23 maggio 2018

È tornato don Camillo/59. Peccati di gioventù

di Samuele Pinna
(con illustrazione interna di Erica Fabbroni)
Quando, dopo aver aperto la porta della canonica, se li vide davanti, la chiuse di scatto, ma i due pellegrini insistettero nel suonare il campanello e fu costretto a riaprire.

«Cosa volete?», disse con malgarbo il nostro don Camillo.

«Reverendo, abbiamo bisogno d’aiuto…».

«Mi spiace», li interruppe brusco l’altro, «quando risiedevo nella vostra Parrocchia avevo il dovere morale di aiutare le mie pecorelle, i vostri problemi erano i miei, ma ora ho cambiato giurisdizione e ho il diritto di infischiarmene. Non avete forse un Parroco anche voi? Sbrigatevela con lui!».

«Solo lei ci può aiutare!», esclamarono all’unisono e in modo supplichevole, proseguendo in prolungati piagnistei.

A quel punto, davanti a tanta insistenza, che niente pareva far scemare, il nostro pretone li fece entrare in casa, scortandoli nel suo studio. Una volta che si furono accomodati chiese in malo modo, ai due non graditi ospiti, di spicciarsi a spiegare la questione, perché non aveva tempo da perdere.

«Si tratta di nostro figlio, il più grande», parlò quella che era la madre, «non lo riconosciamo più! Non ci ascolta, non studia e pretende cose assurde. Non va più in chiesa né frequenta gli ambienti parrocchiali. Siamo disperati, non sappiamo più che fare…».

«Mi spiace per la situazione, ma avete una buona dose di coraggio per venire a domandare assistenza proprio a me?», rispose don Augusto dopo un attimo di imbarazzante silenzio, «Cosa vi dicevo io quando era solo un ragazzetto?».

«Lo sappiamo, lo sappiamo», ripresero come fosse una nenia, «e proprio per questo soltanto lei ci può aiutare…».

«Io?», rispose seccato e con le vene del collo tanto ingrossate, che parevano dovessero scoppiare da un momento all’altro, «Ma se non mi dava retta da piccolo, come potete pensare lo faccia adesso?».

«Reverendo», si fece seria lei, «ci siamo sbagliati nei suoi confronti. Anche se non capivamo i suoi metodi, anzi li abbiamo contrastati… è vero, lei aveva ragione a metterci sul chi va là. Abbiamo sbagliato! E ora siamo qui a implorare il suo soccorso. Cos’altro dobbiamo fare?».

Dopo quella pubblica accusa, con malavoglia il pretone accettò di occuparsi del caso, ma specificò in modo fin troppo chiaro che avrebbe assolto al compito soltanto usando i suoi contestati metodi educativi.

«Voglio carta bianca», sentenziò, «altrimenti tornatevene pure a quel paese e lasciatemi in pace!».

Quei due poveretti erano talmente disperati che accettarono senza riserve.

Dopo qualche giorno, convinsero il ragazzo in questione a seguirli e lo portarono da don Augusto.

«Ora lasciateci soli», intimò, «vi chiamerò io a tempo debito».

Una volta spariti i genitori, condusse il ragazzo in una stanza completamente vuota, che si trovava nel sotterraneo della chiesa. Dopo essere entrati, chiuse la porta con diverse mandate e si infilò la chiave nella tasca della veste. Rimase silenzioso e immobile per un attimo, che sembrò, soprattutto al ragazzotto davanti a lui, lungo almeno una settimana. Si tirò su con eccessiva calma le maniche della veste fino al gomito e guardò in cagnesco il giovane ormai completamente disorientato. Quello che successe dopo è difficile da descrivere, diciamo solo che il nostro don Camillo lo disorientò ancor di più e gliene diede tante, ma tante, che più tante non si può! L’altro aveva inizialmente tentato di reagire spavaldo, ma dovette subito mettersi sulla difensiva. Cercò, pertanto, di subire meno danni e di parare più colpi possibili, ma il pretone dalle mani di badile pareva ispirato e lo suonò come una campana. A ben vedere le cose, fu un ottimo concerto, uno di quelli che, finito, l’applauso è d’obbligo. Nella foga concertistica, don Camillo redivivo si era, inoltre, figurato davanti agli occhi tutti quei ragazzi, senza dimenticare diversi dei loro genitori, che, in un passato non troppo lontano, avrebbero ben meritato una spolveratina come quella. Siccome faceva sempre le cose perbene, quelle che sparava erano sberle talmente ben pitturate che solamente un grande e compassato artista era in grado di tirare con tanta mirabile perizia. Del resto, modestia a parte, il nostro pretone risultò essere un ottimo professionista e, nonostante fosse autodidatta, i concetti gli uscirono dalle mani così bene da risultare un magnifico capolavoro di cui essere pienamente soddisfatti.

Alla fine della festa di accoglienza, il malconcio giovinastro fu trasferito sul divano della sala in un modo non proprio ortodosso. Il pretone, dal canto suo, si sentiva più leggero e conscio che, con una spazzolata come quella, avrebbe fatto crescere se non l’affetto, almeno il rispetto verso di lui. Sì, era, in fondo, una pedagogia spiccia, non proprio alla Montessori, ma, come si suol dire, a mali estremi, estremi rimedi. Don Augusto lo chiamava “metodo Pestalozzi”, ma non aveva nulla da spartire con quello di Johann Heinrich, se non per il fatto che il cognome richiamava il desiderio irrefrenabile di una sonora pestata. Forse, però, il nostro don Camillo voleva, a suo modo, esercitare l’educazione del cuore. Lui lo aveva grande, ma anche le mani, spesse come mattoni, e ogni tanto era inevitabile la confusione su cosa usare in determinate circostanze.

