09 maggio 2018

È tornato don Camillo/57. Esistiti, non storici

di Samuele Pinna
Qualche giorno dopo, il buon Jean Paul si era catapultato in canonica, sventolando un articolo di giornale.

«Lei è proprio furbo», disse bonariamente irrispettoso, «guardi cosa ho trovato!».

Giampaolo Fabbro era stato presente all’incontro sul peccato originale e, siccome riusciva a far funzionare il cervello, comprese con facilità tutta la faccenda.

L’articolo in questione, iniziava con una domanda: “Chi di voi ritiene che Adamo ed Eva siano personaggi storici?”. La risposta era la seguente: “Storici no, esistiti sì”.

Jean Paul, molto eccitato, partendo dal saggio che stringeva tra le mani, tentava di spiegare al povero pretone, senza esserci peraltro nessuna necessità, come, per ogni buon credente cattolico, la Sacra Scrittura abbia “Dio per autore”, il quale “scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità”, perché fossero anch’essi “veri autori” delle cose che il Signore voleva fossero rivelate.

«“In questo senso”», lesse con voce ferma il ragazzotto, «“la Scrittura è una specie di doppia testimonianza (per il credente): da parte di Dio stesso essa è testimonianza a cui è dovuta l’obbedienza della fede e il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà; da parte di uomini, singoli o comunità intere lungo archi di storia, anche molto estesi, che sono gli autori dei libri che compongono la Scrittura, merita, proprio in quanto testimonianza umana, uno sforzo di comprensione: essi hanno scritto nel possesso delle loro facoltà e capacità”».

Qui risiedeva il problema della inerranza biblica, ma don Augusto in un moto di pura pietà non volle soffermarsi, per paura di tirarla troppo per le lunghe, rischiando al contempo di smorzare l’entusiasmo incontenibile del giovane Giampaolo Fabbro.

«“Se la Scrittura”», proseguì, pertanto, nella lettura, «“fosse testimonianza diretta di Dio, non fosse pure che nella forma della dettatura ai vari scribi umani, avremmo risolto facilmente il problema, non rimanendo che l’immediata sottomissione a qualcosa di così diretto. Se la Scrittura, al contrario, fosse soltanto un insieme di libri scritti da uomini che hanno ricercato Dio nelle loro storie, allora avremmo facilità a interpretare questi libri con ogni mezzo possibile, in quanto storici, letterati, poeti, teologi (potendo anche continuarli noi stessi e, perché no, migliorarli!) in maniera da assimilarci immediatamente gli uomini e le loro opere”».

«Disgraziatamente», anticipò il pretone la conclusione, «questa esclusione non è possibile: Dio è autore dei libri della Scrittura, ma ha voluto la collaborazione degli uomini di cui si è servito (“agendo Egli in essi e per loro mezzo”, anch’essi sono “veri autori”)».

«Esatto», esclamò Jean Paul, «le scorciatoie sono entrambe precluse».

«Leggi», aveva ripreso un don Augusto divertito, «leggi pure».

«“Da qui due snodi fondamentali”», continuò la lettura l’altro, «“Primo: considerare generica opera umana questi libri significa tagliare via l’intenzione profonda e vitale che ha sostenuto gli agiografi (lo Spirito Santo) e ritrovarsi poi con frammenti spezzati e incoerenti o, peggio ancora, con grandiose sintesi ideologiche su Dio, Israele, la Chiesa. Secondo: presumere di avere accesso al Dio che rivela direttamente porta a escludere il mezzo che Lui stesso si è scelto, ovvero una catena di esseri umani che hanno dedicato anima e corpo a un’opera che non era soltanto loro propria”».

Jean Paul si era improvvisamente fermato, perché iniziava ad avere la gola secca per lo sforzo nella declamazione del pezzo giornalistico. Per fortuna, il nostro don Camillo se ne accorse e andò in dispensa: stappò un’ottima bottiglia di lambrusco, tanto che, dopo due bicchierini bevuti a garganella, il ragazzotto poté riprendere il suo sermone.

«“La prima evidenza da raccogliere è che i primi capitoli di Genesi (fino all’undicesimo) raccontano una serie di storie unite, sì, da un legame genealogico, ma con scarsissima pretesa di costituire un’unità di cronaca nella quale personaggi e azioni siano privi di ‘buchi’ (pensiamo alle città fondate da Caino una volta assassinato Abele). Molto più utile e non puramente negativo, è rilevare come i racconti, a dispetto di alcuni riferimenti geografici apparentemente circostanziati (i fiumi del giardino dell’Eden), lasci indeterminati luoghi e spazi riconoscibili, almeno finché non si arriva ad Abramo (al capitolo dodicesimo). Sinteticamente, dovendo tener conto tra l’altro dei generi letterari, e quindi dovendo collocare in particolare i primi tre capitoli di Genesi, dobbiamo dire che lo stile letterario è quello del genere mitologico. Simile conclusione consegue dal fatto che questi capitoli non riportano, per stile e caratteristiche, testimonianze di una tradizione che risale a qualche evento facente parte della storia di un popolo, se non al modo di richiami a tradizioni comuni anche al mondo circostante (pensiamo al diluvio, all’albero, al giardino). Ciò motiva la prima parte della risposta alla domanda: “Adamo ed Eva sono personaggi storici?”: ebbene, storici no. Ma: “Dio non potrebbe rivelare in visione o in locuzione eventi ignoti e inaccessibili?”, ecco l’obiezione. Certo che sì, ma lasciando integre le loro facoltà e capacità, e dove abbiamo testimonianza di visioni, abbiamo l’esplicito richiamo di colui che vede nel testo: se vogliamo andare alla lettera (pur senza essere letterali), la lettera dobbiamo leggerla. E quindi, Adamo ed Eva non sono personaggi storici”».

