16 maggio 2018

È tornato don Camillo/58. Il piccolo-grande Attilio

(con una illustrazione interna di Erica Fabbroni)

Questa è una di quelle storie antiche che appaiono sempre nuove, portate dal vento in terre dove il seme può attecchire e portare molto frutto. Racconti straordinari nella loro apparente ordinarietà, ma che possono lasciare stupiti gli attenti ascoltatori. Discorrere di vita significa, a volte, parlar di morte e ancora di vita, perché il male è stato sconfitto e solo il bene alla fine trionferà. Il presente, allora, si mescolata al passato, che ritorna attuale per permettere di avere uno sguardo di speranza sul futuro. “Il mondo – aveva scritto Tolkien, in un dialogo tra l’elfo Haldir e l’hobbit Frodo – è davvero pieno di pericoli, e vi sono molti posti oscuri; ma si trovano ancora delle cose belle, e nonostante che l’amore sia ovunque mescolato al dolore, esso cresce forse più forte”.

In illo tempore, in una giornata come tante altre, fece un importante ritrovamento. Si trovava al paese, quello, per essere precisi, più bello del mondo, perché il “suo”, dove era cresciuto e conosceva tutti. Il tempo, lì, pareva essersi fermato e la realtà, fatta di vie, case, piazze, rimaneva immutata per anni e anni. Ogni cosa poteva apparire diversa, pur restando la stessa, ed era perfettamente uguale, anche se ormai mutata nella forma esteriore. E le stagioni facevano capolino, rincorrendosi con gli anni che passavano lenti e veloci insieme.

Il nostro don Camillo si trovava, appunto, nella sua casa natia e si dava non poco da fare, aiutando i suoi genitori a sistemare le cose nello scantinato, così da lasciar spazio a nuove cianfrusaglie, gettando via quelle vecchie.

Durante le operazioni di riordino, gli venne in mano, quasi per caso, una vecchia e ingiallita fotografia: si trattava di un bambino, probabilmente al suo primo giorno di scuola.

Don Augusto non poté evitare di notare la somiglianza con se stesso, ma non ricordava di aver mai visto quella istantanea né riconosceva il luogo in cui era stata scattata.

«Assomiglia a te, quando avevi la sua età», sentì, alle sue spalle, la voce di sua madre.

«Già», rispose l’altro meditabondo, «chi è?».

«Il tuo prozio», riprese la donna, avvicinandosi, «il fratello più piccolo di tuo nonno Antonio».

La faccia interrogativa, di chi ammette di non sapere nulla, aiutò la mamma del pretone a proseguire nella descrizione della faccenda.

«È una lunga storia…», iniziò titubante.

«Ma noi abbiamo tempo!», esclamò, spronandola.

«Va bene», riprese l’altra, per niente dispiaciuta di poter rievocare le vicende dei suoi avi, «Devi sapere che la tua bisnonna Mariangela era una donna bellissima, intelligente e piena di vita. Si sposò presto, come era d’uso allora, ed ebbe parecchi figli. Attilio fu l’ultimo ed era il suo piccolo, ma grande tesoro. Quando fu giunto il momento di incominciare la scuola elementare, lei si ammalò, ma i medici non riuscirono a capire subito di quale malattia soffrisse. Siccome peggiorava di giorno in giorno, decisero di spedire il piccolo Attilio in un collegio».

Il nostro don Camillo, vedendo che la narrazione si prestava a essere lunga, si sistemò meglio sull’appoggio su cui era seduto.

«Alle fine», proseguì sua madre, «i dottori compresero il motivo del suo malessere e del suo incomprensibile dimagrimento: si trattava del verme solitario. Quando, però, avrebbe potuto facilmente guarire e, dunque, cominciare una sorta di rinascita, la raggiunse un vero e proprio dramma…».

A quel punto, il prete di città, ora nel suo paese, guardò preoccupato la madre e chiese cosa fosse mai successo e se quella era una malattia incurabile a quel tempo.

«No», riprese l’altra, «la cura c’era e avrebbe pure funzionato, ma il medico fece un errore irreparabile. La tua bisnonna avrebbe dovuto prendere la medicina e poi un quantitativo di olio di ricino per purificare l’organismo. Purtroppo, il dottore sbagliò a dare le indicazioni e fece fare alla paziente le stesse operazioni, ma in modo inverso. Avvenne che le si perforò lo stomaco e, dopo qualche giorno, morì per una emorragia interna, all’età di trentasei anni».

