12 giugno 2018

Dio, palla e famiglia. La favola del Celtic

di Matteo Donadoni
da Riscossa Cristiana
Non è vero che il calcio divide le famiglie. Il tifo divide. Il calcio unisce. Chi ama il football, inteso nel senso più britannico possibile del termine, magari sbraita e si ubriaca, esulta e insulta, ma avrà sempre un’occasione di condivisione finché il pallone (progresso permettendo) continuerà a rimanere rotondo: la partita. Perché: «Football is nothing without fans». Anche per questo motivo, se una sera organizzi un incontro per parlarne con Paolo Gulisano, profondo conoscitore del football, a casa di Alessandro Gnocchi (mettendolo a conoscenza del meeting pallonaro solo a organizzazione fatta), non può che uscirne una bella serata in cui si parla più che altro di Dio, di storia delle Isole Britanniche e ciclismo, tutto davanti a una partita di pallacanestro in Tv, la versione italiana del gioco che più si avvicina quello che dovrebbe essere sulla carta il basket.
L’occasione dell’incontro invece non riguarda il basket, e nemmeno l’importantissima notizia che il coscritto Frank Lampard da pochi minuti è diventato il nuovo allenatore del glorioso Derby County e la prossima stagione siederà sulla panchina che fu del mito Clough, ma il romanzo Il prodigio di Lisbona (Elledici, 2017), scritto appunto da Gulisano, che all’attività di medico affianca un impegno culturale di saggista e scrittore.

INNANZITUTTO IL LIBRO «Questo libro non parla solo di calcio, è un romanzo». In primo luogo è l’intreccio delle storie di vari personaggi, alcuni inventati come Peter Smyth (così il suo giornale e il suo direttore: Peter prima della guerra era un giornalista e tornerà a esserlo in seguito) e altri realmente esistiti, caratterizzati tutti da una profonda umanità e una sincera fede cattolica. La storia è un’istantanea di un periodo storico in cui risuona l’eco dei drammatici eventi della guerra, della guerra civile e del primo dopoguerra in quell’Italia provvisoria che diverrà definitiva.
Un altro personaggio frutto dell’immaginazione di Gulisano è «Antonio Azzoni, studente al penultimo anno di Medicina nel 1943, figlio di un farmacista, il quale aiuta e salva la vita a Peter Smyth, aviatore scozzese fatto prigioniero dagli italiani alla fine del 1941 e “ospite” del campo di concentramento di Fossoli di Carpi. Il campo è realmente esistito e dopo la fuga dei prigionieri britannici divenne un campo di concentramento per ebrei e antifascisti». Se è vero, però, che figura di Antonio e della famiglia Azzoni è inventata, è tristemente vero anche che esponenti delle brigate partigiane comuniste uccisero tanti innocenti durante la guerra (e anche dopo): «Il farmacista viene ucciso con tutta la famiglia, compreso il povero cane – il male è sempre paranoico -, eccetto Antonio, che in quel momento è a Milano».

PERCHÉ IL CELTIC. Il mondo celtico in ogni sua declinazione è una delle grandi passioni del dottor Gulisano, che, per la cronaca, del celta ha anche l’aspetto imponente per quanto bonario, e a me, piccolo legionario romanista, fa sempre un certo effetto. Ma i tempi cupi di Brenno son passati appena prima di quelli dei Cesari, quindi ascolto la lezione, perché c’è dell’altro oltre il cimitero. C’è il Paradiso, c’è quel prato dietro il cimitero di Glasgow, su cui venne costruito il Celtic Park, detto appunto “The Paradise”.
«Football is nothing without fans» è la scritta posta sul basamento di una delle quattro statue erette all’ingresso del Celtic Park, lo stadio dei biancoverdi di Glasgow, nella fattispecie quella del leggendario ‘Jock’ Stein (1922–1985) – all’anagrafe John – uno dei più importanti allenatori di tutti i tempi. «Il mitico Jock fu il primo allenatore – quindi il Celtic il primo Club – a vincere un triplete». Al dottore, interista da sempre, si illuminano gli occhi quando parla di quest’uomo straordinario. Carriera importante quella di Stein, il quale mantenne il ruolo di allenatore per tredici anni (fino al 1978), periodo in cui vinse dieci campionati, di cui ben nove consecutivi dal 1966 al 1974, sette Coppe di Scozia e sei Coppe di Lega, ma soprattutto la Coppa dei Campioni nel 1967, occasione nella quale il Celtic si guadagnò il soprannome di “Lisbon Lions”.
Il mio interlocutore sembra sapere tutto del football d’oltremanica, ed è certamente dotato di un’aneddotica vigorosa: «Il buon Jock in seguito portò la nazionale Scozzese ai Mondiali del 1982. E addirittura vi morì, in campo. Si può dire che morì di calcio». Infatti mantenne l’incarico fino alla morte, che lo colse a Cardiff il 10 settembre 1985, a causa di un attacco cardiaco che lo colpì mentre assisteva alla partita contro il Galles, valevole per la qualificazione ai Mondiali del 1986. «E chi era il secondo? Il suo secondo era quell’Alex Ferguson destinato a un futuro altrettanto brillante e a diventare Sir, il quale si rese conto del malore del commissario tecnico, consigliandolo di farsi visitare subito. Stein, insistette invece per rimanere a guidare i suoi, così, al termine dell’incontro era ormai tardi».