«Sì, è chiaro e assodato», aveva glossato il pretone, «che il libro Sacro non ci racconta una cronaca, non risponde al “come” sono capitati quegli eventi, ma “perché”».

«Infatti!», riprese l’eccitata lettura Giampaolo, dopo aver tracannato un altro bicchierozzo di lambrusco, «“Dicendo che il genere è mitologico significa asserire che, nello specifico, il libro della Genesi utilizza il linguaggio del mito per veicolare un tipo di verità che richiede, sì, forma narrativa, ma non una cronaca storiografica. E quindi, chi sono Adamo ed Eva veramente? I nomi, come diversi interpreti evidenziano, richiamano più dimensioni simboliche dell’essere umano (Adamo fatto di terra ed Eva come colei che dà la vita) di quanto siano nomi propri veri e propri. La narrazione che li vede protagonisti, dal secondo capitolo di Genesi in avanti, ci dà le dimensioni fondamentali in cui collocare l’essere umano di fronte ai suoi simili e soprattutto rispetto a Dio. Egli ha fatto buona ogni cosa, e molto buona la prima coppia di esseri umani, in cui sono contenuti tutti gli altri discendenti, mediante l’espediente della genealogia. Essi rappresentano ogni essere umano nella forma, in un certo senso, più pura, ideale, di esseri appena usciti dalle mani del Creatore. Ma sono esistiti solo in questo senso? No, ovviamente. Possiamo, pertanto, giungere a comprendere la risposta iniziale (storici no, esistenti sì). Se è vero che Adamo ed Eva non sono personaggi storici, nel senso dato dalla scienza storica moderna, tuttavia devono essere esistiti, soprattutto a un livello teologico. L’umanità nasce, infatti, contraendo il peccato originale. Se questo ci spiega molto della storia dell’umanità, della cronaca e della nostra biografia, nondimeno il peccato originale è un mistero. Tutti vi nasciamo eppure il peccato è qualcosa che è tale soltanto sulla base di una scelta libera, tant’è che generalmente non ci viene imputato qualcosa di cui non siamo responsabili. Eppure quello originale è insieme un peccato e qualcosa di contratto per il fatto stesso di far parte dell’umanità. Ognuno di noi può riuscire a concepire un peccato personale che trascini la propria vita in conseguenze devastanti, segnando i nostri desideri e il nostro animo per un’esistenza intera. Ma senza un peccato personale, com’è che si nasce già segnati?”».

«Un bell’enigma», sorrise sornione il pretone, che si sedette finalmente, divertito nel vedere nell’altro tanto ardore teologico.

«“Questo mistero”», aveva ripreso un Jean Paul sempre più accalorato, non si sa se a motivo della lettura o per il vinello ingurgitato, «“non sarà ovviamente sciolto con un discorso o delle ragioni, sebbene sia stato risolto nella Passione, Morte e Risurrezione di Gesù (non a parole soltanto, comunque). Possiamo, però, porre dei paletti per aiutare il pensiero a non percorrere vie cieche nel tentare di comprendere l’incomprensibile. Il principio per cui il peccato non può esistere senza un atto di libertà è insuperabile e segna l’esistenza umana disegnando in negativo, in ombra, la sua stessa grandezza. Se è vero che ogni uomo che nasce è peccatore, il peccato deve avere fatto il suo devastante ingresso nell’umanità nell’unico modo possibile, tramite un atto di libertà. In questo senso, e in questo soltanto, Adamo ed Eva non sono personaggi storici, ma devono essere esistiti: una prima coppia che, in un atto di libertà, ha posto l’umanità intera sotto il segno e la realtà di uno stato decaduto”».

Dopo un attimo di silenzio e un altro bicchierino bevuto tutto d’un fiato, il ragazzotto ne sparò una all’indirizzo della catechista brutta, tanto da far sganasciare il povero prete, piegato letteralmente in due.

«Ottimo articolo, nevvero?», disse, improvvisamente serio, il giovanotto, «Bisognerebbe farlo leggere alla sua “bella” amica, ma dubito capisca…».

Risero ancora fragorosamente, anche a motivo di altri commenti non trascrivibili e poco ortodossi. Tuttavia, bisogna essere indulgenti verso quei due omoni: a volte, infatti, un buon lambrusco può sciogliere una lingua e renderla audace.

«Cosa ha da aggiungere?», chiese, infine, tra le risa a crepapelle, Jean Paul.

«Come annunciò quel tale storicamente esistito, in quanto fu uomo in carne e ossa, e scrittore neotestamentario di lettere, senza dubbio, ispirate dallo Spirito Santo», rispose solennemente don Camillo redivivo, alzando il calice ricolmo per un ennesimo brindisi, «E come tutti muoiono in Adamo così tutti riceveranno la vita in Cristo».

Parola di san Paolo, rintracciabile nella Prima Lettera ai Corinzi, capitolo quindicesimo, versetto ventidue. Amen. Prosit. Alleluia!



 

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