10 maggio 2018

Gioachino Belli Teologo. La fede e la ragione

di Aurelio Porfiri
In questi ultimi giorni sono stato colpito dalla notizia del procuratore di New York che fungeva da grande accusatore di Weinstein e che poi è stato accusato a sua volta di abusi sessuali. Quando fai il puro c’è sempre chi è più puro, c’è poco da fare. Ecco perché penso che il cattolicesimo dovrebbe liberarsi come la peste di quel falso spiritualismo che ne deforma i tratti, più che essere un aiuto. Ecco perché penso che dovremmo recuperare un cattolicesimo fatto di realtà, di realismo, un cattolicesimo per cui chi non dice che una mela è una mela...può anche uscire, come insegnava l’aquinate. Ma proprio da questa presa di coscienza della realtà poi prende avvio la consapevolezza che c’è qualcosa che la supera. Cerco di recuperare questa dimensione fra naturale e soprannaturale e in questo mi è d’aiuto Giuseppe Gioachino Belli con la sua straordinaria serie di sonetti. Come quello del 5 gennaio 1832, chiamato “La particola”.


Avess’inteso quelo storto cane  

che sse messe l’antr’anno er collarino  

come spiegava chiaro er belarmino,

j’averessi sonato le campane.  


“Nun te fidà ddell’occhi e dde le mane”,  

disceva a un regazzetto piccinino:  

“quello che ppare vino nun è vvino,  

quello che ppare pane nun è ppane.  


Cos’è la riliggione senza fede?  

sarebbe com’a ddì cquattro e ddua venti,  

e mmette un fiasco senza vesta in piede.  


Pe cquesto, fijjo, quer che vvedi e ssenti  

è inganno der demonio, e nnu lo crede.

Quelli sò, fijjo mio, tutti accidenti”.


Fede significa fidarsi e non c’è religione senza fede, la fede che quello che vediamo non è tutto (ma pur non possiamo negare di vederlo). Marcello Teodonio così spiega questo sonetto: “Cos’è la riliggione senza fede? Grande domanda, che turba le coscienze e attraversa le epoche; corretta la risposta: alla fede si arriva con la Grazia e dunque negando in linea di principio procedimenti razionali. Poi però la battuta finale mette in dubbio tutto il procedimento: ciò che si vede non è ciò che è e sono accidenti – ma in che  senso? Evidentemente siamo ai confini del dubbio, dentro i meccanismi profondi che governano la fede cattolica”. Mi permetto di dissentire con l’insigne studioso quando dice che per arrivare alla fede si devono in linea di principio negare procedimenti razionali: la fede non è contro la ragione, ma sopra la ragione e certamente essa la suppone.

Giovanni Paolo II, nella Fides et Ratio insegnava: “In aiuto alla ragione, che cerca l'intelligenza del mistero, vengono anche i segni presenti nella Rivelazione. Essi servono a condurre più a fondo la ricerca della verità e a permettere che la mente possa autonomamente indagare anche all'interno del mistero. Questi segni, comunque, se da una parte danno maggior forza alla ragione, perché le consentono di ricercare all'interno del mistero con i suoi propri mezzi di cui è giustamente gelosa, dall'altra la spingono a trascendere la loro realtà di segni per raccoglierne il significato ulteriore di cui sono portatori. In essi, pertanto, è già presente una verità nascosta a cui la mente è rinviata e da cui non può prescindere senza distruggere il segno stesso che le viene proposto”.

Ma veniamo ora alla spiegazione dei versi del sonetto.


Avess’inteso quelo storto cane  

che sse messe l’antr’anno er collarino  

come spiegava chiaro er belarmino,

j’averessi sonato le campane.  


“Nun te fidà ddell’occhi e dde le mane”,  

disceva a un regazzetto piccinino:  

“quello che ppare vino nun è vvino,  

quello che ppare pane nun è ppane”.  


Se aveste potuto sentire come spiegava bene il catechismo quello “cane storto” che si fece prete l’altr’anno, gli avresti suonato le campane (per soddisfazione). “Non ti fidare degli occhi e delle mani”, diceva ad un ragazzino: “quello che sembra vino non è vino, quello che sembra pane non è pane”.

