20 giugno 2018

È tornato don Camillo/63. I magnifici 4. Un caso alla Sherlock Holmes – 3

di Samuele Pinna
(Illustrazione di Erica Fabbroni)
La camera del ragazzo fu ispezionata con cura, ma non rivelò nulla, all’infuori dell’assoluta certezza che la fuga non poteva essere stata compiuta che attraverso la finestra. La stanza e gli effetti personali del signor Elmtree non fornirono maggiori indizi. Un tralcio d’edera aveva ceduto sotto il suo peso, e alla luce si poteva facilmente notare sul prato il punto esatto in cui i suoi tacchi avevano calcato il terriccio. Quest’unica traccia lasciata nell’erba verde rasata era la sola testimonianza materiale di quell’inesplicabile fuga notturna.

I sacerdoti si erano trovati nello stanzone per discutere a partire dai particolari geografici, che speravano potessero rivelarsi significativi. La strada principale correva da est a ovest, oltre la casa, e non c’era alcun sentiero che vi si immetteva per almeno un chilometro, sia da una parte che dall’altra.

«Se quei due si sono allontanati lungo una strada», disse don Matteo, «non hanno potuto servirsi che di quella che abbiamo fatto noi per venire qui allo chalet».

«Esatto», confermarono gli altri, che ricordavano come unica via percorribile quella fatta con la jeep.

«Nella strada qui sotto», prese la parola Padre Brown, «è, però, rimasta di sentinella da mezzanotte alle sei del mattino una guardia campestre. Quest’uomo afferma, come ha detto il signor Waßon, di non essersi mosso dal suo posto neppure per un istante. Né il ragazzo né l’uomo avrebbero, quindi, potuto allontanarsi da questa parte senza essere visti. Ho parlato poco fa con la guardia e mi sembra una persona assolutamente affidabile. Dunque da questa parte non sono passati».

«Prendiamo allora in considerazione l’altro lato», disse don Camillo.

In quella direzione si trovava la malga e appena sopra il rifugio con un bel sentiero che conduceva là sopra in tutta comodità. Sul lato a est, invece, si estendeva l’acquitrino naturale.

«Se è inutile», disse saggiamente don Augusto, «che ora tentiamo di scoprire delle tracce con questo tempo asciutto, tuttavia almeno lì possiamo nutrire qualche speranza di trovare un indizio».

Decisero di mettersi in cammino pieni di speranza attraverso la brughiera di torba rossiccia, intersecata da un’infinità di sentieri da pastore, finché giunsero alla vasta fascia verde pallido che indicava l’inizio della palude. Evidentemente, se il ragazzo si era diretto verso la malga, doveva essere passato di lì, e non avrebbe potuto farlo senza lasciarvi tracce. Invece non trovarono nessun segno, né di lui né del signor Elmtree. Scrutarono ogni centimetro lungo il margine della zona acquitrinosa, osservando attentamente ogni macchia di fango sulla superficie ricoperta di muschio. Trovarono a profusione orme di pecore, e in un punto, parecchio più avanti, tracce di mucche, ma nient’altro.

«Aspettate un momento!», esclamò a un certo punto Padre Brown, «Che cosa c’è qui?».

Erano intanto arrivati su un sentiero stretto come un nastro nero: nel suo mezzo, chiaramente disegnata sul suolo molle, si vedeva l’impronta di un biciclo.

«È certamente l’impronta della ruota di una bicicletta», sentenziò don Camillo, «ma non di quelle della casa».

Se don Camillo si intendeva di mezzi a due ruote, don Matteo non era da meno e confermò quella tesi.

«Sì», aggiunse, «pare che questo copertone sia molto più sottile, rispetto alle bici giù alla rimessa».

«Di almeno due centimetri», gli fece eco don Augusto, «e questa traccia è stata lasciata da un ciclista che pedalava in senso opposto alla casa di sir Waldegrave».

Tutti concordarono: l’impronta più profonda è, infatti, sempre quella della ruota posteriore, su cui poggia maggiormente il peso del corpo. Decisero di seguire a ritroso quelle tracce, ma dopo poche centinaia di metri, uscendo dal manto paludoso della landa, si smarrirono. Continuando a seguire comunque quella via, giunsero a un altro punto in cui sgorgava una piccola sorgente. E qui ritrovarono l’impronta della bicicletta, per quanto in parte cancellata dagli zoccoli di una mandria di mucche. Dopodiché, non trovarono più alcun segno e il sentiero correva diritto fin dentro il boschetto che confinava con la zona retrostante dello chalet. Per il momento lasciarono in sospeso la questione e se ne tornarono nella palude, avendo ancora parecchio da esplorare. Proseguirono nella sistematica ispezione sul margine del tratto paludoso della landa, e finalmente la loro perseveranza fu gloriosamente ricompensata. La parte inferiore dell’acquitrino era attraversata da un sentiero fangoso. Nell’avvicinarvisi i sacerdoti investigatori si accorsero che al centro correvano dei segni simili a un fitto intrico di fili telegrafici, impronta certa di copertoni.

