06 giugno 2018

È tornato don Camillo/61. I magnifici 4. Viaggio inatteso - 1

di Samuele Pinna
«Allora, Carlo, sto tranquillo?».

«Tranquillo, tranquillo», rispose una voce profonda e con la tipica cadenza napoletana dall’altra parte dell’apparecchio, «ti ci accompagno io, ci mancherebbe!».

«Sicuro che tua moglie non ci sgrida?».

«Figurati», rise l’altro, «Maria non mi dice più nulla da quella volta che, uscito di casa a Roma per comprare le sigarette, sono sparito, per rifarmi vivo due giorni dopo, telefonandole da New York».

«Va bene, grazie di cuore, sono in debito».

«Non dirlo neppure per scherzo!», concluse deciso l’altro.

Dopo i saluti, il nostro don Camillo si accomiatò sereno, ormai sicuro che l’amico l’avrebbe accompagnato per quella scampagnata. Era, infatti, giunto uno strano telegramma, a firma di un certo Wasson (o, meglio, Waßon, di evidenti origini germaniche), in cui si chiedeva un urgente e altrettanto vitale aiuto di don Augusto per qualcosa che era solo accennato. Era scritto, infatti, che “soltanto le sue doti umane e sacerdotali” avrebbero potuto “risolvere un’intricata quanto dolorosa questione”. Siccome il “caso” appariva disperato e insieme molto intrigante, don Camillo redivivo si adoperò per prepararsi il più in fretta possibile. Aveva chiesto a Bud Spencer un passaggio, il quale, molto lieto di darglielo, era felice di lasciare per qualche giorno l’affollata capitale per un tranquillo luogo montano.

La missiva era precisa nell’indicare quando (e non c’era molto tempo), ma, soprattutto, dove recarsi, ovvero in uno di quei tipici paesini semiabbandonati in primavera e in autunno e che rigurgitano di gente nelle vacanze invernali ed estive.

Arrivò il giorno della partenza e il nostro pretone e il suo mitico accompagnatore, dopo parecchie ore di viaggio, giunsero finalmente a destinazione. Appena scesero dall’automobile, poterono respirare a pieni polmoni l’aria pura e frizzante di quel posto incantevole. Davanti a loro stava, come su un pomposo trono, la punta innevata dell’Adamello, che trascinava la mente ad antichi ricordi di vita ma anche di tragica morte.

«In nessuna», aveva iniziato a declamare quell’insuperabile personaggio dalla memoria ferrea, «parte / di terra / mi posso / accasare / A ogni / nuovo / clima / che incontro / mi trovo / languente / che / una volta / già gli ero stato / assuefatto / E me ne stacco sempre / straniero / Nascendo / tornato da epoche troppo / vissute / Godere un solo / minuto di vita / iniziale / Cerco un paese / innocente».

«Se non sbaglio… è Girovago di Ungaretti», aveva esclamato don Augusto, appena l’altro aveva finito di recitare la poesia, «bellissimi versi!».

Erano quelli in cui il Poeta intende esprimere tutta l’ansia di trovare un paese che non abbia vissuto la distruzione e il dolore a causa della lotta tra popoli diversi. Pur avendo visitato svariati paesi, in nessuno di essi si era più sentito a casa propria.

«Già», aveva proseguito Bud, «lui, reduce come di epoche lontane, cerca la vita di “prima” che ricorda in origine “innocente”. È il desiderio continuo e quasi spasmodico di stare, anche per un solo minuto, in un paese che non abbia commesso il peccato della guerra».

«Purtroppo», riprese don Camillo redivivo, «queste cime evocano alla memoria anche i fatti tragici del primo conflitto mondiale…».

«Sì», raccontò poi la grande stella del cinema, «tu sai che ho rischiato la pelle nel secondo. Me lo ricordo ancora perfettamente, come fosse oggi. Era il 19 luglio 1943, avevo tredici anni, quando, tornando a casa da Trieste, dove avevo ottenuto il titolo di campione italiano dei cento metri stile rana, mi infilai, verso le nove del mattino, in un taxi per tornare a casa. Scampo in questo modo al bombardamento americano che fece migliaia di morti. Se il treno fosse stato in ritardo oppure se non avessi trovato subito il taxi, anch’io sarei stato probabilmente annoverato tra le vittime. Morirono tremila persone e dodicimila furono i feriti. Non me la sono mai sentita di tirare in ballo la fortuna né desumere che lassù Qualcuno mi amava, perché significherebbe implicitamente dire che quel Qualcuno non amava tutti gli altri che perirono…».

