30 maggio 2018

Sovranità nazionale. Appuntamento con la storia

di Giorgio Enrico Cavallo e Francesco Filipazzi

Quelle in cui scriviamo sono ore febbrili per la politica italiana.
Dopo la decisione del Presidente della Repubblica (Pdr) Mattarella di negare l'incarico di governo alla coalizione Lega - 5 stelle, è esplosa una crisi istituzionale di portata storica, con tanto di ipotesi apparentemente surreali di un Parlamento che si mette a legiferare a prescindere dal governo, con le borse ballerine e il demone dello spread rievocato per l'occasione dagli apprendisti stregoni della finanza europea. Un bel pasticcio insomma, figlio di errori grossolani messi in fila apparentemente in modo casuale, da attori diversi in tempi diversi ma tutti orientati verso lo sfascio finale.

La crisi sembra partire dalla legge elettorale più cretina della storia d'Italia e probabilmente del mondo, fatta apposta da Renzi e i suoi per lasciare ai successori una bomba di sterco pronta a esplodere sommergendo tutti. L'intento era quello di rendere il Parlamento instabile e portare al governo di inciucio fra Forza Italia, PD, bersaniani, qualche democristiano che passava per strada e qualche grillino pentito.  Qui scatta l'errore nell'errore. Renzi e chi ce lo ha rifilato hanno infatti dimostrato di essere totalmente scollegati dalla realtà. Bastava entrare in un bar per sapere che Lega e 5 Stelle avrebbero stra vinto le elezioni.

Dopo le elezioni Salvini e Di Maio hanno quindi deciso di fare i responsabili formando un governo. Esercitando uno stile e un portamento che non si vedevano da anni, lontano anni luce dalla volgarità e dalla sguaiatezza sgangherata che affolla Pd e Forza Italia, i due hanno presentato un progetto vero, con un programma e delle persone autorevoli per realizzarlo. Anche in questo caso, bastava prendere un treno e ascoltare i discorsi dell'uomo della strada, per capire che questo progetto aveva un sostegno popolare. Il Pd sembrava averlo capito e, a parte dichiarazioni di rito, se ne è stato muto. Berlusconi ormai non capisce più nulla, ma è consapevole che il suo tempo è passato irrimediabilmente, non vuole ammetterlo e quindi cerca di avvelenare i pozzi.

Anche in questo caso, chi ci ha rifilato i vari Monti e Renzi, ovvero i gruppi di potere economico esterni all'Italia, hanno deciso che il governo gialloverde andava bloccato. Il contatto con la realtà di questi personaggi è notoriamente interrotto da anni e quindi si sono messi ad alzare lo spread pensando di fare paura a qualcuno.
A questo punto entra in gioco Mattarella che arriva al secondo intervento diretto nell'indirizzo politico del Paese da parte del  Pdr in dieci anni. Il primo, lo ricorderete, avvenne a furor di popolo, con bottiglie stappate e manifestazioni di giubilo in piazza quando Silvio Berlusconi fu costretto a rassegnare le sue dimissioni nel 2011. Da quel momento, la tecnocrazia Ue ha di fatto esautorato l’Italia della sua (già limitata) sovranità, imponendoci una serie di primi ministri imbarazzanti, chiamati non ad essere dei rappresentanti del popolo ma dei meri esecutori dei diktat di Bruxelles e di Berlino. La nomina di Monti svelò – a chi aveva orecchie per intendere – che l’Europa ci aveva dichiarato guerra. Ma sì, quell’Europa cui tutti noi dobbiamo voler bene, quell’Europa grazie alla quale “non ci sono più guerre”, quell’Europa che serve sempre di più, alla quale anzi dobbiamo cedere velocemente l’ultimo barlume di sovranità che ci è rimasto (ammesso che qualcosa sia rimasto davvero).

L’atto del presidente della Repubblica, che ha stroncato sul nascere un governo politico (bello o brutto che fosse) ponendo il veto su un ministro non per le sue qualità, ma per le sue idee, è senza precedenti, tanto che se ne sono accorti anche i giornali esteri. Tuttavia, era ampiamente prevedibile: davvero pensavamo che quell’Europa che ha falciato il governo Berlusconi, che ci ha imposto gli incolori Monti, Letta, Renzi, Gentiloni nel nome non dell’interesse popolare, bensì dell’interesse delle banche e della Germania, ci avrebbe permesso di provare ad invertire la rotta? Nella stanza dei bottoni Lega e Cinque Stelle non potevano entrare, nemmeno per poco. Magari Mattarella ha agito pure a fin di bene, temendo che altrimenti i mercati avrebbero "insegnato come votare" agli italiani, come ha detto un tristissimo commissario europeo in quota tedesca proprio ieri.