In quei giorni, che passarono veloci, perché il tempo vola via quando ci si diverte, non ci furono altre schermaglie e così, a un certo punto, don Augusto decise che era il momento di far ritornare i genitori a ripigliarsi quel ragazzotto. Quando arrivarono a ritirarlo, rimasero letteralmente senza parole dinnanzi al cambiamento che gli si palesava dinnanzi. Difatti, mentre loro parcheggiavano l’automobile, poterono facilmente vedere il loro figliolo al lavoro. In quel momento stava tagliando l’erba del prato antistante la chiesa, ma lo stupore fu totale quando lo videro correre in aiuto di una vecchina e ancora a salutare garbatamente i passanti che transitavano sul sagrato o a rimbrottare con creanza alcuni ragazzacci maleducati. Dopo un po’ che erano lì, come due stoccafissi, tra lo sbigottito e l’incredulo, il pretone decise di riportarli alla realtà, avvicinandosi e salutandoli.

«Come ha fatto?», riuscirono a domandargli dopo un lungo momento di silenzio. Di tutta risposta, l’altro si strinse nelle spalle, senza proferir parola.

Quando il giovanotto si avvicinò, si informarono delle sue condizioni.

«Bene!», rispose con un grande sorriso, «il Reverendo è proprio bravo: il primo giorno mi ha picchiato di brutto e da lì mi sono affezionato. Era ora, infatti, che trovassi qualcuno che mi prendesse sul serio! Dopo, mi ha fatto fare ogni tipo di lavoro. È inutile dirvi che in tutto questo tempo mi ha trattato malissimo, facendomi compiere svariate attività e una più assurda dell’altra. Mi ha aiutato, però, a ragionare e grazie a lui ho capito cosa conta nella mia esistenza, come spendere al meglio le mie giornate e cosa voglio fare davvero».

Sicché, quel giovinastro spiegò ai suoi genitori che non voleva più andare all’università, ma impegnarsi in qualche professione, che si scusava per come si era comportato e che, da adesso in poi, fossero più severi con lui, perché aveva bisogno di comprendere dove era di casa la verità e come raggiungerla.

Don Camillo redivivo salutò tutti in modo brusco, ma quel ragazzo là lo abbracciò a tradimento, sussurrandogli solo una cosa. Era una parola semplice, persino banale, ma scaldò il petto di quel carrarmato in talare.

«Ricordati di ringraziare Chi di dovere!», gli aveva risposto con quella finta scortesia, che tradiva invece un affetto trattenuto con difficoltà.

«Non mancherò!».

E quel ragazzo spiegò ai suoi genitori, sempre più allibiti, che aveva compreso l’importanza della relazione con il Signore per la sua vita. Certo, il Reverendo l’aveva portato a forza alla Santa Messa, al Rosario recitato con le vecchie della Parrocchia, agli incontri di dottrina, etc. etc.

A quei due genitori, non cattivi, ma semplicemente ebeti, don Augusto consegnò, su un foglietto ingiallito, quello che può essere definito un lascito spirituale.

“Ricordatevi cosa scrisse san Giovanni Bosco”, si leggeva nella missiva, “Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori ed unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di Colui, che volle farsi nostro modello, nostra via, nostro esempio in tutto, ma particolarmente nell’educazione della gioventù”.

Il nostro don Camillo, appena fu lasciato finalmente da solo, andò subito in chiesa a condividere la sua gioia con il Cristo della croce, dimenticandosi di tutte le mancanze di rispetto subite, nel corso degli anni passati, sia da quel ragazzo, il quale ne aveva combinate di ogni, sia soprattutto dai suoi genitori, che lo avevano sempre difeso a spada tratta, anche quando doveva essere severamente punito, come quella volta che… ma questa è un’altra storia!

Appena si era accostato al Santissimo, dopo la genuflessione, quasi fosse una illuminazione, gli vennero ancora in mente le parole di don Bosco: “l’educazione è cosa del cuore”, diceva il Santo, aggiungendo, però – ed era una aggiunta che molto spesso si censurava –, che il padrone ne è Dio solo: “Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte, e non ce ne mette in mano le chiavi”.

Don Camillo redivivo si accorse di avere ancora le chiavi dello scantinato nella saccoccia e pensò al suo metodo educativo non propriamente ortodosso.

“Beh, l’arte ha tante forme”, si disse per giustificarsi, “però è sempre arte”.

Poi gli sembrò che il suo Signore gli parlasse e lo rimproverasse un poco a motivo del suo modus operandi.

«Gesù», esclamò ad alta voce, allargando le braccia, «sono certo che il padre di quel ragazzo, padre più suonato del figlio, starà dicendo in giro ai suoi rozzi amici: “Capisci? Gli ha dato un sacco di legnate e me lo ha raddrizzato, quel corvo nero figlio d’un cane!”. E lo dirà con intimo compiacimento! Vogliamo scommetterci?».

«No», gli sembrò di udire in risposta, come una voce lontana simile a un lungo sospiro, «perché quel padre, che ha ritrovato suo figlio, ora redento, sta appunto dicendo così».


 

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