«Qui, caro Bud», disse mesto il nostro don Camillo, «siamo di fronte al mistero della vita, a un’opera di provvidenza in cui alla fine rimane la gratitudine e la riconoscenza insieme all’incomprensione davanti alla cosiddetta civiltà del genere umano, dove le creature continuano a uccidersi tra loro».

«Hai tristemente ragione… Sai che anche il mio amico Terence Hill ha vissuto la stessa esperienza?», domandò a un certo punto l’altro, «Pure lui era sfuggito alla morte in un altro bombardamento, quello di Desdra del 1945, quando aveva appena sei anni ed era con sua madre. Sai, credo che quando si esce da catastrofi simili, al di là dell’età differente che si ha, si maturi ancor più quell’amore per la vita che, nel nostro caso, si è rispecchiato anche nell’allegria e nella positività che la nostra coppia trasmetteva al pubblico mediante i nostri film. Anche per questo io e Terence siamo l’unica coppia del cinema che non ha mai litigato».

Dopo questa parentesi lirica e di svariate riflessioni, robe strane a vedersi in due omoni tanto corpulenti e dai modi spicci, giunsero in un piccolo e insieme delizioso alberghetto e si sistemarono, ormai a pomeriggio inoltrato. I gestori di quella che fu ribattezzata dai due ospiti come “la minuscola stamberga” furono gentili, persino all’eccesso. Del resto, don Augusto era conscio di essere in compagnia di un famoso attore e quindi non ci fece più di tanto caso.

Poco prima di cena, un uomo in doppiopetto si presentò e spiegò al nostro pretone che il signor Pedersoli avrebbe potuto soggiornare lì, mentre lui doveva trasferirsi in una località vicina, ospite di colui che aveva richiesto il suo prezioso aiuto.

Don Camillo redivivo, scortato da Bud, salì sul fuoristrada fermo sul piazzale.

«Grazie, Carlo!», aveva saluto, «Non dovrei metterci troppo! Mi spiace non possa venire anche tu… Mi pare una cosa tanto assurda! Teniamoci in contatto…».

Erano facili da comprendere i sentimenti del nostro caro don Augusto: come, infatti, non essere d’accordo? Avere vicino Bud Spencer era abbastanza rassicurante!

«Non preoccuparti», rispose l’altro, «farò volentieri qualche giorno di vacanza e sono sempre a disposizione, nel caso ci fosse bisogno del mio aiuto».

Quel breve viaggio risultò tutt’altro che confortevole, a suggerire un cambiamento di prospettiva in quella che risulterà essere una vera e propria avventura dagli accenti incredibili. Se i chilometri non erano molti, passò parecchio tempo mentre la jeep continuava a procedere a spron battuto, andando in su e in giù per strade che sembravano più sentieri di montagna, in spazi sempre più isolati dalla civiltà. Quando il buio stava prendendo il posto della luce, videro in lontananza uno chalet, che don Camillo redivivo individuò come il certo punto d’arrivo, anche perché l’unico luogo abitato della zona.

La sontuosa baita a cui approdarono era enorme e incantevole, dotata di tutti i confort immaginabili e possibili: un atrio immenso con un gran scalone elegante che portava ai piani superiori, sulla destra un’enorme sala da pranzo e a sinistra uno stanzone, presumibilmente per le cerimonie. Il sacerdote che si guardava attorno estasiato, fu scortato nella sua camera da un affabile domestico, che gli indicò l’orario di cena.

Siccome don Augusto era già pronto, perché prelevato mentre stava per mettere qualcosa sotto i denti, decise di curiosare qua e là, rendendosi conto di essere davvero in una reggia da favola. Si rammaricò che Bud non fosse con lui, ma un pensiero lo tranquillizzò: in albergo ora stava mangiando non solo la sua porzione, ma anche quella lasciata all’ultimo da lui! Continuò la sua indagine, un poco confortato da quella riflessione, visionando stanze, salottini, aprendo porte, scrutando ogni cosa intorno ammirato, finché quasi non si scontrò con un altro inserviente.

«Già pronto, reverendo?», chiese con tono gentile, «Bene, allora può recarsi nel salotto dove, probabilmente, incontrerà anche gli altri ospiti».

