02 maggio 2018

È tornato don Camillo/56. Una conferenza “originale”

di Samuele Pinna
(con una illustrazione interna di Erica Fabbroni)

La serata avventurosa del nostro don Camillo, in cuisi era dovuto sorbire, suo malgrado, una conferenza a dir poco originale, poteva concludersi con la sua ultima boutade. La discussione, invece, proseguì. Del resto, il professorino tanto carino – si conceda la licenza poetica (che serve solo per la rima) –, era anche un po’ cretino. Tale cretineria non era dovuta alla mancanza dell’uso di ragione, ma a motivo del suo mal utilizzo.

Se, infatti, la dottrina sul peccato originale è ardua, bisogna ancor di più attaccarsi al dogma per non essere sviati e giungere a conclusioni fuorvianti, dove almeno due sono le soluzioni non accettabili, come cercò di spiegare don Augusto.

Il relatore aveva asserito con indomita sicurezza che il peccato originale coincide con quello personale.

«Siccome tutti gli uomini peccano», aveva detto, «esiste un peccato universale perché nessuno di fatto è innocente e libero da qualche decisione per il male».

“Ma in tal modo Adamo”, pensò tra sé e sé il pretone, “non è altro che l’emblema del comportamento che contrassegna ogni uomo. Ci sono, però, almeno degli inconvenienti difficilmente arginabili”.

Il carburatore cominciò a crepitare e le parole uscirono da quel carrarmato in talare una via l’altra.

«Mi scusi», aveva esordito con il piede sull’acceleratore, ripensando a quegli insegnamenti avuti in gioventù da quel arguto Cardinale, «se il peccato è in ultima analisi soltanto un atto libero e personale, perché nessuno, proprio nessuno, lo evita? Se è personale e libero, come mai è universale senza eccezioni? Se è universale, come è possibile che sia davvero libero? E se è inevitabile, può dirsi ancora peccato in senso proprio? In secondo luogo: se il peccato originale si risolve nei peccati personali che tutti di fatto compiono, come mai i bambini, ancora incapaci di decisioni responsabili, hanno bisogno della redenzione di Cristo e vengono battezzati “in remissionem peccatorum”?».

Don Camillo redivivo non tirò in ballo neppure il caso della Madonna, non macchiata dal peccato originale, per paura di sentire risposte da brividi.

«Beh», aveva balbettato l’altro in risposta, «il peccato originale è semplicemente qualcosa di simbolico-esistenziale, che riscontra la finitezza metafisica della natura umana o la sua debolezza psicologica e, dunque, la sua incapacità a non peccare. Adamo risulta essere soltanto un simbolo, che rappresenta la condizione umana, dove il male risiede nella concreta natura dell’uomo…».

«Ma ragioniamo un attimo», lo aveva interrotto nuovamente, sempre più alterato, il nostro don Camillo redivivo, «il suo argomento non tiene proprio! Se, infatti, “il male risiede nella concreta natura dell’uomo”, essendo quest’ultimo creato da Dio, significa che la causa ultima del male è Dio, che ha creato l’umanità in questo modo, con un difetto presente già all’origine, un difetto di fabbrica bell’e buono! E, quindi, come inevitabile conseguenza, Dio non è buono e Cristo non è il modello dell’umano. Se siamo creati con questo difetto di fabbrica, vuol dire che siamo stati creati male, ergo chi ci ha creati è cattivo perché, pur potendo, non ci ha creati bene. E se il prototipo dell’uomo è Cristo, vuol dire che anche lui è imperfetto, non solo nella sua incarnazione, ma da sempre! E ciò mi pare una non trascurabile bestemmia!».

Cadde il silenzio nella sala, non erano discorsi facili, ma la logica non lasciava scampo né alla grammatica né all’ermeneutica. Quando il professorino stava per aprir bocca, il nostro don Camillo riattaccò.