Il pretone si rabbuiò e rimase zitto per qualche attimo, dopodiché levò la testa e il suo sguardo incrociò un vecchio crocefisso impolverato, ma dalle delicate fattezze.

«Che storia triste!», esclamò infine.

«Quando la sua mamma morì», continuò il racconto, «Attilio era in collegio, ma nessuno gli comunicò la notizia né lo si fece rincasare per i funerali…».

«E perché mai?», saltò su don Augusto con fare indignato.

«Va’ a saperlo», rispose, «mentalità dell’epoca! Sta di fatto che quando Attilio finalmente tornò dai suoi, a motivo di alcuni giorni di vacanza, voleva ovviamente vedere sua madre, ma lei non c’era più e non c’era modo di farglielo capire. Lo portarono al cimitero e gli spiegarono che era andata in cielo con Gesù e che, in Paradiso, era felice e stava bene… quante cose gli dissero per convincerlo e rasserenarlo! Tuttavia, Attilio voleva incontrarla a ogni costo e piangeva e si disperava per questo».

«Povero», sospirò il pretone dalle mani grosse come badili.

«Già», cercò di continuare l’altra, interrotta dall’urlo di richiamo del marito, che la desiderava ai piani alti, «La cosa finì che il povero bimbo morì…».

«Morì?», le fece eco l’altro scosso.

«Sì», finì il discorso, concludendo anche il racconto di quella triste vicenda, «morì di crepacuore, perché voleva rivedere la sua amata mamma e non ci era riuscito, almeno qui in terra».

Dopo altri richiami, la madre di don Augusto salì, dove era attesa, lasciando il figlio sacerdote solo nella semioscurità. Questi si alzò a fatica, meditabondo, e, senza pensarci su troppo, prese tra le mani quel polveroso crocifisso e lo ripulì. Era molto ben fatto e si chiese come mai era capitato laggiù, tra le robe vecchie. Lo osservò con attenzione fin quando non gli vennero in mente le sequenze del dialogo tra Marcellino pane e vino e il Cristo e, quasi senza accorgersene, le ripeté a mezza voce.

«“Bravo Marcellino”, disse Gesù, “Tu sei un bambino buono e io ti voglio dare in premio quello che più desideri al mondo. Dimmi: vuoi essere come fra Bernardo, come fra Pappina, come il Padre Superiore oppure vuoi che Manuel venga a giocare con te?”.

“No, voglio soltanto vedere la mia mamma e poi anche la tua”.

“E vuoi vederle adesso?”.

“Sì, sì, adesso”.

“Dovrai dormire”.

“Ma io non ho sonno”.

“Ti addormenterò io. Vieni, dormi Marcellino”».

Il Cristo aveva accolto la preghiera di Marcellino, portandolo in cielo e, probabilmente, ragionò tra sé don Camillo redivivo, lo stesso aveva fatto con il piccolo-grande Attilio. Dopo qualche istante, si volse e posò lo sguardo dapprima su quel crocifisso, una volta impolverato, per poi rimirare di nuovo quel piccolo ritratto che aveva ripreso tra le mani. E gli parve, per un attimo, come un barlume, di vedere una strana luce intorno a quel viso angelico.

Esauritosi quel bagliore, gli occhi di don Augusto si posarono su un volumaccio: fu stupito di trovarlo lì, perché era una tra le sue opere preferite. Decise di aprirlo a caso e, scorrendo su e giù con le dita, si soffermò su un passo. Gli capitarono le parole di una scena a lui cara, quando i protagonisti di un’epica storia si dicono “addio”.

«Ebbene, cari amici», lesse ad alta voce, «qui sulle rive del Mare finisce la nostra compagnia nella Terra di Mezzo. Andate in pace! Non dirò: “Non piangete”, perché non tutte le lacrime sono un male».

Chiudendo il libro, scrutò per qualche istante ancora quella fotografia per poi appoggiarla, con ieratica solennità, sulla mensola del mobile. Infine, mentre contemplava il volto del Crocefisso, una grossa lacrima attraversò la guancia di quel pretone dalle mani di ghisa e dal grande cuore.

“È proprio vero”, si disse, “non tutte le lacrime sono un male…”.  

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