Lo scontro non è quindi tra i due partiti vincitori delle elezioni e il presidente della Repubblica, bensì tra i cittadini italiani e l’Unione Europea, le banche e l’oligarchia mondialista che hanno reso l’Italia a tutti gli effetti una loro colonia. Luigi Di Maio e Matteo Salvini, pertanto, sono chiamati ad un ruolo molto più alto e “politico” di quello da loro ricoperto come leader dei rispettivi partiti: sono chiamati a farsi garanti della sovranità dell’Italia e della libertà del popolo italiano. Qualcosa che travalica le gazzarre da cortile tipiche della politica nostrana; perché, purtroppo, nessun nostro rappresentante politico si è mai trovato nella situazione di doversi ergere a difesa del popolo italiano, dai tempi dell’ultima guerra in poi. Ciò dovrebbe farci capire che la colonia Italia, il cui popolo ribolle di un livore anti-europeo, rischia di entrare in guerra aperta contro la dominatrice: una guerra economica, sia chiaro, perché nel XXI Secolo i paesi cosiddetti civili combattono le loro guerre grazie alle speculazioni di generali del calibro di George Soros usando quali armi golem senza volto come lo spread. La prima battaglia di questa guerra è andata in scena nei giorni precedenti il 27 maggio: lo spread è ritornato (in realtà non se n’era mai andato, ma ai cosiddetti mercati è bastato evocarne il nome) e Mattarella, ha decretato che era suo compito tutelare i risparmi dei cittadini. Prima dei cittadini, dunque, vengono i loro risparmi. Prima della sovranità dell’Italia, vengono i diktat dell’Europa e delle banche tedesche.

La prima battaglia è stata persa, dunque, perché il nostro esercito non ha nemmeno avuto la possibilità di schierarsi in campo. E poco importa che fosse un esercito raccogliticcio, fatto di giovani leve che nemmeno immaginano quali possono essere le armi (gli “strumenti di tortura” evocati dall’inquietante Juncker) che possono essere scatenate contro di noi. Poco importa: quell’esercito è stato bloccato nelle retrovie.
Se c’è qualcosa di positivo, in tutto questo desolante scenario, è che ormai la maschera è caduta. I vari Juncker, Merkel, Macron e via dicendo hanno svelato a tutti che questa Unione altro non è che una dittatura feroce, che non lascia spazio alle critiche né ad ipotesi alternative. Per questo, di fronte a questo attacco senza precedenti alla nostra dignità ed alla nostra sovranità, Di Maio e Salvini sono chiamati ad un ruolo più alto, dal quale non possono tirarsi indietro: perché se riterranno di non essere all’altezza, se si faranno intimorire o se verranno corrotti, per questo paese non ci sarà più speranza alcuna di invertire la rotta. La poca (pochissima) sovranità che ci resta sarà completamente ceduta a Bruxelles, la gabbia dell’Ue si chiuderà e la chiave sarà gettata via.

L’Italia è vissuta in questa condizione di sudditanza per secoli. È stata unificata per compiacere i “poteri forti” di allora, ma nel corso degli anni ha combattuto per mantenere la propria indipendenza. Nel bene e nel male: perché l’Italia è un paese problematico, pieno di contrasti e di fardelli gravosi. Ma era un paese indipendente. Per rivendicare questa indipendenza, Di Maio e Salvini sono chiamati ad un cruciale appuntamento con la storia. Se rinunceranno o se vinceranno le logiche di partito, per noi l’orologio della storia tornerà indietro di qualche secolo.

Per ora registriamo che l'uomo della strada sembra essersi risvegliato, almeno moralmente dal torpore in cui era caduto da decenni. A dimostrarlo sono i sondaggi che danno una coalizione giallo verde al 60%, con cappotto degli uninominali e numeri clamorosi alle camere. La ruota della storia sta girando.

 

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