13 giugno 2018

È tornato don Camillo/62. I magnifici 4. Il mistero del manoscritto - 2

di Samuele Pinna
(illustrazione di Erica Fabbroni)
Dopo la santa Messa mattutina, sempre scortati da qualche zelante inserviente, i quattro sacerdoti fecero una passeggiata vicino casa. La bellezza della natura circostante avrebbe rapito chiunque, così come quella calda e soleggiata giornata. I quattro passeggiarono un poco, intravvedendo la malga sopra di loro, il rifugio e quella specie di cascatella che formava un acquitrino di acqua, una sorta di laghetto naturale, ottimo abbeveratoio a cielo aperto per gli animali al pascolo. Finita la scampagnata, si recarono nella sala da pranzo per fare una degna e, quindi, abbondante colazione.

Ad attenderli c’erano due monaci, già seduti al tavolo, e la cosa incuriosì la compagnia clericale. Parlarono del più e del meno, fintantoché quello che si era presentato come il superiore, dal modo grezzo, l’andatura baldanzosa, con una barba incolta e un poco unticcia, spiegò che erano lì per un grande evento.

«Siamo venuti», precisò concitato, «per mostrare la nostra sensazionale scoperta a sir Waldegrave».

Davanti allo stupore generale e alla curiosità dipinta sui volti di tutti, continuò.

«Un manoscritto medievale! Si tratta di un testo di alta spiritualità, molto vicino nei contenuti a quelli di altri coevi».

Tutti rimasero sbigottiti.

«Come l’Imitatio Christi?», chiese curioso don Augusto.

«Sì, sì», riprese titubante il monaco, «credo che a voi possa dirlo: siamo quasi certi si tratti proprio dell’originale, con tanto di firma dell’autore…».

Un “oh!” stupefatto si levò nella stanza. Era a dir poco una scoperta sensazionale, perché dopo secoli di dibattimenti si era, forse, giunti a una soluzione.

«Il libro ingiunge di non cercare chi l’abbia composto», si pronunciò Padre Brown, finito il momento di eccitazione, «Tuttavia, visto che a quell’ordine si disubbidì, tentando di ricostruire la psicologia di chi forse era riuscito a non averne più una, prima tra l’altro di accingersi a insegnare agli altri come si fa a liberarsi dell’io… ma sì, forse potremmo anche noi capirci qualcosina di più…».

«Le attribuzioni», si inserì don Augusto, anche lui interessato della cosa, «se non rammento male, spaziano fra il primo millennio e il secolo XV. L’ultimo ragguaglio indica come data di composizione il 1370 circa».

«Sì», riprese l’informato prete anglosassone, «l’attribuzione più remota, ritrovata in un manoscritto del 1482, giudica l’opera di san Basilio, mentre in Francia, in Italia e in Boemia si pensò come autore san Bernardo, finché ci si rese conto che nel testo è citato san Francesco, a lui posteriore».

«Un traduttore francese», riprese l’altro, sempre più avvinto, «nel 1538 insinua che l’autore fosse Ludolfo di Sassonia, mentre altri Jean Gerson, morto nel 1426, che fu un sommo mistico e cancelliere della Sorbona, dove era succeduto al suo maestro Pierre d’Ailly…».

«Ma come scambiare il melodico stile», sostenne ancora Padre Brown, «opulento nella aggettivazione, ornatamente addottrinato, del Gerson con quel nudo ricalco del Libro dei Proverbi che è l’Imitazione?».

«Un’altra attribuzione», prese ancora la parola il prete di città, dopo un attimo di profonda meditazione, «emerse quando il Caietano, a Genova, si era trovato fra le mani un testo ascritto a Gersen, abate di Santo Stefano a Vercelli tra il 1220 e il 1245…».

«Già», si intromise ancora il sacerdote inglese, «ancora oggi si insiste a favore di questo oscuro benedettino».

«L’attribuzione più convincente», s’intromise don Matteo, «rimane allora ancora quella che fa risalire il manoscritto a Tommaso da Kempis».

