30 maggio 2018

È tornato don Camillo/60. La confessione del Cardinale

di Samuele Pinna
All’approssimarsi dell’estate e dei primi caldi, a don Camillo redivivo venne in mente quell’incontro, avvenuto ormai molti anni addietro, che aveva segnato la sua vita umana e sacerdotale. Era una bella giornata soleggiata e il pretone, senza troppo sforzo, cercò di ricordare con precisione come andarono le cose. Era un lontano fine agosto quando, accompagnato dal professor Giovanni d’Aquino, si era recato per la prima volta a conoscere il Cardinale.

Si rammentava nitidamente il viaggio in treno, la rapida visita alla città e, poi, l’eccellente pranzo tipico, in una trattoria dal nome accattivante sperduta nel dedalo di viuzze del centro. All’approssimarsi dell’ora concordata per l’udienza, spossati dall’ardore del sole e dal desinare non propriamente frugale, i due viaggiatori giunsero nella residenza dell’alto prelato.

Erano circa le quattro del pomeriggio.

Vi era però un ultimo tratto di strada da coprire: dall’ingresso fin su alla villa, ancor sempre in salita. Varcati i cancelli la canicola si faceva tuttavia gradatamente più sopportabile per l’umbratile sollievo che gli alberi del giardino concedevano ai due incauti pellegrini. Furono accolti da una suora dal sorriso gentile e dai modi ospitali, che li mise subito a loro agio.

Il salone delle udienze, di forma tetragona, si spalancava ai loro occhi nella sua sobria eleganza: un camino sul lato lungo, massicce librerie colme di libri allineati in perfetto ordine, un lungo tavolo corredato di sei sedie, una portafinestra prospiciente il giardino dalla quale penetrava la luce smeraldina filtrata dalla vegetazione. In quell’ambiente, solenne, sobrio, ordinato, furono annunciati i due visitatori. Dopo una breve attesa, il Principe della Chiesa li raggiunse: dal portamento fiero e ieratico, per nulla altèro, salutò con simpatia i nuovi venuti. Iniziò a raccontare di sé con ritmo spigliato, con viva cordialità e familiare confidenza.

«Vi ringrazio per essere venuti a trovarmi», disse affabile il porporato, «Hai fatto bene a portare con te, caro don Augusto, il professore d’Aquino, così che possa costatare tutto il mio amore, molto più che innamoramento, per la mia Sposa».

Lasciò una provocante pausa per poi continuare, «Ho capito, infatti, che si deve, oggi specialmente, parlare, in momenti opportuni e non opportuni, di lei!».

I due fissavano il Cardinale con sincera ammirazione e quello incominciò la narrazione con il suo solito fare da compassato narratore.

«Dovete sapere che nel mio percorrere e ripercorrere, insegnando e investigando, quasi tutti i trattati della teologia cattolica, c’era però una grave lacuna: non mi ero mai occupato della Chiesa. Nell’ordinamento in vigore allora, il discorso sulla Chiesa era collocato nel primo anno dell’itinerario di studi previsto in Seminario. Tuttavia, proprio quando avrei dovuto seguire quel corso, i Superiori mi impegnarono in un altro incarico e quindi lo saltai. Come professore poi, il ciclo della mia docenza si svolgeva interamente e solo durante il triennio successivo. Di più e più sostanzialmente, l’ecclesiologia, situata nell’anno “fondamentale”, aveva allora un’indole piuttosto preliminare e apologetica: non era un approfondimento contemplativo del mistero ecclesiale. In conclusione, per quanto paradossale possa sembrare, nel mio cammino teologico e nella mia gratuita contemplazione della verità rivelata non mi ero mai imbattuto nella Sposa di Cristo».