LEZIONE DI STORIA. Questo romanzo è anche un’affascinante favola sportiva, in cui una squadra di calcio, nata in Scozia con lo scopo di aiutare i poveri delle misere periferie di Glasgow, che nel 1967 conquista il titolo di Campione d’Europa. Ma per capire che cosa significhi tutto questo è necessario conoscere il background storico di quello che fu l’Impero Britannico, perlomeno per quanto concerne Gran Bretagna e Irlanda. Il dottor Gulisano è anche uno storico in grado di chiarire le molte lacune di storia britannica del sottoscritto, soprattutto la fumosa questione dei giacobiti. Ma, per quanto la storia non sia altro che una serie chirurgica di rapporti causa-effetto, in questa sede conviene abbreviare la lunga lezione, limitandoci al necessario. «Nel 1845-46 in Irlanda si verificò una grande carestia, la famosa “The Great Famine” a causa delle politiche economiche britanniche, che depredavano i beni agricoli irlandesi (tranne le patate) e la concomitanza di un improvviso incremento demografico e l’apparire di una patologia delle patate causata da un fungo, la peronospora della patata e del pomodoro, che raggiunse il paese nell’autunno del 1845, distruggendo un terzo circa del raccolto della stagione e l’intero raccolto del 1846. Agli Irlandesi non rimase altro che emigrare. Emigrarono in tutti i Paesi di lingua anglosassone. Ma i più poveri, quelli che non potevano permettersi il biglietto del piroscafo per la nuova Zelanda o l’America, ripiegarono sulla vicina Scozia. Glasgow, dalla metà dell’Ottocento, aveva infatti accolto decine di migliaia di irlandesi che cercavano lavoro, sfuggendo alla miseria che imperversava sulla loro terra, e lì ricoprivano i ruoli più poveri: minatori, muratori, operai nelle fabbriche di una delle più grandi città industriali del Regno. Inoltre vivevano in tuguri, in quartieri-ghetto, discriminati per la propria fede cattolica. Solo la Chiesa Cattolica fece qualcosa per loro, attraverso la presenza di sacerdoti e religiosi, che con grandi sacrifici diedero vita a strutture parrocchiali, a chiese e a scuole».
Così, il 6 novembre del 1887 venne fondato in uno dei più poveri quartieri di Glasgow, in Scozia, il “Celtic Foot Ball Club”. Il Club, destinato in seguito a diventare uno dei più prestigiosi al mondo, nacque come una sorta di «squadra dell’oratorio», per iniziativa non di un parroco, come credevo, ma di un religioso, il frate marista (Societas Mariae) fratello Walfrid, originario della Contea irlandese di Sligo.
«L’iniziativa di fra Walfrid era a scopo caritativo perché i proventi delle partite della nuova squadra sarebbero serviti per finanziare la “The Poor Children’s Dinner Table”, un’organizzazione a sostegno dei cattolici della città, e perciò destinati ai poveri, in particolare ai bambini che pativano la fame nei quartieri più diseredati della città». Il nome Celtic fu scelto per richiamare le comuni radici storico-culturali di origine celtica delle popolazioni scozzesi e irlandesi (gli Scoti sono originari dell’Isola di Smeraldo). «Erano stati presi in considerazione altri nomi, come per esempio “Hibernian”, nome peraltro di un altro club scozzese, l’“Hibernian FC” di Edimburgo, la prima importante società calcistica formata da immigranti irlandesi cattolici, da cui il nome come il corrispondente latino di Irlanda. Per questo motivo il Celtic venne etichettato come “la squadra dei cattolici”, ma in realtà fin dai primi tempi l’appartenenza al team non era preclusa a nessuno, indipendentemente dalla propria confessione religiosa, a differenza di quanto accadeva presso i rivali “Rangers”, la squadra dei protestanti unionisti, che praticò per oltre un secolo la discriminazione religiosa nei confronti di giocatori cattolici. Basta pensare che il governo britannico promulgò solo nel 1829 l’“Atto di emancipazione”, con il quale i cattolici ebbero per la prima volta diritto di votare e, dai tempi di Maria Stuarda, di sedere stabilmente in parlamento e di occupare quasi tutti gli uffici civili e militari dello stato».