«Esatto!», si inserì un monaco, che finora non aveva mai aperto e bocca e che aveva ascoltato tutta la disertazione in silenzio, «Tommaso nacque a Kempen, presso Düsserdolf, nel 1379-1380 ed entrò, nel 1398, nella comunità dei pii copisti raccolta da Florent Radewijns a Denventer. Nel 1399, Tommaso si offriva oblato al convento dei canonici regolari di Zwolle, dove avrebbe preso gli ordini nel 1413 o 1414. Fu proprio nell’ambiente della nuova devozione fiamminga, cui Tommaso appartenne, il disinteresse per le squisitezze dottrinarie, a favore del metodo mistico pratico. Nel 1471, Tommaso concluse la sua vita, che era trascorsa tutta claustrata, preservata da ogni contaminazione di avvenimenti esterni. Oltre a molte ascetiche, egli lasciò alcune opere squisitamente mistiche: il Soliloquio, l’Hortulus rosarum, la Vallis liliorum, la Cantica, il De elevatione mentis e vite dei Santi, tra cui quella di Ludivina di Sichiedam».

«Ed ecco la nostra grande scoperta», esclamò l’altro confratello, «una copia del 1441 che Tommaso autografò, soggiungendo: finitus et completus. Si conferma, in tal modo, la prima attribuzione datata dal 1498!».

Dopo questo scambio, ci fu un lungo momento di silenzio, carico di mille pensieri.

«Ma è possibile vedere il manoscritto?», domandò non senza curiosità Padre Brown.

«Credo proprio di sì», riprese il monaco superiore, «se il padrone ne è d’accordo».

«Il padrone?», chiese con enfasi don Matteo.

«Ehm, il signore di questa casa, nostro benefattore», si corresse l’altro, «sir Waldegrave! Grazie alla sua munificenza abbiamo potuto svolgere sofisticati e assai gravosi studi».

«Certo che il manoscritto può essere visto», si sentì una voce lontana, di chi stava entrando nella sala. Si trattava di quello che si era presentato il giorno prima come il segretario di sua eccellenza.

«Anzi, finita la colazione», concluse, «potrete ammirarlo nel salone delle udienze».

Tutti e quattro i sacerdoti si mossero a finire il più in fretta possibile la sostanziosa colazione, poi si recarono davanti a quell’incredibile reperto.

Erano eccitati come una scolaresca alla prima gita e guardarono e rimirarono quel libro con attenzione. Padre Brown continuava a parlottare con il monaco, che si era presentato come il superiore, don Augusto scrutava il testo con don Camillo, mentre don Matteo si era quasi subito distaccato dal nugolo delle persone, dopo aver contemplato una miniatura molto ben fatta, contenente una luna piena. L’immagine, che apriva il capitolo secondo, recava sotto la frase: “L’uomo, per sua natura, anela a sapere; ma che importa il sapere se non si ha il timor di Dio? Certamente un umile contadino che serva il Signore è più apprezzabile di un sapiente che, montato in superbia e dimentico di ciò che egli è veramente, vada studiando i movimenti del cielo”.

Alla fine della visita guidata, i quattro preti avrebbero voluto fare parecchie domande, ma la loro presenza fu richiesta altrove e, siccome si aspettavano fosse il padrone di casa, accantonarono momentaneamente i loro dubbi.

Prima di lasciare la stanza, il segretario con fare mellifluo, chiese cosa ne pensassero del manoscritto. La banda clericale si guardò imbarazzata per poi aggiungere all’unisono che si trattava certamente di un falso.

Senza replicare niente, l’altro fece un inchino e indicò il domestico da seguire. Furono scortati in un piccolo salottino vuoto e non dovettero attendere molto l’arrivo del signor Giovanni Wasson, o meglio Waßohn, governante della casa. Entrò trafelato, stringendo vigorosamente la mano a ciascun ospite e presentandosi nel frattempo. Aveva il viso bianco e possente, solcato dalle tipiche rughe causate dai dispiaceri, le borse cascanti sotto gli occhi avevano un colore plumbeo, le labbra afflosciate ai lati, tanto da formare una doppia piega di espressione dolorosa, e il doppio mento flaccido era coperto dalla peluria di una barba trascurata da almeno due giorni.