Dinnanzi alle facce sentitamente impensierite da quella rivelazione, l’anziano vescovo continuò, «Qualcuno in cielo, tra i miei amici Cherubini, dovette preoccuparsi di questa incredibile deficienza, e ottenne che la Provvidenza disponesse qualche rimedio. Il rimedio, efficace, per quanto occasionale e rapido, fu la venuta per un incontro pubblico dell’“abbé” Charles Journet, sacerdote svizzero, insegnante nel Seminario di Friburgo e già autore del primo poderoso volume del suo opus magnum sulla Chiesa del Verbo Incarnato».

«Che tipo di lezione fu?», si intromise il nostro don Camillo.

«Mirabile!», riprese l’altro, «Parlò a lungo ai nostri alunni; e parlò della Chiesa. Mi colpì la sua capacità didattica, davvero straordinaria; ma soprattutto mi affascinò il suo pensiero, rigoroso e vibrante, tutto preso dall’amore per la verità di Dio e per la “Sposa” (come egli l’appellò fin dal primo minuto). In particolare, era ammirevole l’equilibrio, l’intelligenza e lo spirito di fede che contrassegnavano il suo modo di affrontare la spinosa questione della coesistenza nella Chiesa della santità e del peccato. Tutte le contraddizioni sono eliminate, egli osservava, se si capisce che i membri della Chiesa peccano non in quanto sono a lei connessi, ma in quanto la tradiscono; sicché la Chiesa, che non è mai senza peccatori, è sempre in se stessa senza peccato. Essa infatti assume in sé tutto ciò che è santo, anche nei peccatori, e lascia fuori di sé tutto ciò che è riprovevole, anche nei giusti. I suoi confini passano perciò attraverso i nostri cuori».

«Bellissimo», sussurrò, ricolmo d’ammirazione, l’amico docente del nostro don Camillo.

«Già!», riprese l’altro, «Ho sùbito percepito nell’intera esposizione la consonanza con il cuore dei credenti più semplici e con il linguaggio dei Padri. Avrei in seguito verificato che non diverso era l’animo di sant’Ambrogio, al quale sono tanto affezionato, che della Chiesa ha potuto scrivere che è ex maculatis immaculata. Dal canto suo, Jacques Maritain, grande filosofo e studioso di san Tommaso, ossia del più grande teologo di tutti i tempi, mi avrebbe garantito la perfetta plausibilità metafisica di questa intuizione».

«Resta sorprendente, però», intervenne ancora il pretone, «l’ostilità che il suo pensiero ha incontrato, e continua a incontrare, tra i teologi più in voga…».

«Intendi quelli più “sapienti” e “intelligenti”?», sghignazzò il prelato, che proseguì, «Per questo vi ho chiesto di venire. Bisogna parlare e riparlare a tutti della Chiesa, ma non solo del suo manto esteriore, quale istituzione tra le istituzioni, ma soprattutto della sua realtà più profonda…».

«Ma cosa dire ai nostri contemporanei?», chiesero ancora.

«Si deve affermare con forza e convinzione», riattaccò l’altro, «che Gesù si è scelto la sua Sposa, unica, senza possibilità di equivoco: non è poligamo, non si unisce che a una sola Chiesa, fondata sugli Apostoli e su Pietro. Se la Chiesa è la Sposa di Cristo, è certamente bella e santa, “senza macchia né ruga”. Non c’è in essa traccia di colpa».

«Non è forse anche “peccatrice” la Chiesa?», domandò in modo provocatorio don Augusto.

«Chi parla di “Chiesa peccatrice”», replicò pronto il Cardinale, «di “Chiesa macchiata”, non sa quel che dice e quello che rischia: gli auguriamo di non incorrere nello sdegno dello Sposo offeso. Gesù è, infatti, vissuto non certo nella Bassa e come tutti gli uomini del sud non gradisce che si parli male né della sposa né della madre…».

«Quindi la Chiesa…», lo imboccò il professor d’Aquino.

