10 maggio 2018

Le statue coperte

di Lorenzo Zuppini
Ho passato una tremenda serata guardando Pacific Rim, un film fantascientifico. Non ero in grado di leggere, ero saturo dalla giornata e ho ritenuto opportuno darmi ad una piacevole frivolezza. La serietà non è una virtù, come sappiamo bene tutti noi avvezzi frequentatori della bacheca di questa rivista, e perciò ho dato. Vi consiglio caldamente di imitarmi, di quando in quando. Il film tratta di una improbabile aggressione che gli umani subiscono da parte di certi brutti mostri venuti dallo spazio con l’unico intento di devastare quanto si trovino di fronte. Gli umani, passato un primo momento di paura e depressione, organizzano le proprie difese e, in ottemperanza alla miglior strategia, attaccano. Il punto è questo: nel film l’umanità non appare come aggressiva, ma lo diventa nel momento in cui subisce un attacco di proporzioni notevoli. Non vi è tema più attuale di questo.

Per la seconda volta in due anni degli islamici hanno preteso ed ottenuto il celamento di opere d’arte situate in Italia dove loro, casualmente, si sono incontrati. Accadde nel gennaio 2016 col presidente iraniano Rouhani, quando anticipando addirittura una sua richiesta una certa manina sconosciuta, a cui poi non è mai stato dato un nome, copri le statue nei Musei Capitolini ponendovi sopra delle orride casse cubiche bianche. È accaduto nuovamente qualche giorno fa nel savonese durante un meeting chiamato dialogo interreligioso organizzato dalla Confederazione islamica italiane e la Federazione islamica ligure.

Una statua raffigurante il politico e militare Epaminonda èstata celata agli occhi degli ospiti ponendovi sopra un drappo rosso. Devio leggermente dal nocciolo della questione ponendo alla vostra attenzione una domanda: che diavolo di dialogo interreligioso è se a dialogare sono due sigle entrambe islamiche, senza quindi coinvolgere organizzazioni rappresentative di altre religioni, magari di quelle religioni che vengono storicamente represse nel sangue proprio dai fedeli della prima? Un dialogo in cui i dialoganti si scambiano complimenti, si stringono la mano e affermano sconvolti quanto la loro religione di pace sia incompresa nel mondo: tutto questo mentre uno di loro scaraventa uno straccio rosso su una delle statue presenti perché non conformi “all’ambientazione marocchina”.

Se è quest’ultima che stanno cercando, potrebbero tornare a Casablanca con un volo di un’oretta e mezza così da non doversi sbattere tanto per ricreare la loro atmosfera in un luogo che ha già la sua. Ma queste sono fissazioni mie, perché probabilmente reputo i loro gesti delle minacce fin troppo concrete. Eppure il nocciolo della questione è proprio questo. Vi domando: un popolo, portatore di tradizioni e usi e cultura, può essere annientato unicamente tramite l’uso di armi, dunque sterminandolo con la violenza? No, a mio parere. Ritengo anzi più semplice, seppur più lungo, sfibrare un paese intero dall’interno, erodendo le sue fondamenta tramite l’appello alla libertà di espressione, tramite i richiami alla bellezza del multiculturalismo, grazie al cosmopolitismo che ci rende apolidi ed orfani, utilizzando dunque una strategia d’attacco che non contempli l’utilizzo della violenza.

Anzi, tutto il contrario: imbastire un teatrino e chiamarlo “dialogo interreligioso”, fingendo dunque d’essere vogliosi di dialogare, durante il quale però si assesta l’ennesimo colpo sotto la cintura al nemico giurato, è la miglior tecnica che si possa ordire perché ci si finge pieni di ottime intenzioni e a coloro che oseranno criticarti - come chi sta scrivendo questo articolo - potremo rispondere accusandolo di cattiveria, di ottusità, di razzismo, di xenofobia ingiustificata. Gli si entra in casa, insomma, forzando la sua ospitalità, e successivamente lo si piega al proprio volere approfittandosi della sua bontà.

Questo non è un film di fantascienza, cari lettori, questa è l’Italia della primavera del 2018. Un’Italia che partorisce figli (sempre meno) e che li spedisce in Erasmus nel Nord Europa, nel Regno Unito magari, dove i burqa sono ormai un normale costume e dove le infibulazioni si contano a migliaia ogni anno. Le no-go- zone, lì come in Germania o in Svezia, si moltiplicano, e i crocifissi e le madonne e le chiese vengono sputazzate quotidianamente da chi, partendo da un dialogo interreligioso, ha preso sempre più campo invadendo prima di tutto le nostre coscienze. Le guerre o si vincono o si perdono, non esistono terze vie. E laddove si tratti di una guerra dichiarata unilateralmente, perché non mi risulta che i cristiani in Medio Oriente uccidano i mussulmani, non si ha che la possibilità di combatterla con tutti i mezzi a propria disposizione. Noi privati cittadini abbiamo nella nostra cartucciera la disobbedienza civile, ovviamente non violenta. E dunque il mainstream globale ci racconta che celare il corpo di Epaminonda consista in un atto di gentile apertura culturale? Bene, rispondiamo mandiamoli tutti al diavolo!

 

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