Naturalmente si sta spiegando l’Eucaristia, e si invita a considerare che le cose che sembrano apparire in un modo nella realtà della nostra esperienza, vengono poi trascese dall’atto di fede.

Ancora la Fides et Ratio, proprio a questo proposito, ci dice: “Si è rimandati, in qualche modo, all'orizzonte sacramentale della Rivelazione e, in particolare, al segno eucaristico dove l'unità inscindibile tra la realtà e il suo significato permette di cogliere la profondità del mistero. Cristo nell'Eucaristia è veramente presente e vivo, opera con il suo Spirito, ma, come aveva ben detto san Tommaso, « tu non vedi, non comprendi, ma la fede ti conferma, oltre la natura. E un segno ciò che appare: nasconde nel mistero realtà sublimi ». Gli fa eco il filosofo Pascal: « Come Gesù Cristo è rimasto sconosciuto tra gli uomini, così la sua verità resta, tra le opinioni comuni, senza differenza esteriore. Così resta l'Eucaristia tra il pane comune ». La conoscenza di fede, insomma, non annulla il mistero; solo lo rende più evidente e lo manifesta come fatto essenziale per la vita dell'uomo: Cristo Signore « rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione », che è quella di partecipare al mistero della vita trinitaria di Dio”.

Il “Belarmino” a cui si fa riferimento è “La dottrina cristiana breve”, un catechismo scritto da San Roberto Bellarmino nel 1597. Benedetto XVI, il 23 febbraio 2011, così insegnava sul Bellarmino: “San Roberto Bellarmino svolse un ruolo importante nella Chiesa degli ultimi decenni del secolo XVI e dei primi del secolo successivo. Le sue Controversiae costituirono un punto di riferimento, ancora valido, per l’ecclesiologia cattolica sulle questioni circa la Rivelazione, la natura della Chiesa, i Sacramenti e l’antropologia teologica. In esse appare accentuato l’aspetto istituzionale della Chiesa, a motivo degli errori che allora circolavano su tali questioni. Tuttavia Bellarmino chiarì anche gli aspetti invisibili della Chiesa come Corpo Mistico e li illustrò con l’analogia del corpo e dell’anima, al fine di descrivere il rapporto tra le ricchezze interiori della Chiesa e gli aspetti esteriori che la rendono percepibile. In questa monumentale opera, che tenta di sistematizzare le varie controversie teologiche dell’epoca, egli evita ogni taglio polemico e aggressivo nei confronti delle idee della Riforma, ma utilizzando gli argomenti della ragione e della Tradizione della Chiesa, illustra in modo chiaro ed efficace la dottrina cattolica”.

Il prete del sonetto dice al ragazzino di non fidarsi negli occhi, ma questo può essere detto solo in una prospettiva di fede e non come negazione della realtà che ci circonda. La fede, come detto, non nega la realtà ma la trascende.


“Cos’è la riliggione senza fede?  

sarebbe com’a ddì cquattro e ddua venti,  

e mmette un fiasco senza vesta in piede.  


Pe cquesto, fijjo, quer che vvedi e ssenti  

è inganno der demonio, e nnu lo crede.

Quelli sò, fijjo mio, tutti accidenti”.


“Cos’è la religione senza fede? Sarebbe come dire che quattro più due fa venti o mettere un fiasco senza la sua veste in piedi. Per questo, figlio, quello che vedi e senti è un inganno del demonio e non lo devi credere. Quelli sono, figlio mio, tutti accidenti”.

Qui il prete del Belli sfiora lo gnosticismo svalutando l’esperienza sensibile come inganno del demonio. Certo esso si serve della realtà per portare avanti i suoi disegni ma non si può ridurre la realtà ad un suo inganno.

Questo sonetto ci fa vedere come ci si muova su un confine labile quando si maneggiano i misteri della fede e come non sia difficile sconfinare nello spiritualismo o nel materialismo.



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