«… è un’assemblea santa di uomini peccatori», precisò l’altro, «ma il peccato non fa presa su di lei. Nella misura in cui l’egoismo o l’orgoglio o l’avarizia ci deturpano, noi agiamo al di fuori della Chiesa e in senso contrario alle sue ispirazioni, sicché le nostre azioni malvagie non le appartengono. E mentre essa continuamente ci santifica, noi non arriviamo mai a contaminarla. Proprio perché è santa, essa è ansiosa di informare della sua santità gli atti e i sentimenti di tutti i suoi figli. Cerca cioè di far sua in modo totale la realtà umana di coloro che già le appartengono per la grazia santificante che c’è nei loro cuori o almeno per la fede o per il segno incancellabile del battesimo».

«In questo senso», prese di nuovo la parola don Augusto, «possiamo dire che la Chiesa è santa, senza peccato, ma non priva di peccatori».

«Esatto!», riprese il presule soddisfatto, «è l’insegnamento dello Journet: pur essendo santa, è sempre in atto di purificarsi, come di una donna, anche se bellissima, si dice che “si fa bella” ogni giorno».

«Dunque», rispose, ragionando ad alta voce il nostro pretone, «le colpe di cui dobbiamo senza alcun dubbio domandare perdono sono quelle che ciascuno commette, violando i comandamenti di Dio e il precetto onnicomprensivo della carità».

«Sì», rispose il Cardinale, riferendosi alla Gerarchia di cui anch’egli era parte, «noi vescovi, inoltre, che abbiamo le primarie responsabilità pastorali, dovremmo abituarci anche a chiedere scusa alla Sposa di Cristo per le difficoltà nelle quali talvolta l’abbiamo messa senza volerlo, con la fiacchezza del nostro impegno e persino con qualche improvvida iniziativa personale, anche se presa in buona fede. Quanto alla Chiesa, considerata nella verità del suo essere, è sempre immacolata, perché, essendo essa il “Cristo totale”, il suo “capo” è il Figlio di Dio, dal quale non può mai essere avulsa nemmeno concettualmente. E a questo “capo” non si può attribuire niente di moralmente deplorevole. Però colei che è nostra “Madre e Maestra” fa propri i sentimenti di rammarico e di dolore per le trasgressioni di tutti i suoi membri».

«“La Chiesa”», era intervenuto in modo ardito il Giovanni, «come si è espresso un Santo Papa, “pur essendo santa per la sua incorporazione a Cristo, non si stanca di fare penitenza: essa riconosce sempre come propri i figli peccatori”».

«“Confessa le debolezze dei suoi figli”», aveva seguitato don Augusto, che voleva far bella figura, mostrando la sua preparazione, citando a sua volta il suddetto Pontefice, «“consapevole che i loro peccati costituiscono altrettanti tradimenti e ostacoli alla realizzazione del disegno del Salvatore… Al tempo stesso però riconosce ed esalta ancora di più la potenza del Signore il quale, avendola colmata del dono della santità, l’attira e la conforma alla sua passione e alla sua risurrezione”».

«Ma è opportuno che noi oggi si chieda perdono degli errori ecclesiastici del passato?», domandò il professor d’Aquino, ormai avvinto alla questione.

«Invero», disse in risposta il saggio Cardinale, «bisognerebbe prima sincerarsi che così non si cada in valutazioni anacronistiche e che non si faccia nascere l’idea antistorica che gli uomini di Chiesa siano i soli nei secoli ad aver sbagliato, dal momento che delle aberrazioni degli altri non c’è nessuno che chieda scusa. C’è, inoltre, il pericolo di incoraggiare, con questo tipo di incaute iniziative, il diffuso e sempre ritornante vezzo di mettere sotto accusa gli usi e gli avvenimenti ecclesiali, solo perché non sono conformi alle deplorevoli ideologie mondane. E c’è, infine, il rischio grave e non solo ipotetico di stupire e amareggiare i “piccoli”, i preferiti dal Signore Gesù: il popolo fedele, che non sa fare molte distinzioni teologiche, da quelle autoaccuse vedrebbe insidiata la sua serena adesione al mistero ecclesiale, che (ci dicono tutte le professioni di fede) è essenzialmente un mistero di santità».