Don Augusto si sentì rincuorato quando afferrò che non era solo in quel castello di casa e andò prontamente dietro alla sua guida. È impossibile descrivere l’espressione che fece, quando, entrato nello stanzone, vide altri tre confratelli in talare, presbiteri cattolici come lui.

Seduto in disparte stava un piccolo prete che pareva l’essenza di quelle pianure dell’Essex: aveva il volto rotondo e inespressivo come gli gnocchi di Norfolk, gli occhi incolori come il mare del Nord, che presero vita mentre salutava con simpatia chi era appena entrato nella stanza. Dall’altro lato, c’era invece un sacerdote comodamente seduto sulla poltrona con il breviario in mano e il tricorno in testa. Sembrava un fossile di altri tempi, con quella mercanzia che oggi si usa raramente. Vedendo entrare il nuovo venuto, aveva staccato gli occhi dal libro di preghiere e con sguardo gentile aveva dato il suo benvenuto in modo amabile, tanto che don Augusto era rimasto piacevolmente colpito.

Anche il terzo sacerdote lo salutò con un amichevole sorriso: questi era in piedi, vicino a un finestrone, indossava una tonaca ormai lisa per l’utilizzo e lo fissava con quegli occhi penetranti di un azzurro purissimo.

Ora capite come si sentì il nostro don Camillo? E come posso raccontarlo? Però salta la penna e non lo scrivo, avrebbe detto il Poeta: è, infatti, impossibile descrivere con la scrittura quello che provò!

I tre presbiteri si presentarono affabili e dai modi cortesi.

«Piacere», disse il primo piccoletto dall’accento straniero, tipicamente anglosassone, allungando una mano fermamente stretta dal nostro pretone, «io sono Padre Brown».

L’altro sacerdote seduto, abbandonato definitivamente il breviario sul bracciolo della poltrona, si presentò a sua volta.

«Don Camillo», disse alzandosi, «arciprete di Ponteratto».

Anche il terzo si avvicino cordiale.

«Mi chiamo don Matteo, benvenuto!».

Adesso potete comprendere ancor meglio lo sbalordimento del nostro povero prete di città, che rimase come ammutolito. Sbiascicate due parole di risposta, chiese se gli altri erano a conoscenza di quella convocazione.

Fu il sacerdote inglese a prendere la parola con un breve discorso, mostrando il suo telegramma simile in tutto a quello degli altri, se non per qualche ruffianata più precisa rispetto al destinatario. Tutti i messaggi insistevano sulla necessaria e fondamentale presenza per la risoluzione di un intricante caso, supplicando il loro intervento.

«Ognuno di noi è giunto a un orario diverso», disse don Matteo, «e lei è l’ultimo a esser arrivato».

«In realtà», saltò su don Camillo, quello vero, «ci siamo radunati da poco e anch’io sono sempre più curioso di sapere che cosa vorranno mai da quattro sacerdoti…».

La frase si spense quando si spalancarono le porte e si affacciò un cameriere che invitò il clero a seguirlo nella sala da pranzo.

Si sedettero tutti e quattro al centro di una lunga tavolata, due da un lato e due dall’altro, e non dissero nulla, fintantoché non arrivò un signorotto ben vestito che parlò con voce stentorea.

«Graditissimi ospiti, i miei omaggi», e fece un profondo inchino, «sono il segretario del padrone di questa umile casa, sir Waldegrave, che ha chiesto il vostro indispensabile aiuto. Mi ha detto di riferirvi che è molto grato che abbiate accettato l’invito. Per motivi che non sto a elencarvi, il mio signore non potrà essere presente alla cena e ne è molto addolorato. In verità non sarà presente tra noi fino a domani a pranzo, perché purtroppo chiamato altrove da urgenti e inderogabili affari. Desidera, tuttavia, che i molto reverendi sacerdoti possano sentirsi a proprio agio. Finita la cena, siete liberi di stare nella sala dei ricevimenti o di ritirarvi nelle vostre stanze. Domani mattina potrete celebrare la santa Messa nella cappella privata. Per qualsiasi cosa non esitate a chiamare, la servitù sarà a vostra completa disposizione. Mi scuso ancora per questi inevitabili inconvenienti. Io pure devo ripartire subito».

E fatto un altro inchino, concluse il discorso con un secco “Grazie!”. Da parte loro, i quattro uomini in talare si guardarono stupiti, ma fu don Camillo a rompere il ghiaccio.

«Beh», esclamò, «avrei voluto capirci qualcosa in più, ma che possiamo fare: se dobbiamo mangiare, mangiamo!».