«Cari signori», prese la parola, «sono, da svariati decenni, il maggiordomo della casata dei Waldegrave, baronetti di sua Maestà britannica, e prima di me lo è stato mio padre e il padre di mio padre e il padre del padre di mio padre e così via… Il nostro, della famiglia Waßon, è sempre stato un servizio impeccabile, fino a oggi!».

“Se i Waßon”, pensò Padre Brown, “erano di sicura origine germanica, era chiaro che dovessero essersi naturalizzati inglesi…”.

I suoi pensieri furono, però, interrotti, perché, dinnanzi a uno stato così apparentemente sconvolto, don Camillo, sfoderando uno dei suoi sorrisi migliori, aiutò l’omone seduto davanti a loro a buttare fuori il rospo.

«Il signorino», riprese l’altro, dopo essersi asciugato il sudore della fronte con un grande fazzoletto a quadrettoni, «ossia il figlio di sua grazia, un ragazzetto di dieci anni circa, è venuto qui a trascorrere qualche giorno di vacanza. Per noi della servitù è sempre una gioia avere qui quel bravo ragazzo e lo accolsi io stesso con la consueta letizia, quando giunse allo chalet. Ero ben lontano in quel momento dal pensare che questo sarebbe stato il preludio della più sventurata e triste disgrazia della mia vita. Il ragazzo è arrivato venerdì scorso. Posso dirvi, e ritengo di non essere indiscreto, ma sarei ridicolo se in un caso come questo vi facessi solo delle mezze confidenze, che il ragazzo qui, rispetto a casa sua, era assai più felice. Non è un segreto per nessuno che la vita coniugale di suo padre sia stata tutt’altro che tranquilla, tanto che si è conclusa con una separazione consensuale, a seguito della quale la sua signora ha trasferito la sua residenza altrove. Questo fatto è accaduto abbastanza recentemente, ed è risaputo che il giovinetto si trovava molto meglio con la madre. Dopo la partenza di quest’ultima si è molto incupito ed è per questo motivo che il padre ha deciso di mandarlo qui, per un poco di vacanza. Dopo solo qualche giorno, il ragazzotto si era già completamente ripreso e in apparenza sembrava felicissimo. È stato visto per l’ultima volta la sera di domenica scorsa. La sua camera è situata al secondo piano e vi si accede da una stanza più grande, che collega e conduce agli alloggi della servitù. Questi ultimi non hanno visto né sentito nulla, quindi è certo che il giovane non è passato da quella parte. La sua finestra era aperta, e c’è una robusta pianta d’edera che da lì scende fino a terra. Non abbiamo potuto rintracciare nessuna impronta sotto, ma è certo che quella è l’unica possibile via d’uscita. La sua assenza è stata scoperta alle sette di lunedì mattina e, immediatamente, vi abbiamo spedito i telegrammi. Il letto era disfatto e lui, prima di andarsene, si era vestito di tutto punto. Non abbiamo trovato nessuna traccia che indicasse l’intrusione di un estraneo nella stanza, e certamente se ci fossero state grida o rumori dovute a una colluttazione sarebbero stati segnalati. Appena ho saputo della scomparsa del giovinetto ho subito raccolto tutti gli inservienti e domestici. Ed è così che mi sono accorto che il ragazzo non si era allontanato da solo: mancava anche il signor Elmtree, ospite della casa. Anche la sua stanza si trova al secondo piano, sull’altro lato dell’edificio, di fronte a quella del ragazzo. Pure lui aveva dormito nel suo letto, ma sembrava che se ne fosse andato prima di riuscire a vestirsi del tutto, poiché abbiamo trovato sparsi a terra la sua camicia e i suoi calzini. Sicuramente si è calato lungo il tronco di edera, in quanto abbiamo rinvenuto l’impronta dei suoi piedi nel punto in cui è atterrato sul prato. Usava parecchio una nostra bicicletta adatta per la montagna, una di quelle in serie, tutte uguali, se non per il colore, che teniamo in una piccola rimessa proprio lì vicino al prato, e anche questa è scomparsa. Non ci è stato possibile scoprire alcuna traccia dei fuggitivi, e ora che siamo a venerdì mattina ne sappiamo tanto quanto lunedì. Naturalmente abbiamo subito fatto delle ricerche al rifugio, che si trova non a troppa distanza, se si mantiene un buon passo…».