«Ecco», esclamò Padre Brown, «quasi certamente abbiamo scovato Elmtree!».

Camminarono lontano dal sentiero e scoprirono, mentre avanzavano, che quel tratto di brughiera era disseminato da piccole pozzanghere, e per quanto perdessero spesso di vista la traccia, riuscivano sempre a ritrovarla.

«Avete notato», disse don Camillo, «come il ciclista adesso stia indubbiamente forzando il passo! Guardate questa impronta, in cui sono chiaramente visibili i segni di entrambi i copertoni; hanno la stessa profondità, il che può solo significare che il ciclista scaricava il suo peso sul manubrio, come accade quando si procede a tutta velocità. Santo cielo! Ma qui è caduto!».

Una larga macchia irregolare si allargava sul sentiero in un raggio di vari metri. Si vedevano poi alcune impronte di piedi, e di nuovo ecco che ricompariva la traccia del copertone.

«Una scivolata?», si chiese ancora don Camillo, proponendo la domanda anche ai colleghi.

Don Matteo porse un ramo spezzato di ginestra in fiore e tutti si accorsero con orrore che i boccioli gialli erano tutti macchiati di rosso, e anche sul sentiero, tra l’erica, apparivano macchie brune di sangue rappreso.

«Che c’è qui?», parlò ad alta voce Padre Brown, «L’uomo è caduto ferito, si è rialzato è rimontato in sella, e ha proseguito, ma non vi sono altri segni. Su questo sentiero laterale è passata una mandria. Dobbiamo andare oltre, seguendo le macchie di sangue e le impronte del copertone non possiamo non trovarlo».

Non dovettero cercare a lungo. Le tracce del copertone ricominciarono curvando all’impazzata sul sentiero lucido e bagnato. A un tratto, il luccichio di qualcosa di metallico tra i fitti cespugli di ginestre li colpì. Estrassero una bicicletta con i copertoni che cercavano, un pedale storto e tutta la parte anteriore spaventosamente ricoperta da schizzi di sangue. In una parte dei cespugli spuntava una scarpa. Trovarono lì attorno il disgraziato ciclista. Era un uomo alto e barbuto, con un paio di occhiali di cui una lente era andata in frantumi. La morte di quest’uomo era stata causata da uno spaventoso colpo in piena testa, che aveva sfracellato una parte del cranio. Il fatto che il poveretto avesse potuto proseguire ancora per un tratto dopo un impatto simile ne dimostrava la vitalità e il coraggio. Indossava le scarpe ma non le calze, e il cappotto sbottonato rivelava che sotto indossava un pigiama. Non poteva che essere il signor Elmtree. Don Matteo rigirò il cadavere con estrema reverenza e tutti lo esaminarono attentamente, dopo aver recitato tre Requiem per il defunto con annessa quadrupla benedizione.

«Dobbiamo informare la polizia della nostra scoperta», disse il nostro pretone, «per fare in modo che questo povero diavolo abbia una sepoltura decente».

«Potrei tornare io ad avvertirli», si offrì don Camillo.

«Meglio rimanere uniti», suggerì Padre Brown, «Aspetti un momento! C’è laggiù un contadino che sta tagliando il prato. Lo facciamo venir qui e chiederemo a lui di andare ad avvisare la polizia».

E così fecero.

«Riassumiamo», riprese a parlare il prete inglese, «al momento della fuga il ragazzo era completamente vestito; prevedeva perciò quello che avrebbe fatto, mentre il signor Elmtree se ne è andato senza calze, quindi ha agito preso alla sprovvista. Perché è fuggito?».

«Perché», proseguì nel discorso don Matteo, «dalla finestra della sua stanza ha visto il ragazzo che si dava alla fuga: voleva raggiungerlo e ricondurlo indietro. Ha dunque afferrato la sua bicicletta e lo ha inseguito, e in questo suo tentativo ha trovato la morte».

Tutti concordarono.