«Concordo», gli fece eco don Matteo, «ho una fame!».

Fu Padre Brown a benedire la mensa, dimodoché, appena pronunciato un gioioso Amen, poterono buttarsi sugli antipasti di salumi e formaggi già presenti sulla tavola, senza dimenticare una vera prelibatezza: le capele de frer ruhtide o empanade, ossia gustose teste di fungo porcino arrostite sulle brace.

Conclusi i primi assaggi, vennero portati i tipici gnòc de la cùa, ossia degli gnocchi che, siccome sono versati al cucchiaio nell’acqua bollente, sembra che, per l’appunto, abbiano una coda. Appena polverizzati dai quattro preti famelici, venne portato un altro primo.

«Andateci piano», disse don Matteo sornione.

«Perché?», chiese il pretino inglese che evidentemente non aveva riconosciuto, quantomeno nell’idioma italico, la pietanza.

«Perché si tratta di strangolapreti!», rispose l’altro e tutti risero.

«Per ottenerli», spiegò don Augusto al confratello d’oltre manica, «si deve mettere in ammollo (per circa tre ore) nel latte tiepido il pane raffermo tagliato a dadini; poi bisogna aggiungere gli spinaci, o altre verdure, precedentemente lessati e tritati in poca acqua leggermente salata, dopo averli fatti saltare nel burro e insaporiti con sale, pepe e noce moscata. Dopodiché, si unisce la cipolla tritata finemente e rosolata nell’olio, il grana trentino grattugiato, le uova, il sale e poca farina bianca. Una volta amalgamato bene il composto con un mestolo di legno, si confezionano i cosiddetti strangolapreti nella forma desiderata (a palline, a forma di cucchiaio, di gnocco, etc.) e si versano in acqua bollente salata. Quando riaffiorano vuol dire che sono cotti e quindi vanno scolati e serviti con grana trentino abbondante e burro spumeggiante, aromatizzato con salvia».

Il cameriere rimase colpito da tanta cultura culinaria e osò solo dire che il pranzo ovviamente non era finito. Fu messa, pertanto, sulla tavolata la seconda portata: spezzatino di cervo in umido con polenta, accompagnato da dell’ottimo Marzemino della zona di Isera, che si trova sulla riva destra dell’Adige, caratterizzata da terreno vulcanico, in particolare tufo e roccia basaltica, che conferiscono al vino un profumo molto caratteristico di piacevole mineralità.

«Visto che siete degli esperti», prese timido la parola colui che serviva le portate, «mi permetto di ricordarvi che il piatto che avete davanti è uno dei modi più classici per preparare il cervo e la selvaggina in genere (cinghiale, capriolo, daino). La carne è stata cotta dopo essere stata marinata una notte nel vino con odori e aromi. La marinatura aiuta a mitigare il sapore selvatico della carne e contribuisce a renderla tenera in cottura».

«La carne del cervo è magra», si intromise don Augusto con fare saputo, «di sapore più dolce di quella del cinghiale ed è ricca di vitamine, ferro e fosforo».

«È importante, poi», proseguì don Camillo, l’autentico, il quale se ne intendeva di selvaggina, «cuocerla a fiamma bassa per evitare che diventi secca e stopposa».

Non ci si poteva alzare senza il dolce e, pertanto, fu servita della torta secca insieme alle spongade, alle chisöle con le bristole, alla torta di sangue di maiale, ai turtei con il colostro e al croccante di miele e nocciole, tutto da innaffiare abbondantemente con il Kerner, un vino aromatico secco, dal delicato profumo di fiori e un sapore che ricorda un ricco giardino primaverile disseminato di cespugli di lavanda e gelsomino.

Dopo quella cena, a dir poco esagerata, era necessaria una forte razione di grappa per depurare l’organismo e qualcuno si prese pure un caffè. Non era saggio andare a sdraiarsi in quel satollo stato e, così, i quattro sacerdoti rimasero in piedi a raccontarsela e sembrava si conoscessero da sempre. Don Augusto aveva la sua pipa, mentre don Camillo si fumava tranquillamente un ottimo sigaro, stravaccato sulla poltrona.

Dopo mille e più discorsi, decisero di pregare e, infine, si diressero ognuno nella propria camera in attesa del giorno seguente, che sarebbe stato fatidico. Stava per iniziare ufficialmente una vicenda a dir poco straordinaria.


 

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