05 giugno 2018

Un discorso nel giorno di Pentecoste

di Giorgio Salzano
Domenica 20 maggio è stato il giorno della Pentecoste. Entusiasmante il racconto degli Atti degli apostoli, quando essi, riuniti pieni di timore nel cenacolo insieme a Maria, vengono infiammati dallo Spirito Santo ed escono a predicare, indirizzandosi a un uditorio di genti diverse, in cui ognuno li intendeva come se parlassero la propria lingua. Un miracolo, che si continua però nella capacità del Cristianesimo di trascendere i confini linguistici, dicendo cose sempre suscettibili di traduzione, così che chiunque si possa riconoscere in esse. Quel che veniva proclamato era un messaggio di redenzione, valido non per i credenti ma per tutti gli uomini, consistente nell’annuncio della figura regale di chi ha mostrato efficacemente che cosa si richiede perché si possano voler bene, superando ogni confine. La naturale società del genere umano, osservava il beato Antonio Rosmini nella sua Filosofia del Diritto, trovava così una soprannaturale realizzazione nella Chiesa di Cristo. A cominciare dai primi secoli dopo Cristo, tuttavia, sono serpeggiati i tentativi di sostituire l’universalismo dell’annuncio cristiano con un diverso universalismo, chiamiamolo per comodità “gnostico”. Il superamento dei confini nella capacità di volersi bene veniva sostituito dalla negazione di ogni confine, con l’affermazione di una indifferenziata identità umana per la quale sesso ed appartenenza sociale sono irrilevanti. Questa tendenza “gnostica” si ripresenta virulenta nella sé dicente filosofia moderna, diventata oggi, con il suo dualismo di corpo e spirito, cultura di massa. Ora, questo universalismo alternativo a quello cristiano si presenta nelle vesti di un linguaggio apparentemente neutro, che inganna.

Il presidente della CEI, il Cardinale Gualtiero Bassetti, ha tenuto al termine dell’assemblea annuale dei vescovi italiani una conferenza stampa, nella quale ha elencato, da quel che riporta Avvenire, «alcuni punti irrinunciabili per i vescovi: centralità della persona, famiglia, lavoro come mezzo fondamentale per la realizzazione della persona, attuazione della Costituzione, scelta chiara per la democrazia e per l'Europa, progressività fiscale con una maggiore tassazione delle attività speculative, lotta contro ogni forma di illegalità, inclusione e partecipazione.» Sembra chiaro e inequivocabile. E invece c’è da chiedersi che cosa vuol dire.

Giustamente i vescovi parlano di cose sociali e politiche; di che cosa dovrebbero altrimenti parlare, se teniamo presente che la religione, che è di loro specifica competenza, è cosa umana, e l’uomo è, come si diceva una volta, zoon politikon ovvero animal sociale? Non è qua, dunque, il problema, ma nel come lo fanno. Chi parla si indirizza a un uditorio, e questo vuol dire che non soltanto utilizza una certa lingua, che condivide con esso, ma impiega parole che ritiene l’uditorio comprenda come lui le intende. E se teme che invece non sia questo il caso, dovrà procurarsi di evitare confusioni, chiarendo il significato in cui esse andrebbero prese. Non si tratta di un timore da intellettuali, preoccupati con la precisa definizione dei concetti, ma di esperienza quotidiana, quando le nostre conversazioni si rivelano inconcludenti, o peggio si concludono in litigi, perché, mentre crediamo di parlare con le stesse parole delle stesse cose, intendiamo in effetti cose affatto diverse. Dal renderci conto che questo è il caso, può venire uno stimolo a chiarirci insieme le idee su come stiano effettivamente le cose. Nessuna consapevolezza del problema traspare, tuttavia, dalla detta conferenza stampa, come se le parole usate non si prestassero ad equivoci.
A meno che io non debba pensare che effettivamente nell’uso delle parole venga concesso un consenso, che è quello promosso dai giornaloni “laici” e dal complesso della cultura accademica anch’essa “laica”. Ma in tal caso, mi chiedo, che differenza fa l’essere vescovi quelli che parlano; e che parlano a fare?

A parte un generico riferimento alla famiglia, usualmente identificato come di stampo cattolico, il resto dei “punti irrinunciabili” enunciati dal Cardinale Bassetti si perde nel vago della vulgata concettuale che si fa passare come semplicemente umana, ma è in effetti incapace di superare i confini della società detta occidentale. Il più qualificante dei punti enuncianti è indubbiamente il primo, che afferma la “centralità della persona”; ma è anche quello in cui più pronunciata è l’ambiguità di cui parlo. Il nome persona vorrà dire certamente qualcosa di diverso al cattolico ed al laico. Forte è stata infatti l’enfasi sul suo uso nell’ambito del pensiero cattolico novecentesco (tralascio i suoi riferimenti storici che ci porterebbero troppo lontano) per significare la differenza tra la dignità infinita di ogni singolo uomo (in quanto fatto a “immagine e somiglianza di Dio) e ed il semplice individuo, quale esponente della specie uomo; anche i laici se ne sono quindi appropriati in tempi recenti, per attribuire all’individuo una dignità assoluta, che però, privata della sua infinitezza, non si comprende da dove gli venga. O meglio, dovrei dire tenendo presente il fatto della legittimazione dell’aborto, lo si comprende: esso viene dalla società eretta come stato a legislatore sovrano, che dichiara quindi chi e quando sia da accettare nella comunità degli uomini – e non importa se ciò accade in chiave di discriminazione razziale, come nel nazismo, o di criteri eugenetici di salute razzialmente indifferenti, come nella più recente cultura laica. Ora, stando così le cose, il nudo e crudo appello alla “centralità della persona” non dice in effetti molto.