Ci fu un attimo di pausa, carica di significato. «Del resto», proseguì non senza ironia l’anziano prelato, «non ho mai sentito il Sindaco di Venezia chiedere perdono per le colpe commesse da un doge del passato o da un podestà, magari suo predecessore nell’epoca del ventennio…».

«Si potrebbe allora dire che la colpa è sempre personale», constatò ancora don Augusto, «e vale sicuramente anche in questo caso tale principio generale. La colpevolezza e il suo grado, dunque, vanno giudicati tenendo conto dei contesti concreti, e quindi condizionamenti storici in cui furono posti. Rigorosamente, poi, il dovere della richiesta di perdono appartiene a colui che ha commesso la colpa; d’altronde con la precisazione che, se pure le mentalità del tempo possono levare o attenuare responsabilità soggettive, nulla in ogni caso tolgono alle gravità oggettive».

«Tuttavia», disse solennemente Giovanni d’Aquino, «si deve riconoscere che esiste nella Chiesa una profonda solidarietà, a partire dalla quale non sorprende quasi un’assunzione in proprio di scelte e di operati del passato, la cui gravità, ponendosi oggi alla coscienza ecclesiale, induce alla loro sconfessione, di là da quanto allora sia potuto apparire giusto e ineccepibile. Si deve comprendere, a parer mio, in questa luce il ripetersi, che peraltro non manca di suscitare disagio in non pochi miei amici, della domanda di perdono: una tale domanda intende essere ben altro che un gesto retorico e accattivante; al contrario, equivale a un rammarico sincero e altamente significativo, soprattutto destinato a diventare per i cattolici la premessa e l’impegno di metodi e atteggiamenti compiutamente conformi al Vangelo, restando, d’altra parte, almeno altrettanto vero che la stessa Chiesa cattolica, lungo i secoli ha patito, e patisce ancora oggi, gravissimi soprusi e ingiustizie, che il Vangelo impone di perdonare».

«Sì», aveva concluso la quaestio il Porporato, felice dell’interesse dei due discenti, «è necessaria la purificazione della memoria ecclesiale per incamminarsi più tenacemente sulla via della santità, ma non per inginocchiarsi al “mondo”! L’iniziativa di chiedere perdono per gli errori e le incoerenze dei secoli passati a mio avviso scandalizza i semplici credenti, senza con questo favorire l’avvicinamento dei non credenti, soprattutto se il motivo alla base di tale scelta è dovuto all’ansia apostolica di far breccia sul malanimo del “mondo”, con un atto generoso di umiltà. Ma (dice la parola di Dio) il male del e nel “mondo”, che si oppone alla volontà salvifica del Padre ed è tutto “posto nel Maligno”, potrà essere debellato solo con il ritorno glorioso di Cristo: prima, finché sussiste la drammatica ambiguità della “storia profana”, è illusorio e vano ogni tentativo di ammansirne l’ostilità e di ammorbidirne la durezza di cuore».

Se l’argomento “Chiesa” pareva ormai concluso, i tre parlarono e si soffermarono su tante altre questioni, tanto che il tempo passò via veloce. L’udienza, sarebbe dovuta durare circa mezz’ora, ma, in virtù del fatto che la richiesta di incontrarsi partiva dal Cardinale, questi aveva concesso qualche minuto in più.

In realtà, si alzarono dopo tre ore: fu la conferma di una profonda amicizia, che non poteva far finire quell’incontro se non con un piccolo rinfresco mangereccio.

Del resto, il Cardinale era solito ripetere: “mangiare i tortellini con la prospettiva della vita eterna, rende migliori anche i tortellini, più che mangiarli con la prospettiva di finire nel nulla”.


 

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