ecourse/18/20th-century-soviet-calendar-reform.html

Fonti: Eviatar Zerubavel, “The Seven Day Circle: The History and Meaning of the Week”, U. of Chicago Press, 1985; Solomon M. Schwarz, "The Continuous Working Week in Soviet Russia" International Labour Review, 1931.  

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