Tralascio di parlare della famiglia, sulla quale come ho accennato tutto l’opinionismo cattolico giustamente si concentra. Essa richiederebbe un discorso a sé abbastanza lungo, che prima o poi farò, per spiegare perché la sua difesa, così come viene proposta, non è per me convincente. Il problema non è però lo stesso che per il concetto di persona, ma al contrario una univocità condivisa del concetto di famiglia di stampo naturalista, in quanto composta di padre madre e figli, che si presta perciò stesso a un attacco di tipo culturalista. Quel che andrebbe sottolineato, come faceva un famoso antropologo, è che non c’è famiglia se non da famiglie, e trarne le implicazioni.

Difficile seguire il Cardinale nei punti successivi, un volta riconosciuta l’ambiguità del concetto di persona che dovrebbe starvi alla base. Il “lavoro come mezzo fondamentale per la realizzazione della persona”? In mancanza di qualificazioni, siamo sempre nell’ambiguità: indubbiamente la persona si realizza operando, ma non ogni opera è lavoro. Anzi, lavoro in senso stretto è quell’attività che è mezzo a un fine, ed è solo nel fine che si attualizza l’opera in cui è la dignità della persona.
Quanto alla “attuazione della Costituzione”, confesso di non sapere semplicemente che cosa il Cardinale abbia voluto dire. Più problematico si fa il discorso quando viene a parlare di “scelta chiara per la democrazia e per l'Europa”. Beato lui, mi viene da dire, che trova qualche cosa di chiaro in questa scelta, in un momento in cui come vada intesa la democrazia appare problematico negli stessi paesi che per più antica tradizione vengono definiti “democratici”, perché dispongono di un sistema elettorale. Che questo non basti, perché si possa parlare positivamente di democrazia, comincia a essere evidente per chiunque si fermi a rifletterci. E’ democrazia, per citare il caso recentissimo dell’Irlanda, votare per dichiarare a maggioranza, come accaduto in precedenza negli altri paesi europei, che il feto non è un essere umano in potenza, e che può perciò essere eliminato? E che cosa impedisce che quel che oggi viene deciso per il feto non venga deciso domani per esseri umani già in atto, ma in una maniera giudicata a maggioranza non degna di una “persona”? Quanto all’“Europa”, un pietoso velo!

I due ultimi punti, “inclusione e partecipazione”, sono irrefutabili nella loro vaghezza concettuale: chi è che vuole esclusione ed estraneazione? Concludono così un elenco, che nei due punti precedenti pareva voler uscire dalla vaghezza semantica, con più concrete raccomandazioni di merito, schierandosi a favore della “progressività fiscale” e della “lotta contro ogni forma di illegalità”. Ma, mentre sembrano esulare dalle considerazioni fatte fin qui, non vanno esenti da considerazioni critiche.

La progressività fiscale è stata giudicata per molto tempo come la forma più equa di tassazione, per cui l’idea stessa di una flat tax parrebbe da escludere. Ma teniamo presente una cosa: il denaro non è solo potere di acquisto, ma anche di investimento. In un momento come quello attuale, in cui gli investimenti languono, con tutto ciò che ne consegue in particolare per il lavoro, la flat tax, per quanto meno equa, consentirebbe un accumulazione di capitale che potrebbe rappresentare un maggiore incentivo agli investimenti. Non lo so, ma è una cosa di cui si può discutere, con la consapevolezza che le scelte politiche sempre rappresentano il contemperamento di diverse esigenze.
L’auspicio poi di una “lotta contro ogni forma di illegalità”, mentre si mantiene nei limiti della vulgata concettuale corrente, non ne rileva la deficienza, che non viene semplicemente dal possibile fraintendimento dell’uso delle parole, ma dalla mancata distinzione di concetti essenzialmente diversi: come legalità e diritto. Lo dice uno che da giovano studiò giurisprudenza, nella convinzione che il diritto avesse a che fare con la giustizia, ma rinunciò a esercitare una professione legale, dedicandosi allo studio della filosofia, nel momento in cui si rese conto dell’esistenza di una scissione, per la quale il diritto veniva identificato con la legalità, con esclusione di ogni considerazione di giustizia. Il problema è che le leggi positive possono essere ingiuste (pensiamo all’aborto), e quindi il loro rispetto non coincide necessariamente con la garanzia di un maggior dominio del diritto.

Anche qui il discorso ci porterebbe lontano. Mi limito solo a qualche breve, troppo breve, considerazione, che ci riporta al punto di partenza, del confronto di due sensi diversi di universalità, purtroppo spesso confusi nei discorsi degli uomini di Chiesa. Ricordiamo che le leggi vanno interpretate, il che vuol dire che la stessa legalità rischia di dissolversi nel conflitto delle interpretazioni determinato dalla diversità di opinioni erroneamente definite filosofiche. Una interpretazione unitaria delle leggi è possibile solo quando esse sono riguardate come promulgazione del diritto immanente alle relazioni umane, come affermato nella antica massima latina ubi societas ibi ius. Certo, ogni società si costituisce con un suo ordinamento normativo, quel che chiamiamo cultura; ma ciò non toglie la possibilità di rilevare nelle diversità culturali delle costanti, diciamo pure di diritto naturale, in quanto espressione dell’essere sociale dell’uomo, e non frutto arbitrario di un qualche legislatore umano. Si sono così aperte in seno agli studi di comparazione storica ed etnografica delle diverse realtà sociali viste inedite per il pensiero moderno, informato all’universalismo indifferente di stampo “gnostico”, ma analoghe a quelle che si aprirono soprannaturalmente con il miracolo della Pentecoste. Non a caso quindi Rosmini inseriva la sua più sintetica e sistematica presentazione della religione cristiana nella Filosofia del diritto.



 

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