«Se il peccato originale è qualcosa di intrinsecamente connesso con l’essere umano di fatto esistente, senza che possa essere ricondotto a un atto provocato dalla creatura, allora l’autore e il responsabile della colpa universale è unicamente Dio. Così si capovolgerebbe la logica profonda del libro della Genesi, si annienterebbe la sua altissima lezione teologica: il primo libro dell’Antico Testamento è infatti dominato, in tutto l’orientamento che lo compagina, dalla convinzione che all’origine della totale contaminazione e della totale miseria non c’è Dio, che pure è la sorgente di tutto, ma una ribellione della libertà creata da collocarsi all’alba della storia».

Tirò il fiato e poi continuò, «Non solo, anche la Sacra Scrittura dice diversamente da quanto ha affermato lei. Si legge, infatti, nel primo capitolo della Lettera di Giacomo: “Nessuno, quando è tentato, dica: ‘Sono tentato da Dio’; perché Dio non può essere tentato al male ed Egli non tenta nessuno. Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni, che lo attraggono e lo seducono; poi le passioni concepiscono e generano il peccato, e il peccato, una volta commesso, produce la morte”».

Don Augusto era conscio che l’uomo tende a scusarsi e si costruisce delle scusanti, ponendo l’origine del male in Dio anziché in se stesso. Probabilmente oggi l’alibi non è più cercato in una concezione mitica: Dio ha creato il male, Dio induce l’uomo al male. Ma nella cultura moderna è certamente presente la sua variante laica: il male è parte della struttura dell’uomo, inevitabile, necessario. Non colpa, ma limite. L’apostolo Giacomo spiega invece come il peccato non sia una necessità né un destino, ma una scelta, che non si può far risalire a Dio, quale causa originante.

«Anche nel quindicesimo capitolo del Libro del Siracide, se non erro», aveva proseguito don Augusto, che non errava, «si dice lo stesso: “Non dire: ‘A causa del Signore sono venuto meno’, perché Egli non fa quello che detesta. Non dire: ‘Egli mi ha tratto in errore’, perché non ha bisogno di un peccatore. Il Signore odia ogni abominio: esso non è amato da quelli che lo temono. Da principio Dio creò l’uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere. Se tu vuoi, puoi osservare i comandamenti; l’essere fedele dipende dalla tua buona volontà. Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà”».

In realtà, il nostro reverendo si era portato dietro una bibbia e aveva letto con la sua voce stentorea quei passi. Poi, aveva concluso l’efficace discorso con una spolverata di cultura generale.

«Anche Platone nella Repubblica», aveva detto sommessamente, da vero finto intellettuale, «afferma che la colpa è di chi fa la scelta, mentre Dio è innocente. Il filosofo giudeo Filone di Alessandria, nel suo De fuga saeculi, sottolinea inoltre la presenza del bene in Dio e del male nell’uomo».

Ora, in un contesto normale, c’era solo da rimanere lì, belli freschi, e assaporarsi quelle parole, ma nel nostro “mondo al contrario” era quasi impossibile. Sicché, quello che successe dopo, fu un vero cinema. Il professorino aveva cercato di replicare, ma fu sommerso dalle parole infocate del pretone, ormai in piedi, e dal suo avvicinarsi minaccioso. Il gioviale Parroco capì che era giunto il tempo di concludere la serata. Non sappiamo se lui o la gente radunata nella sala compresero che il dogma del peccato originale permette di cogliere la situazione dell’uomo di oggi e di sempre, il quale porta in sé una ferita e un limite invalicabile (la morte), non attribuibili a un Dio buono. E, in tal senso, per G. K. Chesterton quello del peccato originale «è l’unico aspetto della teologia cristiana che può veramente essere dimostrato».

Dinnanzi alla natura ferita dell’uomo, avviene qualcosa di sconvolgente: Dio non lo abbandona, ma – nel suo amore senza confini – si fa carne in Gesù Cristo per redimerlo e portare a salvezza la vita di ogni persona, donando una vita eterna!

“Dio si è fatto uomo, per far sì che l’uomo diventi come Dio”, avevano proclamato diversi Padri della Chiesa.

“Ad ascoltare attentamente quel tanghero del professorino”, meditò in confidenza personale e intima il nostro don Camillo, robe da non dire troppo in giro, “pare che Dio si è fatto uomo, per fare sì che l’uomo resti uomo”.

 

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