«… o una buona pedalata», era intervenuto don Camillo, che di biciclette se ne intendeva.

«Certo!», asserì l’altro, asciugandosi ancora la fronte imperlata, «Alla fine, avevamo ipotizzato che il ragazzo, preso da un improvviso attacco di nostalgia di casa, fosse scappato. Suo padre è agitato fino allo spasimo e, quanto a me, potete ben vedere in quale profondo stato di prostrazione nervosa mi abbiano ridotto l’angoscia e la responsabilità. Reverendi sacerdoti, vi supplico di mettere in campo, subito, tutte le facoltà a cui potete far ricorso, poiché sono risapute le vostre indubbie capacità investigative e umane».

I quattro preti erano stati ad ascoltare con la massima attenzione il racconto dello sfortunato maggiordomo. I loro sguardi non avevano bisogno di esortazioni per concentrare tutta la loro energia su un problema tanto complicato.

«Lei è stato molto negligente a non venire prima», disse Padre Brown con voce severa, «Ci obbliga così a cominciare la ricerca con un gravissimo ritardo. Tuttavia, io sono disposto a darle una mano, come credo anche i miei confratelli».

Gli altri tre annuirono.

«Non è stata fatta alcuna inchiesta ufficiale?», chiese don Matteo.

«Sì, ma si è rivelata estremamente deludente. Pareva da principio che avessimo ottenuto qualche indizio, giacché ci fu riferito che un ragazzo e un giovane erano stati visti partire da una stazione delle vicinanze, giù a fondo valle, con un treno delle prime ore del mattino. Solo ieri sera, però, abbiamo saputo che i due non avevano nessun rapporto con il nostro caso. Insomma, le ricerche si sono totalmente arenate».

«Ha potuto trovare un legame qualsiasi tra il ragazzo scomparso», chiese a un certo punto don Augusto, «e questo ospite scomparso?».

«No, nessuno», fu la risposta.

«Il ragazzo aveva una bicicletta?», domandò invece don Camillo, quasi fosse un interrogatorio fatto a più voci.

«Sì, quelle della rimessa sono tutte sue, se così si può dire».

«Ne manca qualche altra?», proseguì l’arciprete.

«No».

«Ne è proprio sicuro?», incalzò Padre Brown.

«Sicurissimo».

«Dunque», disse don Matteo, «non è possibile immaginare che il signor Elmtree se ne sia scappato in bicicletta in piena notte con un ragazzo in canna».

«Ah, no, questo è certo! Forse la bicicletta è tutta una montatura: può darsi che i due l’abbiano nascosta da qualche parte e che poi si siano allontanati a piedi».

«È possibile», riprese il prete dagli occhi azzurri, «ma mi sembra una copertura un po’ assurda, non le pare? C’erano altre biciclette in quella rimessa e, quindi, non ne avrebbero nascoste almeno due, se avessero desiderato far credere che erano fuggiti in bicicletta?».

La domanda rimase sospesa in aria, perché bussarono alla porta: era un domestico venuto a riferire che i reverendi sacerdoti erano desiderati dal barone Waldegrave in persona.

I quattro parlottarono fitti durante il tragitto, ma prima di giungere a destinazione don Augusto chiese al signor Waßon chi fosse questo Elmtree.

«Un caro amico di vecchia data di sua eccellenza», rispose abbastanza conciso il corpulento maggiordomo.

Appena entrati furono presentati al signore che aveva chiesto i loro servigi. Lo scrutarono con attenzione: era un uomo alto, di aspetto maestoso, vestito con cura scrupolosa; aveva un viso sottile, allungato, e un naso grottescamente lungo e ricurvo. La sua carnagione pallidissima sembrava ancora più livida nel contrasto con la barba lunga e fluente di un rosso vivo che sfiorava sul panciotto bianco, tra le estremità della quale si intravedeva brillare la catena d’oro dell’orologio. Il suo segretario privato, un ragazzo piccolo, nervoso, vivace, con un’espressione intelligente negli occhi azzurro chiaro, e i lineamenti nobilissimi, era al suo fianco. Fu quest’ultimo ad aprire subito la conversazione con tono incisivo e determinato.

