14 giugno 2018

Il puntatore. La terza via?

di Aurelio Porfiri
Si parla da molti anni ormai di una riforma della riforma della liturgia. Queste discussioni partono da un presupposto: che l’attuale liturgia abbia bisogno di essere riformata. Questo sembra ovvio a molti, ma non a tutti, e il segno di queste riforme non è univoco; c’è chi vuole una liturgia più reverente e chi una più spinta sulle vie del progress(ism)o..

Tempo fa, sia Benedetto XVI che il Cardinale Sarah avevano cautamente suggerito una possibile fusione futura delle due forme del rito romano, in modo da dar strada ad una sorta di terza via, prendendo il meglio da tutte e due. Questa proposta ha incontrato una decisa opposizione da parte di alcuni settori dall’una e dall’altra parte.

Io penso ci sia un problema importante di cui tenere conto. Mentre possiamo identificare bene le coordinate della forma straordinaria del rito romano, non siamo così fortunati per la forma ordinaria. Se veramente la forma ordinaria, come la conosciamo oggi, deve essere un’eredità del Concilio e della Sacrosanctum Concilium (canto gregoriano, organo, latino, partecipazione secondo il proprio ruolo, etc.), quello che vediamo nella stragrande maggioranza delle chiese italiane è semplicemente un’altra cosa, non quello che il Vaticano II aveva chiesto. Quindi, cercare di mediare la forma straordinaria con la forma ordinaria è problematico, in quanto quest’ultima va oramai su un’altra strada rispetto la sua ragione primigenia di esistenza.

Ho avuto occasione di parlare con alcuni che erano stati in Concilio, avevano fatto parte della commissione liturgica, tutti mi hanno dettto che quello che c’è oggi non è quello che era stato previsto. Quindi unire la forma straordinaria a quale forma ordinaria? Non c’è “una forma ordinaria”, ma tante quanto la fantasia di molti, troppi celebranti, oramai permette senza timore di alcuna sanzione.

Per alcuni esempi di fantasie:
Altare in Lego (Porfiri)
Canestro in chiesa
Cori da stadio(Porfiri)  

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