LEZIONE DI CALCIO La partita. Paolo Gulisano non è solo uno dei massimi esperti di Celtic Football Club in Italia, amico del presidente Ian Bankier e dell’allenatore Brendan Rodgers (che in confidenza ha definito Mario Balotelli semplicemente “untrainable”, figurarsi se può essere il capitano dell’Italia), è anche, lo ripetiamo, un conoscitore del gioco del football.
Così parliamo della finale. Dell’Inter dei campioni. La Grande Inter del Mago Herrera sfida in una partita “secca” degli scozzesi sconosciuti: 11 giocatori del vivaio, 11 ragazzi nati entro un raggio di 30 miglia dal Celtic Park. Per loro stessa ammissione, gli scozzesi erano un po’ intimoriti da questi italiani in blu e nero, giocatori ben più noti di loro, all’entrata in campo avevano l’impressione che si stesse profilando un disastro. E il disastro in questo caso si chiama “rigore al settimo minuto”: «Ci venne assegnato un rigore peraltro molto generoso su Cappellini, realizzato da Mazzola che spiazzò Simpson. Ma da quel momento in poi l’Inter andò sempre più spegnendosi, mentre il Celtic prendeva coraggio, fino a dar vita nel secondo tempo ad un vero e proprio assedio». I ragazzi dei quartieri poveri di Glasgow ci mettono l’anima, hanno dalla loro la corsa sulle fasce, tipica del calcio britannico, unita ad un tipo di gioco rasoterra per l’epoca – per ogni epoca – rivoluzionario. Mentre l’Inter scende in campo con il libero classico, i bianco-verdi del protestante profeta dei cattolici (per questo sempre ritenuto una sorta di traditore dai calvinisti) Jock Stein schiera uno spregiudicato e innovativo 4-2-4 con terzini cosiddetti di spinta, fra cui Tommy Gemmell che farà impazzire la difesa nerazzurra segnando un gol e prendendo una traversa da fuori, e due attaccanti esterni, Lennox e Jimmy Johnstone, straordinario esterno dotato di un dribbling elegante, un George Best ante litteram. A centrocampo due giocatori dai polmoni poderosi: Auld e Murdoch, in grado, da soli, di tenere la mediana.

Dopo alcuni tentativi falliti fra cui una parata sulla linea di Sarti, il gol del pareggio arriva su azione manovrata del Celtic, Craig da destra passa al limite a Gemmell, che con bordata pazzesca infila il pallone all’incrocio dei pali. Il secondo tempo vede il Celtic Glasgow sempre in avanti e l’Inter che non passa la metà campo: un monologo scozzese. Così, fra una staffilata al volo da fuori e l’altra, i ragazzi di Stein “The Bould Bhoys”, i ragazzi audaci, trovano il vantaggio con una deviazione acida di Chalmers, la vittoria e la gloria. A noi il football piace così, attacco e fegato. Le meline a centrocampo le lasciamo agli smidollati che fanno calcoli sui minuti che mancano e su chi gioca peggio.

«Nel 1967 il Celtic divenne il primo club britannico a vincere la Coppa dei Campioni, fino a quel momento rimasta al caldo dei paesi del sud: Italia, Portogallo e Spagna. Non solo, nello stesso anno vinse praticamente ogni competizione alla quale partecipò (record in assoluto per una squadra scozzese): Scottish Premier League, Scottish Cup, Scottish League Cup e Glasgow Cup. È l’unico club scozzese ad aver raggiunto la finale di Coppa dei Campioni e il solo in Europa ad averlo fatto con soli giocatori provenienti dal vivaio». Inoltre, ad oggi, è l’unico club scozzese ad avere sempre militato nella massima serie dalla sua fondazione nel 1890-91. L’allenatore dei Leoni di Lisbona ha riassunto in modo esaustivo il modo di giocare e di vincere del Celtic di quegli anni: «We did it by playing football. Pure, beautiful, inventive football». E così noi crediamo che dovrebbe essere il vero football.

Alla fine di tutto lo spettacolo, dopo cinque stagioni ricche di successi (3 scudetti, 2 Coppe Campioni, 2 Intercontinentali) si chiude così l’epoca della Grande Inter. Finisce il calcio di Helenio Herrera.
Finisce con una pacifica invasione di campo. «La vittoria del Celtic fu la festa di un popolo. Il riscatto di un popolo. Il giusto riconoscimento per la passione di quei tanti tifosi giunti a Lisbona con ogni mezzo possibile, compreso l’autostop». D’altra parte Football, anzi “Feetball” come lo pronunciano loro, is nothing without fans.

 

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