21 maggio 2018

Marcia Per la Vita. L'aborto non è (più) un dogma

di Francesco Filipazzi
(foto da Messainlatino.it)
Cosa lascia la Marcia per la Vita di quest'anno? Ormai sappiamo che la presenza massiccia di marciatori, si parla di 15 mila, pone l'evento italiano accanto alle grosse marce che si svolgono annualmente in tutto il mondo, ma il discorso non è solamente numerico. Il fatto che dopo 40 anni dall'approvazione della legge 194 ci sia ancora chi organizza e partecipa a decine di eventi in tutta la Penisola per contestare la legalizzazione dell'aborto, non è liquidabile con una scrollata di spalle, tanto più che sui media ormai l'argomento è tornato in auge. Nei mesi precedenti la Marcia, grazie prima alla campagna di Provita e poi a quello di CitizenGo, la voce dei prolife è risuonata forte e chiara, andando ben al di là della visibilità di quella che potrebbe avere un singolo manifesto. Non si può negare che l'aborto sia un nervo scoperto della società occidentale e che basti toccarlo per suscitare reazioni rumorose.

Apparentemente gli abortisti sono sulla difensiva e si stanno affrettando a snocciolare i soliti dati e le solite statistiche per dire che il numero di aborti sta diminuendo, che i pro life esagerano, si è passati da 200 mila all'anno a 80 mila. Posto che 80 mila aborti all'anno sono un'enormità (tenendo presente che anche uno solo è inaccettabile), questa diminuzione deriva dal fatto che si utilizzano molti più anticoncezionali, non preventivi ma "di emergenza", quindi abortivi, che oltre ad interrompere la gravidanza introducono nel corpo delle donne sostanze dannose e velenose. Ma a quanto pare, in questa modernità impazzita, la libertà della donna presuppone anche la libertà di avvelenarsi. Gli effetti dannosi degli anticoncezionali di ogni tipo sono noti e ne parleremo prossimamente.

L'aborto è quindi un tema di attualità che dovrebbe tornare nell'agenda dei politici nostrani, fra i quali ce ne sono  molti consapevoli dell'illiceità di leggi come la 194. Alla Marcia, per la cronaca, erano presenti Giorgia Meloni con una delegazione di sindaci di Fratelli d'Italia, Giancarlo Giorgetti, Lorenzo Fontana e Simone Pillon della Lega. Serve però un maggiore coraggio politico nel porre la questione.

A tale riguardo, è bene prendere come esempio ciò che sta accadendo negli Stati Uniti. Nel nostro ultimo libro, Fino alla fine del mondo, vagheggiavamo, forse sparandola grossa, l'idea di un Grande Risveglio spirituale  oltre oceano. Stando alla realtà, non è certo in corso un'ondata di religiosità fervente, ma sulla questione aborto i segnali sono molto positivi e in netta controtendenza con la storia degli ultimi decenni e con l'attualità europea.
Mentre in Europa si magnifica un'Islanda che avrebbe debellato la sindrome di Down, abortendo tutti i bambini che ne sono affetti, nello stato dell'Ohio è stata vietata, nel dicembre 2017, l'interruzione di gravidanza proprio laddove venga diagnosticata con analisi prenatali questa sindrome. In pratica è vietato l'aborto selettivo, pratica eugenetica. Visto che piacciono tanto i numeri, ricordiamo che l'Ohio ha 11 milioni e mezzo di abitanti e ospita un'economia fiorente e grossi centri industriali.
A marzo del 2017 in Texas è stata invece legalizzata la possibilità da parte del medico di mentire ad una donna riguardo eventuali malformazioni del feto, laddove ci sia la possibilità che questa abortisca. La corte suprema ha bloccato questa legge, che in realtà di per sé non è deontologica, ma è pur sempre un indicatore di un orientamento ben preciso. Il Texas ha 27 milioni e mezzo di abitanti ed un pil pro capite di 50 mila dollari.
Pochi giorni fa è stata poi la volta dell'Iowa, che ha abolito la possibilità di praticare l'aborto laddove sia stato ascoltato il battito del cuore. Non si tratta di un'abolizione totale, ma di un'azione in senso restrittivo, anch'essa indicatrice di una mentalità che negli Stati Uniti si sta facendo strada. L'Iowa ha poco più di tre milioni di abitanti.
L'azione più rumorosa è stata però messa in campo da Donald Trump, anch'essa pochi giorni fa. Il Presidente ha deciso di bloccare i finanziamenti, diretti e indiretti, alle cliniche che praticano aborti. Il provvedimento va a detrimento principalmente di Planned Parenthood, già duramente colpita dalla politica trumpiana. Anche in questo caso, non si tratta di abolizione dell'aborto, ma per lo meno si sancisce che non lo si debba praticare a spese del contribuente.
Questi sono segnali del fatto che negli Stati Uniti l'aborto non è più un dogma e che anzi può essere ridiscusso e, udite udite, talvolta anche proibito.

In Europa invece il quadro è ben peggiore, tanto che fra pochi giorni in Irlanda si terrà un referendum per la legalizzazione dell'aborto, potenzialmente fino al sesto mese, in una nazione che fino ad oggi si era preservata da questa bruttura. A meno di colpi di scena, l'esito sarà favorevole.

In Italia invece su questo argomento tutto tace a livello legislativo, ma sarebbe ora di porre la questione in sede parlamentare per iniziare ad invertire la tendenza e archiviare una pratica con la quale solo in Italia sono già stati soppressi quasi sei milioni di bambini, con grossi danni esistenziali anche per le donne che si sono sottoposte ad essa.

 

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