«Ecco i quattro sacerdoti che hanno scoperto in meno di dieci minuti un falso per cui si è lavorato per mesi. Ci domandavamo come ci siete riusciti. Ce lo spiegherete più tardi. Ora vi invitiamo ad aiutarci in questo increscioso caso».

«A tal proposito», intervenne Padre Brown, sempre il più intraprendente, «sua eccellenza è riuscito a formulare una qualche ipotesi spiegabile della scomparsa di suo figlio?».

«No, reverendo Padre», replicò una voce bassa, profonda, baritonale.

«Mi voglia perdonare se alludo a fatti tanto dolorosi», si intromise don Augusto, «ma non abbiamo alternative. Credete che sua moglie abbia qualcosa a che vedere in questa vicenda?».

«Non credo», disse ridendo, mostrando qualche segno di imbarazzo.

«Un’altra ovvia spiegazione», affermò don Camillo, «è che il bambino sia stato rapito a scopo di estorsione. Finora vi è pervenuta qualche richiesta in questo senso?».

«No», fu la risposta secca.

Anche don Matteo avrebbe voluto porre una domanda, ma i modi bruschi del baronetto di sua Maestà britannica stavano a indicare che il colloquio era finito. Sir Waldegrave implorò loro di fare qualsiasi sforzo per portare a buon esito l’intricato caso. Era costernato davanti al fatto e non voleva che una tale notizia diventasse pubblica. Si era pertanto fidato del suggerimento di assoldare loro quattro, ma nulla doveva trapelare di quella vicenda. Alla fine del discorso era chiaro che non c’era più nulla da dirsi. Tuttavia, mentre si congedavano, il segretario chiese incuriosito come avevano fatto a capire che il manoscritto era un falso.

«Innanzi tutto», prese la parola il solito Padre Brown, dopo aver chiesto e ricevuto l’assenso degli altri, «il monaco presentatosi come il superiore, non è un vero monaco. In verità, è stata una parte della mia esperienza professionale ad assicurarmelo».

«Quale?», si intromise Waßon a bocca aperta, che diventò subito rosso per il fatto di non aver rispettato l’etichetta e parlato prima del suo signore.

«Discorrendo, a un certo punto attaccò la ragione», rispose padre Brown, «Questa è cattiva teologia!».

«Senza contare», intervenne don Camillo, «un numero di serie da ergastolano tatuato sul braccio, oltre all’incompetenza sulla lingua latina: è difficile che un esperto, che vuole studiare un manoscritto, sia privo di tale conoscenza».

«Il finitus et completus», precisò poi don Augusto, «non è una grande prova dinnanzi a chi come professione faceva il copista. Il tipo di caratteri usati, e quindi un errore del falsario, rimandano a una scrittura più antica rispetto a quella del XV secolo».

«La luna, inoltre», fece un’altra precisazione don Matteo, «presente in una miniatura, aveva dei crateri. Ma tale conoscenza è databile solo dopo il 1600 circa, quando si iniziò a usare il telescopio…».

Il signor Waldegrave, ossia sua eccellenza e sua grazia, fece una smorfia di profondo compiacimento dinnanzi a quella arguzia che si era data appuntamento, per suo merito, proprio nella sua abitazione.

«Mi compiaccio anche a nome del barone per tanta sapienza…», disse affettato il segretario, lasciando la frase a metà.

«“La sapienza”», sentenziò Padre Borwn, uscendo dalla stanza, «“è dell’animo il sommo bene, cioè de l’om saggio e niuna altra cosa è da a questa comparare”».

«Leonardo da Vinci», sussurrò don Matteo, strizzando l’occhio al collega anglosassone.

“In questo consiste la più alta sapienza”, ricordò invece dal De imitatione Christi il nostro don Camillo, “tendere al Regno dei cieli nel disprezzo del mondo”.

Ista est summa sapientia, per contemptum mundi tendere ad Cœlestia Regna. Parola del mistico anonimo medievale.


 

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