«Il gesto naturale di un uomo che vuole inseguire un ragazzo», seguitò nel ragionamento don Augusto, «è quello di corrergli dietro, tanto sa di poterlo raggiungere. Ma il signor Elmtree non agisce in tal modo, si affida alla sua bicicletta. Ci è stato detto che era un ottimo ciclista: ora, però, non avrebbe scelto questa modalità se non avesse visto che anche il ragazzo era provvisto di un rapido mezzo di fuga».

«Il professore viene ucciso qui», si inserì don Camillo, «non lontano dalla malga, non da una pallottola, ma da un colpo selvaggio inferto da un braccio vigoroso. Dunque il ragazzo aveva un compagno nella sua fuga, e la fuga è stata rapida giacché c’è voluto del tempo prima che un ciclista esperto potesse raggiungerlo».

«Tuttavia osserviamo un po’ il terreno attorno alla scena della tragedia», argomentò Padre Brown, «e che cosa scopriamo? Qualche traccia di bestiame e niente altro. Abbiamo fatto un ampio giro tutt’attorno e non c’è un sentiero nel raggio di cinquanta metri. Non sembra che possa essere intervenuto qualche altro ciclista nel contesto del delitto, né d’altronde vi sono tracce di piedi umani».

Sembrava a tutti impossibile. Finito quella sorta di concistoro, decisero di riprendere la traccia dell’altra ruota e la seguirono per un po’, ma ben presto il terreno cominciò ad elevarsi rapidamente e si lasciarono alle spalle il corso d'acqua. Non potevano più sperare in un ulteriore aiuto dalle tracce sul terreno. Stabilirono, pertanto, di recarsi al rifugio e, vista l’ora, di fermarsi a mangiare qualcosa.

Mentre sbranavano del buon cerbiatto in umido, a don Camillo venne da dire che se la carne di vacca era buona, anche quella di selvaggina non era da meno.

«Lei è un genio!», esclamò don Matteo, balzando quasi in piedi, «Ora ditemi: quanti bovini abbiamo visto oggi? Non vi pare strano che non abbiamo incrociato neppure una volta una sola mucca in tutta la landa?».

«Ehi, adesso che ci penso…», disse trasognato don Augusto, «ricordate come erano messe le impronte della mandria di mucche? Vorrei proprio conoscere una mucca che cammina, trotta e galoppa. Perdinci, non può essere stato il cervello di un contadino di montagna a ideare un falso indizio di questa forza!».

Finito il pranzo decisero di soppiatto di entrare nella stalla della malga, poco distante e scoprirono zoccoli appena rifatti e appiccicati a dei cavalli ora a riposo. A un tratto, però, sentirono dei passi alle loro spalle e comparve davanti a loro quel contadino incrociato poco tempo prima. Il suo sguardo era assai accigliato e feroce, il viso scuro per la furia, con un ghigno diabolico che gli tagliava la faccia sconvolta. Teneva in mano un corto bastone dall’impugnatura di metallo e avanzava verso di loro con fare talmente minaccioso che solo la presenza di don Camillo non fece perdere la calma a nessuno.

«Proprio lei cercavamo», disse Padre Brown rapido, «è stato alla polizia?».

Mentre l’altro mugugnava qualcosa, gli altri si scusarono per essere entrati nella sua proprietà, ma avevano necessità di sapere. Dopo che quello aveva risposto che sapeva fare – e bene! –il suo dovere di bravo cittadino, i quattro se la svignarono velocemente, salutandolo in modo cortese.


Una volta superato il rifugio, si erano discosti dalla strada, controllarono ancora per diverse ore il terreno circostante. Poi ripresero la via per il rifugio e la malga: qualcosa non tornava a giudizio della banda clericale. Rimasero, pertanto, lì appollaiati a discutere, fintantoché videro un ciclista che veniva verso di loro pedalando a tutta velocità. Avevano fatto appena in tempo a nascondersi che l’uomo li sorpassò come il vento sulla strada. In mezzo a una nuvola di polvere videro un volto pallido, agitato... un viso in cui ogni muscolo era contratto dalla paura, la bocca semiaperta, gli occhi sbarrati che puntavano avanti. Pareva una grottesca caricatura di quel segretario, tutto ben impomatato, che avevano conosciuto la sera innanzi. Si arrampicarono da un masso all’altro e in pochi minuti furono su un pianoro dal quale potevano osservare l’ingresso principale del rifugio. La bicicletta del segretario era appoggiata contro la parete. In quelle quattro mura non si muoveva nessuno e non si vedeva anima viva, neppure alle finestre. A poco a poco il sole tramontava e, nella semioscurità, notarono una cosa assai interessante. Decisero, infine, di tornare allo chalet.


 

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