05 aprile 2018

Ritornare alla filosofia occidentale/4

Ovvero. La Meraviglia dell'animale metafisico

«Il tutto, l’intero è assolutamente pieno: non ci sono buchi nell’essere». 
(Giuseppe Barzaghi) 

di Matteo Donadoni
Il modo è in crisi perché è in crisi la filosofia. E la filosofia, a quanto pare, si è messa in crisi per mano dei filosofi. Ne cito solo alcuni dei più recenti: Heidegger e «l’oblio dell’essere», Wittgenstein e «il silenzio del logos», ma soprattutto Nietzsche con il suo «Dio è morto». Noi oggi, all’ombra di questa trimurti, come si chiedeva già il Mondin quarant’anni fa, possiamo ancora filosofare? Oppure dobbiamo rannicchiarci tutti quanti nel piagnisteo del pensiero debole? In vero fra i contemporanei qualcuno dice che sia impossibile filosofare, e cioè ricercare le cose ultime, perché sarebbe come cercare ciò che non c’è. Sembrerebbe che la filosofia sia ormai divenuta superflua, perché è la scienza a preoccuparsi di risolvere i problemi, o, come dicono certi altri, perché ad essere superflua è la metafisica, dal momento che è sufficiente la fenomenologia per comprendere l’essere. Insomma, come in certi videogiochi tipo “Fortnite”, pare sia improvvisamente apparsa nel cielo, lapidaria, la scritta: “Ti sei autoeliminato”.
In questo modo la resa dell’intero pensiero filosofico occidentale si può esplicitare platonicamente nel dramma cosmico «dell’umanità inginocchiata davanti agli idoli della caverna». La modernità adora stoltamente gli idoli del materialismo edonista. Ma l’uomo in principio non è così! La mente dell’uomo è connaturale al soprasensibile, oltre che naturalmente religiosa. L’essere umano deve compiere uno sforzo (dis)educativo per diventare materialista, sensista, edonista….e disperato. Eliminato Dio, che si dissolve nel mondo, restano gli idoli della Konsumgesellschaft e le ombre della caverna, fantasmi culturali. In nichilismo è il depotenziamento dei valori tradizionali (metafisici), uno svuotamento soggettivista, così da configurare un’esistenza terribile, senza scopo e senza fine in cui tutto si risolve inevitabilmente come uguale. Sposarsi o no, credere o no, vero o falso, persino vivere o morire. La vita dell’uomo contemporaneo è, in termini filosofici, una specie di lugubre «eterno ritorno dell’uguale» nell’accettazione della vita come tale. Una specie di assurdo esistenziale. Proporre un mondo come mera progettualità storica, relativista e cieca, è una stravaganza metafisica che consegna l’essere umano alla negazione di un proprio fondamento ontologico stabile. In pratica una follia.
Invece la filosofia dovrebbe rendere stabile l’uomo nella sua ricerca di pienezza della vita e sicuro nella verità, con tutte le cautele del caso. Passo passo, certo. Ad ogni modo, non dovrebbe adoperarsi certo per imballarlo in un’immanenza disperata e ansiogena. Ma serve uno sguardo metafisico sulla vita, perché nello sguardo metafisico non esistono vuoti. Questo vuol dire avere la mente aperta, avere lo sguardo aperto al non immediato, un occhio metafisico, lucido come quello del santo o bambino.
Il bambino va oltre la condizione dei sensi, si pone le domande, i famosi “perché?”, constata che le cose cambiano, mutano e si chiede il perché, non si limita a prender nota. Quando la nonna muore, non si accontenta di quattro chiacchiere en passant sui fosfati, perché l’uomo è ontologicamente di più. L’uomo vuole conoscere le cause e porre rimedio, problem solving, come dicono oggi – sarà per questo che sono rare le donne filosofo? Forse perché le femmine sono multi-tasking? Non datur. L’uomo, dunque, è naturaliter filosofo. Anzi, Schopenhauer lo ha definito animal metaphysicum.

«Ad eccezione dell’uomo, nessun essere si meraviglia della propria esistenza: anzi, per tutti gli altri esseri l’esistenza è una cosa talmente ovvia, che essi non la notano. Negli animali, attraverso la calma dello sguardo, continua a parlare la saggezza della natura, perché in essi la volontà e l’intelletto non si sono ancora separati abbastanza per potersi stupire l’uno dall’altro, qualora si incontrino di nuovo. […] La sua meraviglia è tanto più profonda, in quanto qui, per la prima volta essa si trova coscientemente di fronte alla morte e in quanto, accanto alla consapevolezza della finitudine di ogni esistenza, le si impone anche, con più o meno forza, quella della vanità di qualsiasi aspirazione. Da questa coscienza di sé e da questa meraviglia nasce allora quel bisogno di una metafisica, che è proprio dell’uomo soltanto: questi è quindi un animal metaphysicum» (A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, II, 17).

Ma va educato. Il filosofo è un pedagogo per gli altri e fa loro scoprire i meccanismi della realtà intera. Filosofare è scoprire il senso delle cose e della vita, separare l’immaginario dal reale, cercare e accogliere la verità per ciò che è (adaequatio rei et intellectus). È trasformare il complesso in semplice, partendo dal concetto base che la natura delle cose è intelligibile, il mondo intero è intelligibile perché creato da un’Intelligenza. L’uomo ricerca - Socrate diceva che «una vita senza ricerca non è degna per l'uomo di essere vissuta» (Apologia 38 a) -, ma se ricerca, lo fa perché è incuriosito, è incuriosito perché lo spettacolo offerto dalla realtà è meraviglioso e la sua intelligenza lo stupisce. Così in primo luogo l’uomo riconosce la propria ignoranza, che è il primo gradino, poi è costretto a congetturare la problematicità ontologica del reale. Per questo porre problemi è tanto bello quanto risolverli! (cit. Barzaghi).
Filosofare è meravigliarsi come un bambino.
Rinunciare a filosofare invece è una tragedia, è come decidere di non riprodursi, alla fine muoiono tutti. Non mi sembra un modo simpatico di ragionare. L’uomo sempre è più di un animale. L’uomo ama, l’uomo ragiona, ama le meraviglie dell’universo ma pone questioni sull’essere di queste meraviglie, e ragiona sui significati (non solo linguistici!) e sui perché di tutto e di se stesso. Soprattutto, l’uomo filosofa. Questo è il compito della filosofia: «Filosofare è interrogarsi sui perché delle cose e degli accadimenti degli essenti e dei fenomeni, dell’essere e del non essere, e questo è compito della ragione, non della fantasia o del sentimento. Perciò educare alla filosofia è anzitutto educare alla riflessione, al ragionamento» (B. Mondin).
Anche nell’epoca della cibernetica, solo perché possiamo delegare il lavoro a delle macchine, non abbiamo il diritto di delegare il pensiero. Non possiamo limitarci a dire primum vivere deinde philosophari, per quanto sia vero, corretto e finanche necessario, perché vivere est philosophari! Torniamo a filosofare forte!


-Educare alla filosofia, atti del XIII convegno dell'A.D.I.F., Roma, 13-15 settembre 1990, Georges Cottier [et al.] a cura di Battista Mondin.
- Il mondo come volontà e rappresentazione, A. Schopenhauer, Mondadori 1997.
-Le radici del Nichilismo, in Divus Thomas, 18 sett-dic 3/1997, EDS.

 

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